«Gli Alieni? Molto simili a noi, lo dice l’evoluzione»

Se mai un giorno troveremo altre forme di vita nell’universo, potrebbero essere così differenti da noi, così sorprendenti, da non essere nemmeno riconoscibili. Ê l’opinione della maggior parte degli studiosi, convinti che la biodiversità sperimentata sul piccolissimo pianeta chiamato Terra non sia che l’indice di una incredibile molteplicità di potenziali forme biologiche riscontrabili in miliardi di altri mondi ancora sconosciuti. Ma c’è anche qualche voce fuori da coro. Ad esempio quella di Arik Kershenbaum, docente di zoologia all’Università di Cambridge: per lui invece gli Alieni non possono essere poi davvero “alieni” da noi.

CHE FORME POTREBBE AVERE LA VITA SU ALTRI MONDI?
CHE FORME POTREBBE AVERE LA VITA SU ALTRI MONDI?

Tutto ruota attorno a un concetto che un esperto di animali come lui ha ben chiaro: quello di evoluzione. Una legge universale, dice, al pari della forza di gravità, che segue ovunque le stesse regole. Studiare quelle che determinano lo sviluppo della fauna qui sulla Terra ci può raccontare molto dei potenziali abitanti di altri pianeti lontani, perché organismi diversi sviluppano caratteristiche simili quando devono affrontare sfide ambientali simili. È l’idea di base del suo libro “The Zoologist’s Guide to the Galaxy: What Animals on Earth Reveal About Aliens” (“La guida dello zoologo per la Galassia: quello che gli animali terrestri rivelano sugli Alieni”), illustrata in una lunga intervista concessa alla rivista di divulgazione scientifica online Quantamagazine e in un articolo sul New York Times.

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«Quando uno zoologo studia la vita sulla Terra, studia i suoi meccanismi, come la vita è diventata quello che è. E visto che l’evoluzione è il meccanismo che spiega la vita ovunque, allora i principi che scopriamo sul nostro pianeta dovrebbero essere applicabili al resto dell’universo» ha spiegato il dottor Kershenbaum. «Pensare come la vita si possa evolvere e possa agire sugli altri pianeti è solo una naturale estensione del mio lavoro con gli animali della Terra. Se scoprissimo un’isola perduta su questo pianeta, esamineremmo la sua fauna dalla prospettiva di quello che sappiamo dell’evoluzione in senso generale. Si può star certi che se scopriremo la vita aliena, useremo gli stessi metodi per domandarci perché abbia quell’aspetto o quel comportamento e come si sia evoluta».

LA COPERTINA DEL LIBRO DI ARIK KERSCHENBAUM
LA COPERTINA DEL LIBRO

Indipendentemente dal pianeta, dalla sua massa o grandezza, dalla sua atmosfera e calore- sostiene il docente- ogni forma di vita complessa dovrà essersi sviluppata a partire da forme di vita elementari. L’unica strada per arrivare a quel risultato è acquisire caratteristiche più vantaggiose per l’ambiente in cui ci si trova e perdere quelle meno favorevoli all’adattamento- praticamente quello che accade nella selezione naturale definita ormai oltre un secolo e mezzo fa da Charles Darwin. Tuttavia, è bene ricordarlo,  l’evoluzione non procede in modo lineare e spesso nasconde sorprese. Arik Kershenbaum cita il caso della Tigre della Tasmania, estinta nel secolo scorso: all’aspetto, sembrava un canide e si comportava come tale, condividendo habitat e abitudini con gli sciacalli, ma in realtà il suo parente più prossimo era il canguro… Insomma, a volte l’ambiente riesce a determinare similarità tra specie che non hanno un diretto legame genetico. È la cosiddetta “evoluzione convergente”, che consiste nello sviluppo separato di caratteristiche simili in linee di discendenza diverse.

Sulla Terra, come altrove. «Consideriamo il volo, l’esempio più noto di convergenza», dice lo zoologo. «Se vivi su un pianeta dotato di atmosfera e con un oceano o qualche altro fluido, se vuoi andare da un posto all’altro, c’è solamente un modo per farlo: salti e galleggi,  se sei più leggero di quel fluido. Oppure, puoi attraversarlo in modo aerodinamico con delle ali per generare una portanza. Sono gli unici modi per muoversi in un medio fluido. Sulla Terra, il volo si è evoluto quattro volte in quattro differenti gruppi: negli uccelli, nei pipistrelli, negli pterosauri e negli insetti. Il fatto che tutti e quattro usino le ali non dipende dal fatto che si sono evoluti sulla Terra, ma dal fatto che volare è vantaggioso e le ali sono l’unico modo per riuscirci. Noi ci aspettiamo che questi vincoli operino ovunque nell’universo».

ANCHE SU ALTRI PIANETI GLI ANIMALI ALIENI AVREBBERO SVILUPPATO ALI PER VOLARE
ANCHE SU ALTRI PIANETI, GLI ANIMALI ALIENI AVREBBERO SVILUPPATO ALI PER VOLARE

Ovviamente, le ali delle api e quelle di un’aquila sono molto diverse, Ma lo sono nel dettaglio, non nella sostanza. Entrambe sono formate da una struttura rigida e da una membrana, entrambe producono portanza grazie al flusso d’aria che passa tra la membrana. Cambia, certamente, il modo in cui i diversi animali le usano: gli insetti non si limitano a sbattere le ali per poter volare, devono ronzare- muovendosi in continuazione avanti e indietro- per rimare sospesi in aria. Ma in ogni caso api e aquile, pipistrelli e canarini alla fine ottengono lo stesso risultato: con le loro ali aerodinamiche, al di là dei pesanti vincoli fisici enormemente diversi che agiscono su di loro, possono volare.

Le coincidenze della storia evolutiva di sicuro influenzeranno l’aspetto finale degli animali. Anche noi- dice il professore-abbiamo quattro arti perché il primo pesce che è uscito dall’acqua del mare per vivere sulla terraferma aveva quattro pinne. Un puro caso. Se ne avesse avute sei o otto, la nostra storia evolutiva sarebbe stata tutta un’altra cosa. Ecco perché non possiamo immaginare una vera  somiglianza tra noi e un’altra specie equivalente su un altro pianeta in tutti i dettagli- le possibili varianti sono quasi infinite- ma alcune caratteristiche sono così strettamente vincolate da non avere alternative. Non mancano, tuttavia, le zone oscure.

LA CLASSICA RAPPRESENTAZIONE DELL'EVOLUZIONE UMANA
LA CLASSICA RAPPRESENTAZIONE DELL’EVOLUZIONE UMANA

Uno degli elementi che hanno favorito la nostra evoluzione è la socialità, fatta di cooperazione e comunicazione. Anche nel mondo animale si verifica costantemente: si vive a gruppi, si caccia insieme, si collabora fondamentalmente per ottenere un vantaggio. Ma non solo. La socialità è determinata anche dalle relazioni personali: i genitori allevano e proteggono i propri figli, i parenti e i vicini si aiutano a vicenda. Questi tratti passano di generazione in generazione, attraverso i nostri geni. E qui sorge la domanda: che geni avranno gli Alieni? Che tipo di rapporti? Ecco un elemento che non possiamo definire “universale” come gli altri vincoli biologici. Il modo in cui creature di altri mondi si relazionano tra di loro e il loro tipo di socialità potrebbero essere completamente diversi dai nostri.

Eppure anche loro, gli ET intelligenti,  dovranno comunicare e per farlo dovranno aver sviluppato una lingua. Per poter esprimere un ampio numero di concetti, essa dovrà essere molto flessibile e abbastanza complessa, ma non troppo per poter essere comprensibile- un giusto equilibrio che si riscontra in tutti i linguaggi umani e animali sulla Terra.  Secondo Arik Kershenbaum,  poi, «la curiosità porterà alla filosofia, l’interazione sociale all’arte e la comunicazione complessa alla letteratura. In realtà, questi tratti emergono quasi inevitabilmente dalla combinazione delle capacità intellettive che noi e presumibilmente altre specie aliene possiedono». Alieni che sembrano molto umani, in effetti persino troppo. Non è possibile che, al contrario, ci siano civiltà dello spazio tecnologiche ma che non abbiano mai creato poesia, musica, filosofia?

SECONDO LO ZOOLOGO INGLESE, GLI ALIENI POTREBBERO ASSOMIGLIARCI
SECONDO LO ZOOLOGO INGLESE, GLI ALIENI POTREBBERO ASSOMIGLIARCI

«Possibile sì, ma non probabile. Curiosità, comunicazione, linguaggio non si sono sviluppati per poter costruire un telescopio, ma per sostenere la nostra socialità. I nostri antenati cantavano e si raccontavano delle storie molto prima di poter scrivere trattati scientifici. Quei talenti si sono evoluti perché erano vantaggiosi per la comunità. È forte la tentazione di pensare che una civiltà aliena avanzata possa semplicemente fare a meno o di  aver mai avuto bisogno di cose come la filosofia e la letteratura». Ma anche quella civiltà, sostiene lo zoologo,  deve aver avuto una fase  pre-tecnologica e se ha poi continuato a sviluppare idee e concetti come noi, è probabile che abbia avuto gli stessi elementi costitutivi  ovvero il legame sociale e la trasmissione di informazioni e idee utili tra i membri del gruppo. «Una civiltà aliena pre-tecnologica potrebbe aver cantato, ballato e raccontato storie proprio come ha fatto la civiltà umana pre-tecnologica, perché lo scopo è il medesimo».

NELLA FOTO, IL PROFESSOR KERSHENBAUM
NELLA FOTO, ARIK KERSHENBAUM

Insomma, per Arik Kershenbaum gli Alieni potrebbero essersi sviluppati in modo parallelo agli esseri umani, ripercorrendo una specie di “storia universale” dell’evoluzione.«Alla fine, forse inevitabilmente, un organismo sociale e intelligente, con l’abilità del linguaggio, sviluppa una tecnologia complessa. È difficile vedere come sia possibile qualsiasi altro risultato. Presto costruirà astronavi ed esplorerà l’universo, se prima sarà riuscito a evitare di autodistruggersi ». Ma non è questa l’unica idea controversa contenuta nel suo libro. L’autore infatti azzarda persino un’altra ipotesi: potrebbero essere stati proprio loro, gli ET, ad aver seminato la vita sul nostro pianeta e noi Terrestri non saremmo altro che un esperimento condotto da un’intelligenza superiore. Solo un’opinione personale, riconosce lo studioso, impossibile da verificare perché la probabilità di incontrare alieni intelligenti nel breve termine è “così remota da essere quasi esclusa”. Ma in assenza di evidenze che ne dimostrino l’infondatezza, ogni ipotesi è lecita.

Sabrina Pieragostini

Fonte: www.extremamente.it

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