Alcol e tumori: anche poco aumenta il rischio? Cosa dice il nuovo studio
Quando si parla di alcol e tumori, una delle domande più frequenti riguarda le quantità considerate moderate: un bicchiere di vino a cena può davvero incidere sul rischio? Un nuovo studio pubblicato su Nature Health porta nuovi elementi su questo tema. I ricercatori hanno riesaminato 843 studi di coorte e caso-controllo, analizzando il rapporto tra consumo di alcol e 20 diverse condizioni di salute. Tra queste figurano dieci tipi di cancro. I risultati indicano un’associazione tra consumo di alcol e maggiore rischio oncologico, con una tendenza alla crescita all’aumentare della quantità assunta. Per diversi tumori, questa relazione emerge anche con livelli relativamente bassi di consumo.
Cosa ha scoperto davvero il nuovo studio sul consumo di alcol
La ricerca pubblicata il 1° giugno 2026 su Nature Health rientra nel Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study 2023. Il gruppo di ricerca è stato guidato da scienziati dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington e ha coinvolto anche ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health. Tra gli autori figura Emmanuela Gakidou.
L’obiettivo non era stabilire soltanto se bere molto faccia male. Gli studiosi hanno cercato di capire come cambiasse il rischio di diverse malattie al variare della quantità consumata. Sono stati esaminati studi pubblicati tra il 1961 e il 2023 e raccolti attraverso quattro banche dati scientifiche: PubMed, Embase, CINAHL e Web of Science.
Nel complesso sono stati inclusi 843 studi di coorte e caso-controllo. Il lavoro ha preso in considerazione 20 diversi esiti di salute. Dieci riguardavano tumori, mentre gli altri comprendevano patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, demenza, malattie del fegato, pancreatite, tubercolosi, infezioni respiratorie e fibrillazione atriale.
Per interpretare i dati è stato utilizzato il metodo Burden of Proof, un approccio meta-analitico pensato per valutare in modo prudente la solidità delle associazioni. Il modello tiene conto anche dell’eterogeneità tra gli studi, di possibili distorsioni e del publication bias. I risultati vengono poi classificati con un sistema da zero a cinque stelle.
Il quadro relativo ai tumori è particolarmente significativo: il rischio tende a crescere insieme alla quantità di alcol consumata. Tuttavia, le dieci neoplasie analizzate non presentano tutte la stessa forza dell’evidenza. Il tumore della faringe, esclusa la regione nasofaringea, rappresenta uno dei risultati più marcati. Nel range medio di consumo considerato dalla ricerca, il modello ha rilevato un aumento del rischio del 105%, con una valutazione di cinque stelle. Per altre neoplasie l’associazione è risultata meno forte.
Un bicchiere di vino al giorno aumenta davvero il rischio di tumore?
La risposta deve essere interpretata con attenzione. Anche un consumo relativamente basso non può essere considerato completamente privo di rischio oncologico, ma questo non significa che un singolo bicchiere provochi automaticamente una malattia.
Il problema nasce anche dal modo in cui misuriamo l’alcol. Nel linguaggio comune, “un bicchiere di vino” sembra una quantità precisa. In realtà il contenuto di alcol dipende sia dal volume versato sia dalla gradazione della bevanda. L’ISS considera come riferimento un’unità alcolica equivalente a circa 10-12 grammi di alcol puro. Indicativamente, corrisponde a un bicchiere standard di vino da 125 millilitri al 12%.
Il nuovo studio utilizza però direttamente i grammi di alcol al giorno. Questo permette di confrontare vino, birra e superalcolici considerando la quantità di etanolo assunta, invece del tipo di bevanda.
Nel caso del tumore della faringe, per esempio, il rischio relativo medio stimato era già superiore a quello dei non consumatori a 10 grammi al giorno. Saliva ulteriormente a 20 e 40 grammi: rispettivamente 1,16, 1,56 e 2,73.
Questi numeri non significano che chi beve un bicchiere abbia una probabilità del 16% di sviluppare quel tumore. Rischio relativo e rischio assoluto sono diversi. Per interpretare correttamente un dato epidemiologico bisogna considerare anche il rischio di partenza e altri fattori individuali.
Inoltre, sotto i 10 grammi al giorno l’associazione risultava evidente per diversi tumori, ma non tutti i risultati avevano la stessa solidità. Per questo è più corretto parlare dell’assenza di una soglia considerata completamente sicura per il rischio oncologico, senza sostenere che ogni quantità produca lo stesso effetto su ogni tumore.
Quali sono i 10 tumori associati al consumo di alcol
Il nuovo studio prende in esame dieci categorie di tumore e mette in evidenza un aspetto importante: il consumo di alcol non riguarda soltanto le malattie del fegato. Le associazioni considerate dalla ricerca coinvolgono infatti diversi organi e tessuti.
Le neoplasie analizzate sono quelle della mammella, del colon-retto, dell’esofago, della laringe, del fegato, del labbro e della cavità orale, della faringe, del pancreas, della prostata e dello stomaco.
La forza delle prove, però, cambia da una patologia all’altra. Il tumore della faringe presenta una delle associazioni più robuste individuate dal modello. Per colon-retto, laringe e labbro/cavità orale l’evidenza è stata classificata come moderata. Altri tumori, tra cui quelli della mammella, dell’esofago, del fegato e del pancreas, mostrano aumenti più contenuti ma coerenti.
Il tumore dello stomaco rappresenta invece un caso differente, perché le prove sono risultate più deboli e caratterizzate da una maggiore eterogeneità tra gli studi. Questa distinzione è importante per non trasformare una ricerca complessa in un messaggio eccessivamente categorico.
Dire che il consumo di alcol è associato a dieci tumori non significa quindi che il rischio sia identico per ciascuno di essi. La solidità delle prove e l’entità dell’associazione possono cambiare sensibilmente.
Il nuovo lavoro si inserisce comunque in un quadro scientifico già consolidato. L‘Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) considera l’alcol un cancerogeno di gruppo 1. L’OMS ricorda inoltre che il rischio riguarda l’etanolo e i suoi prodotti di metabolismo, quindi non dipende semplicemente dal fatto che si scelga vino, birra o un superalcolico.
Perché anche piccole quantità di alcol possono influire sul rischio oncologico
Il punto centrale non è quindi stabilire quale bevanda sia “peggiore”. Dal punto di vista oncologico conta soprattutto la quantità di etanolo assunta.
Durante il metabolismo dell’alcol, l’etanolo viene trasformato anche in acetaldeide, una sostanza con proprietà cancerogene. L’OMS indica inoltre diversi meccanismi attraverso i quali l’alcol può contribuire allo sviluppo dei tumori. Tra questi figurano danni al DNA, stress ossidativo, modificazioni ormonali e cambiamenti del microbiota intestinale.
Questo aiuta a capire perché non sia stata individuata una soglia sotto la quale il rischio oncologico possa essere considerato matematicamente nullo. OMS Europa e IARC hanno infatti sottolineato che le prove disponibili non permettono di stabilire un livello di consumo oltre il quale inizierebbero gli effetti cancerogeni. Il rischio può aumentare anche con consumi leggeri.
Anche l’Istituto Superiore di Sanità richiama l’attenzione sui rischi legati al consumo di alcol e sul fatto che, per il cancro, non sia possibile individuare una quantità completamente sicura.
Questo non significa che chi beve occasionalmente debba interpretare questi dati come una previsione individuale di malattia. Gli studi epidemiologici lavorano su popolazioni e probabilità. Il rischio della singola persona dipende da numerosi elementi, tra cui l’esposizione complessiva nel tempo, il fumo, l’alimentazione, le caratteristiche individuali e altri fattori ambientali e comportamentali.
È inoltre importante distinguere il rischio oncologico dagli altri risultati della ricerca. Per diabete di tipo 2, Alzheimer e alcune malattie cardiovascolari sono emerse relazioni differenti, comprese associazioni apparentemente protettive a determinati livelli di consumo. Gli stessi autori, però, sottolineano che queste evidenze sono più deboli o incerte rispetto a quelle relative a diversi tumori.
In sostanza, il quadro non può essere riassunto dicendo che il vino sia semplicemente “salutare” o “nocivo” in ogni circostanza. Gli effetti cambiano in base alla patologia studiata. Per il rischio oncologico, invece, le prove disponibili sono particolarmente consistenti.
Conclusione
Il nuovo studio pubblicato su Nature Health aggiunge un’analisi molto ampia alle conoscenze già disponibili sul rapporto tra consumo di alcol e rischio oncologico. L’esame di 843 studi e di 20 condizioni di salute mostra che, per diversi tumori, il rischio è associato alla quantità consumata e tende a crescere con l’aumentare dell’esposizione. La solidità delle prove, tuttavia, non è uguale per tutte le neoplasie.
La conclusione più importante non è che “un bicchiere di vino causa un tumore”. Sarebbe una semplificazione scorretta. Il messaggio scientifico è più preciso: non è stata individuata una quantità di alcol che possa essere considerata completamente sicura rispetto al rischio di cancro. Questa posizione è coerente anche con le indicazioni dell’OMS e dell’IARC.
Per chi beve, quindi, il concetto da ricordare è semplice: ridurre l’esposizione significa ridurre anche il rischio associato. La distinzione tra quantità consumata, rischio relativo e rischio individuale permette di leggere questi risultati senza creare allarmismi, ma anche senza sottovalutare ciò che la ricerca scientifica sta mostrando.
Redazione
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