Aumentono le zecche in Italia: perché crescono, dove sono più diffuse e come difendersi
Chi frequenta boschi e sentieri lo percepisce da tempo. Aumentano le zecche in Italia ma non è solo una sensazione. Non possiamo contare questi acari uno per uno. Possiamo però misurare gli effetti dei loro morsi. Negli ultimi anni crescono le diagnosi legate alle loro punture. La stagione si allunga e gli avvistamenti salgono di quota. Capire cosa sta succedendo aiuta a prevenire, senza rinunciare alla natura.
Perché le zecche sono più numerose oggi
Ad aprile 2026 uno studio sul Nord-Est ha messo un punto fermo. Analizzando i test per Lyme e TBE tra il 2015 e il 2022, ha trovato una positività in crescita, soprattutto tra uomini che lavorano all’aperto. Istituto Superiore di Sanità va nella stessa direzione. Nel 2020 contava 21 casi di encefalite da zecca, nel 2025 ne ha registrati 67. Il numero resta parziale, perché include solo notifiche alla ASL o ricoveri.
La biologia dell’animale spiega parte del fenomeno. La zecca non vola e non salta. Attende immobile sulla punta di un filo d’erba, percepisce calore e anidride carbonica e si aggrappa al primo ospite di passaggio. Per questo il rischio cresce anche vicino a case, parchi e giardini.
Negli ultimi decenni sono aumentati le aree boschive, terreni incolti e aree di margine. Parallelamente sono cresciuti cervi, caprioli, cinghiali e piccoli roditori, che trasportano il parassita e lo avvicinano all’uomo. Negli Stati Uniti le segnalazioni sono raddoppiate tra il 2004 e il 2016. Un segnale che riguarda tutto l’emisfero nord.
Non potendo censire direttamente questi artropodi, usiamo un indicatore indiretto: le malattie trasmesse. La specie dominante resta Ixodes ricinus, la zecca dei boschi, affiancata da Rhipicephalus sanguineus, Argas reflexus e Hyalomma marginatum. In Italia ne vivono 36 specie, circa 900 nel mondo. Una diversità che spiega perché la prevenzione serva in contesti diversi, non solo in alta montagna.
Inverni miti, umidità e boschi abbandonati
Il caldo da solo non basta. Questi parassiti cercano soprattutto umidità. Piogge frequenti e lettiera di foglie creano un microclima fresco e riparato, ideale per muoversi e sopravvivere. Quando l’inverno perde giorni di gelo, il letargo si accorcia. Di conseguenza gli esemplari si risvegliano già a marzo e rimangono attivi fino a novembre. In alcune zone temperate capita di trovarli anche nei mesi freddi.
La Fondazione Edmund Mach segue il fenomeno in Trentino da oltre vent’anni. Raccoglie acari dalla vegetazione e da piccoli roditori, elabora mappe di rischio e modelli predittivi. Ha documentato la risalita oltre i 1400 metri e, in condizioni favorevoli, presenze fino a 2000 metri. Un tempo sopra i 1500 metri l’incontro era raro. Oggi chi va in quota deve mettere in conto questa possibilità.
C’è poi il fattore habitat. Prati non più sfalciati, margini fitti e boschi più estesi offrono riparo e creano corridoi per la fauna selvatica. Così cervi e cinghiali portano questi ospiti indesiderati a ridosso di sentieri e abitazioni. Le stime classiche indicano che solo l’1% è portatore di patogeni. Eppure un’analisi dell’Istituto Zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, su zecche rimosse dall’uomo tra il 2017 e il 2019, ha rilevato una positività intorno al 20%. Il morso non significa automaticamente malattia, ma spiega perché un controllo rapido faccia la differenza.
Dove il rischio è più alto nel 2026
La distribuzione non è omogenea. Lo studio del 2026 mostra una concentrazione netta a Nord-Est. Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino e Alto Adige guidano la classifica, con un’appendice a ovest in Liguria. La provincia di Belluno rimane l’area a rischio più elevato per TBE e da lì proviene il numero maggiore di segnalazioni. Boschi umidi e abbondanza di fauna creano l’ambiente perfetto per Ixodes ricinus.
Di recente anche il Piemonte registra una crescita, soprattutto nelle aree alpine e prealpine dove aumentano i casi di Lyme. Lombardia e Appennino tosco-emiliano seguono lo stesso andamento, mentre al Centro e al Sud le segnalazioni restano sporadiche e spesso riguardano la Rickettsiosi da Rickettsia conorii, più legata a climi caldi e secchi. L’incidenza nazionale rimane più bassa di Slovenia e Svizzera, dove in alcune zone si superano i 100 casi ogni 100.000 abitanti, ma la direzione è la stessa in tutta Europa.
Le categorie più esposte sono quelle che vivono l’aperto per lavoro o passione. Agricoltori, forestali, cercatori di funghi, runner e famiglie che sostano nei prati incolti hanno più probabilità di incontro. Negli ultimi due anni diversi ospedali del Nord hanno riportato decine di ricoveri. A Negrar, in provincia di Verona, se ne sono contati 37 da inizio anno, 23 solo a maggio. Un dato che conferma come il contatto avvenga ormai anche vicino ai centri abitati. Per orientarsi tornano utili le fonti ufficiali, da Epicentro ISS al Ministero, fino al progetto ZeccAPP che raccoglie segnalazioni dei cittadini.
Cosa possono trasmettere e come proteggersi
La puntura non provoca dolore. La saliva contiene sostanze anestetiche, quindi spesso ci si accorge del parassita solo in seguito. Il problema nasce quando rimane attaccato a lungo. Inserisce il rostro nella pelle e si nutre per giorni, da due a sette. Più a lungo resta attaccata, più cresce la probabilità di trasmissione.
Tra le forme più note c’è la TBE, l’encefalite da zecca. La causa un Flavivirus che può raggiungere il sistema nervoso centrale. Esordisce spesso come influenza e in alcuni casi lascia esiti neurologici. Tra il 2017 e il 2020 si sono contati 103 casi, 100 nel Triveneto, con un’incidenza di 0,35 ogni 100.000. Oggi esiste un vaccino efficace. L’ULSS 1 Dolomiti lo offre gratuitamente ai residenti, altre ULSS venete lo propongono a prezzo agevolato.
La malattia di Lyme dipende da Borrelia burgdorferi. Si presenta spesso con un arrossamento ad anello che si allarga, eritema migrante, accompagnato da febbre e dolori articolari. Senza terapia antibiotica può coinvolgere cuore e sistema nervoso. In Europa i casi crescono da vent’anni. La Rickettsiosi da Rickettsia conorii, più frequente al Centro-Sud, provoca febbre alta, brividi ed eruzioni. Tra il 1998 e il 2002 ha totalizzato 4604 registrazioni. Più rare, ma da conoscere, sono Anaplasmosi e Babesiosi.
La prevenzione resta semplice ed efficace. Pantaloni lunghi, abiti chiari, permanenza al centro dei sentieri e repellenti con icaridina o DEET riducono le occasioni di contatto. Al rientro serve un controllo accurato di corpo e vestiti, con rimozione immediata tramite pinzetta a punta fine, il più vicino possibile alla cute, senza olio, alcol o calore.
Conclusione
Più incolti, più fauna a ridosso dell’uomo e inverni meno rigidi. Questa combinazione spiega l’attuale diffusione. Il Nord-Est rimane l’area dove serve maggiore attenzione, ma la presenza sale di quota e si affaccia in nuove valli. Non si tratta di evitare boschi e prati. Con qualche accorgimento e un controllo rapido dopo ogni uscita, puoi continuare a frequentare la natura in sicurezza, proteggendo te stesso, i bambini e gli animali.
Redazione
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