L’inquinamento sta diminuendo in tutta Europa a causa delle misure contro il coronavirus

Dopo l’Italia, l’Agenzia europea dell’ambiente documenta crolli per le concentrazioni di NO2 nelle città dove sono state attivate misure di isolamento. Ma non è una buona notizia

La diminuzione dell’inquinamento atmosferico sta seguendo la mappa tracciata dalle misure messe in campo per contrastare l’epidemia da coronavirus Sars-Cov-2: prima in Cina è stato documento un crollo del 25-30% per le concentrazioni in atmosfera di PM2,5 (che nel Paese provocano oltre 800mila morti premature l’anno), poi è stata la volta dell’Italia. Il Sistema nazionale di protezione ambientale «stima una diminuzione dell’ordine del 50%» per la concentrazione di NO2 nelle regioni del nord, che per prime hanno sperimentato misure di isolamento, e adesso lo stesso scenario si sta ripresentando – oltre che nel resto del nostro Paese – anche negli altri Stati europei, come documenta oggi l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) attribuendo il calo «in gran parte alla riduzione del traffico e di altre attività, soprattutto nelle principali città in cui sono previste misure di isolamento».

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Da una parte infatti i dati della Eea confermano che le concentrazioni di biossido di azoto (NO2), un inquinante emesso principalmente dal trasporto su strada, sono diminuite in molte città italiane nelle ultime settimane; dall’altra, informa che tendenze simili si iniziano già a vedere in altre città europee in cui sono state implementate misure di contenimento durante la settimana del 16-22 marzo.

Qualche esempio? A Milano le concentrazioni medie di NO2 nelle ultime quattro settimane sono state inferiori di almeno il 24% rispetto al periodo precedente, mentre la concentrazione media durante la settimana del 16-22 marzo è stata inferiore del 21% rispetto alla stessa settimana del 2019; a Bergamo si arriva al -47%. Anche a Roma il calo nelle ultime quattro settimane (rispetto alle stesse settimane del 2019) è arrivato al -26-35%. I dati che stanno arrivando dal resto d’Europa, e in particolare dalla penisola iberica – dove nella settimana 16-22 marzo erano già in vigore misure di contenimento – sono molto simili: a Barcellona i livelli medi nelle concentrazioni di NO2 sono diminuiti del 40% da una settimana all’altra, con un calo che arriva al 55% se si estende il confronto al 2019. Anche a Madrid le diminuzioni nelle concentrazioni di NO2 sono arrivate rispettivamente al -56% e -41%, mentre a Lisbona i dati indicano -40% e 51%.

A prima vista, questi crolli verticali sembrano rappresentare un risvolto positivo della tragedia sanitaria in corso: del resto l’ultimo report sulla qualità dell’aria elaborato dalla Eea spiega che tre soli inquinanti (PM2,5, NO2 e O3) causano 412mila morti premature l’anno, ben oltre le vittime finora attribuite alla pandemia da coronavirus. Si tratta di un contesto nel quale tra l’altro l’Italia – e la Pianura Padana in particolare – spicca in negativo: il nostro infatti è il primo Paese in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600).

Come abbiamo però più volte argomentato su queste pagine, se è per una pandemia che le emissioni si riducono non si tratta certo di un risultato per il quale felicitarsi, né le sue conseguenze sull’ambiente (e sulla salute) dureranno a lungo. «I dati della Eea – osserva nel merito il suo direttore esecutivo, Hans Bruyninckx – mostrano un quadro accurato del calo dell’inquinamento atmosferico, soprattutto a causa della riduzione del traffico nelle città. Tuttavia, affrontare i problemi della qualità dell’aria a lungo termine richiede politiche ambiziose e investimenti lungimiranti. L’emergenza in corso e i suoi molteplici impatti sulla nostra società lavorano contro ciò che stiamo cercando di raggiungere, ovvero una transizione giusta e ben gestita verso una società resiliente e sostenibile».

Quello a cui stiamo assistendo in queste settimane è infatti una decrescita non programmata né tantomeno desiderata delle attività economiche e dei contatti sociali, di certo non un esempio di sviluppo sostenibile; al contrario, questi dati mostrano semmai l’urgente necessità di politiche pubbliche e industriali ad hoc per governare la necessaria transizione verso un modello di sviluppo che possa darci aria più pulita da respirare senza distruggere (ma anzi preservando) le nostre società. Se fossero state implementate in precedenza, ne avremmo tratto beneficio anche durante la pandemia che stiamo subendo.

«L’esposizione all’inquinamento atmosferico – ricorda nel merito la Eea – può portare a effetti negativi sulla salute, comprese malattie respiratorie e cardiovascolari. Numerose autorità sanitarie hanno messo in guardia sul fatto che cittadini con determinate patologie preesistenti, come malattie respiratorie, potrebbero essere più vulnerabili al Covid-19. Tuttavia, al momento non è chiaro se la continua esposizione all’inquinamento atmosferico possa peggiorare le condizioni di coloro che sono stati infettati dal virus. Sono necessarie ulteriori ricerche epidemiologiche per affrontare tali domande».

Luca Aterini

Fonte: www.greenreport.it

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