Caldo record in Siberia: 35 °C nel Circolo Polare Artico
La Siberia è famosa per i suoi inverni estremamente rigidi, ma durante l’estate può riservare temperature sorprendenti. Nel luglio 2026, alcune aree dell’Artico russo hanno superato i 32 °C, mentre nella valle centrale del Lena, nella Siberia orientale, sono stati raggiunti oltre 35 °C il 9 e il 10 luglio. Il dato colpisce soprattutto per la latitudine alla quale è stato registrato. Il caldo record in Siberia non significa, però, che l’intero Artico stia vivendo la stessa situazione. Alcune regioni hanno infatti registrato valori inferiori alla media. Il quadro complessivo resta comunque eccezionale: secondo l’analisi di luglio 2026 di Rick Thoman dell’Alaska Center for Climate Assessment and Policy, luglio è risultato il terzo più caldo per l’Artico nella serie ERA5 dal 1950. Per capire cosa sta accadendo bisogna quindi guardare oltre il singolo termometro e osservare l’evoluzione dell’intero sistema artico.
35 °C in Siberia: quanto è eccezionale questo caldo
Superare i 30 °C in Siberia durante l’estate non è impossibile. Il clima continentale della regione può produrre forti escursioni termiche e, in determinate configurazioni atmosferiche, anche giornate molto calde. La situazione diventa però particolarmente interessante quando temperature elevate raggiungono le zone più settentrionali e si inseriscono in un contesto di anomalie persistenti.
Nel luglio 2026, l’episodio più impressionante si è verificato nella Siberia orientale. Nella valle centrale del Lena, secondo l’analisi climatica di Rick Thoman dell’Alaska Center for Climate Assessment and Policy dell’University of Alaska Fairbanks, le temperature hanno oltrepassato i 35 °C il 9 e il 10 luglio. Altri valori superiori ai 32 °C sono stati registrati nell’Artico russo, compresa la regione di Sakha. Anche Troitsko-Pechorsk, nella Russia occidentale, ha raggiunto temperature molto elevate nel corso del mese.
Il servizio meteorologico russo Rosgidromet aveva già documentato, nelle prime settimane dell’estate, condizioni insolitamente calde in diverse zone della Siberia. Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, alcune aree settentrionali del territorio di Krasnojarsk avevano raggiunto 33-34,4 °C, mentre nei primi giorni di luglio temperature di 34-35 °C erano state osservate in alcune zone dell’Altaj.

Nel luglio del 2026, oltre il 70% dell’Artico ha registrato temperature superiori alla media.
Immagine per gentile concessione di Rick Thoman, Alaska Center for Climate Assessment and Preparedness (ACCAP)
Il dato più significativo, tuttavia, non è necessariamente la singola temperatura massima. Per comprendere la portata dell’episodio bisogna considerare anche la sua distribuzione geografica. Nel mese di luglio, oltre il 70% dell’area terrestre e marina situata a nord del 60° parallelo ha registrato temperature superiori alla media climatica 1991-2020, secondo i dati ERA5 citati nell’analisi di luglio 2026.
Non tutto l’Artico ha vissuto la stessa ondata di caldo
È proprio questo uno degli aspetti che rischiano di perdersi nei titoli più sensazionalistici. Dire che “l’Artico ha raggiunto 35 °C” può far pensare che l’intera regione polare sia stata investita contemporaneamente da temperature estreme. La realtà è molto più articolata.
Nel nord del Nunavut, in Canada, alcune località hanno registrato valori inferiori alla media. Anche l’Alaska ha avuto un luglio particolarmente fresco rispetto agli ultimi anni, mentre nell’Oceano Artico, a nord delle Svalbard, le temperature sono risultate in alcuni periodi più basse della norma.
Allo stesso tempo, altre zone hanno vissuto condizioni opposte. La Baia di Hudson e il Mare di Groenlandia hanno registrato un luglio molto caldo nel confronto con la serie delle osservazioni satellitari iniziata nel 1979. Questa differenza dimostra perché gli scienziati utilizzino le anomalie termiche e le medie regionali per descrivere il clima, invece di affidarsi soltanto alla temperatura più alta misurata in una singola stazione.
Inoltre, i 35 °C del luglio 2026 non rappresentano il record assoluto di temperatura dell’Artico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha riconosciuto come record artico ufficiale i 38 °C raggiunti a Verkhoyansk il 20 giugno 2020, nella Repubblica di Sakha, a nord del Circolo Polare Artico.Record artico ufficiale della WMO: 38 °C a Verkhoyansk
Questo non ridimensiona la situazione del 2026. Al contrario, permette di interpretarla correttamente: il dato di luglio si inserisce in una sequenza di episodi di caldo estremo alle alte latitudini.

Dopo un rallentamento nel declino del ghiaccio marino artico invernale all’inizio degli anni 2020, il 2025 e il 2026 hanno visto un ritorno a una drastica diminuzione.
Fonte immagine: Università di Southampton
Perché l’Artico si sta riscaldando così rapidamente
Per capire perché una regione associata al ghiaccio possa raggiungere temperature così elevate occorre considerare il modo particolare in cui l’Artico reagisce al riscaldamento del pianeta. L’area non risponde semplicemente come una versione più fredda delle altre regioni terrestri. La presenza di neve, ghiaccio marino, oceano e permafrost crea infatti una serie di interazioni che possono amplificare le variazioni della temperatura.
Una delle più importanti riguarda l’albedo, cioè la capacità di una superficie di riflettere la radiazione solare. Neve e ghiaccio riflettono una parte consistente dell’energia ricevuta dal Sole. Quando queste superfici diminuiscono, una maggiore quantità di energia viene assorbita dall’oceano e dal terreno. Il risultato è un sistema che può accumulare più calore durante la stagione calda.
Questo meccanismo non spiega da solo ogni singolo episodio di caldo. Le condizioni meteorologiche locali, la circolazione atmosferica e la presenza di aree di alta pressione possono produrre improvvisi aumenti delle temperature. Tuttavia, il riscaldamento di fondo rende l’ambiente artico sempre più vulnerabile agli episodi estremi.
Il rapporto internazionale State of the Climate dell’American Meteorological Society ha documentato negli ultimi anni la particolare intensità del riscaldamento artico. Nel 2024, per esempio, l’Artico ha registrato il secondo anno più caldo della sua serie osservativa di 125 anni, mentre il rapporto ha evidenziato anche importanti anomalie nella copertura del ghiaccio marino.
Ghiaccio, permafrost e metano: il collegamento che preoccupa gli scienziati
Il riscaldamento dell’Artico non modifica soltanto la temperatura dell’aria. Il calore può influenzare il ghiaccio marino, il terreno permanentemente congelato e gli ecosistemi che dipendono dalle condizioni fredde.
Il permafrost contiene grandi quantità di materiale organico rimasto congelato per lunghi periodi. Quando il terreno si scongela, i microrganismi possono decomporre parte di questo materiale e produrre gas serra, tra cui anidride carbonica e metano. Quest’ultimo ha una vita atmosferica più breve rispetto alla CO₂, ma possiede un forte effetto riscaldante.
Una ricerca condotta da scienziati dell’Università di Edimburgo e dell’Accademia cinese delle scienze ha analizzato proprio l’evoluzione delle emissioni di metano in Siberia. Il lavoro, indicato dal gruppo di ricerca come accettato per la pubblicazione su Science nel 2026, collega l’aumento delle emissioni ai cambiamenti prodotti dal riscaldamento, compresi gli incendi e i processi biologici nelle aree interessate dal disgelo.
Secondo i risultati riportati nello studio, le emissioni di metano dalla Siberia sarebbero raddoppiate tra il 2010 e il 2023. Il dato è importante, ma va interpretato senza trasformarlo automaticamente nella previsione di una catastrofe climatica imminente. Gli stessi ricercatori sottolineano infatti che il contributo attuale della Siberia resta relativamente limitato rispetto alle emissioni globali.
La ricerca è stata condotta da un gruppo internazionale di scienziati, con il coinvolgimento dell’Università di Edimburgo e dell’Accademia cinese delle scienze. L’Università di Edimburgo spiega che le emissioni durante la stagione estiva sono ormai più del doppio rispetto ai livelli del 2010.
Il dato è importante, ma va interpretato senza trasformarlo automaticamente nella previsione di una catastrofe climatica imminente. Il punto centrale è un altro: se il riscaldamento favorisce condizioni che aumentano le emissioni naturali di metano, una parte del sistema climatico può contribuire a rafforzare ulteriormente il riscaldamento.

I cinque mesi di luglio più freddi nell’Artico si sono verificati tutti prima del XXI secolo; i cinque più caldi si sono verificati tutti a partire dal 2010.
Immagine per gentile concessione di Rick Thoman, Alaska Center for Climate Assessment and Preparedness (ACCAP)
Cosa ci dice davvero il caldo del luglio 2026
Il fenomeno osservato in Siberia durante l’estate 2026 non deve essere interpretato come la prova che ogni angolo dell’Artico stia diventando improvvisamente tropicale. Le differenze regionali rimangono importanti e continueranno a esistere anche in un clima che si riscalda.
Il significato dell’episodio è più ampio. Temperature superiori a 32 °C in diverse zone dell’Artico russo, picchi oltre 35 °C nella valle del Lena e un’estensione molto ampia delle anomalie positive mostrano quanto sia cambiato il contesto nel quale si verificano gli eventi meteorologici estremi.
La stessa Siberia può infatti passare rapidamente da condizioni molto calde a episodi più freschi. Rosgidromet ha documentato, a metà luglio, un netto calo delle temperature in alcune aree occidentali dopo l’arrivo di masse d’aria più fredde.
La domanda più interessante, quindi, non è se “35 °C in Siberia” siano fisicamente possibili. Lo sono. Bisogna piuttosto chiedersi perché episodi di caldo così intenso si inseriscano sempre più spesso in un Artico caratterizzato da una temperatura media in aumento.
Il record ufficiale del 2020 aiuta a mettere il dato in prospettiva. I 38 °C di Verkhoyansk furono verificati dalla WMO dopo un’analisi dettagliata delle osservazioni e delle condizioni atmosferiche. L’episodio del 2026 non supera quel record, ma conferma quanto le alte latitudini russe possano essere interessate da forti estremi termici.
Il permafrost aggiunge poi un ulteriore elemento. Il suo disgelo non è un processo uniforme né significa che tutto il terreno artico si sciolga improvvisamente. È un fenomeno complesso, influenzato dalla temperatura, dalle precipitazioni, dalla vegetazione, dagli incendi e dalle caratteristiche del suolo. Proprio per questo gli scienziati stanno cercando di capire quanto rapidamente possano cambiare i flussi di carbonio e metano nelle regioni settentrionali.
Il vero rischio è la trasformazione progressiva dell’Artico
Guardare soltanto al termometro rischia di far perdere di vista il fenomeno più importante. L’Artico è un sistema collegato: atmosfera, oceano, ghiaccio, neve, vegetazione e terreno interagiscono continuamente.
La diminuzione del ghiaccio modifica la quantità di energia solare riflessa. Con il riscaldamento del terreno, il permafrost può diventare più vulnerabile al disgelo. L’aumento degli incendi, invece, libera carbonio e altri composti e può modificare le condizioni del suolo. Le precipitazioni e la crescita della vegetazione possono a loro volta modificare il bilancio del carbonio.
Questo non significa che ogni estate calda provochi automaticamente un punto di non ritorno. Gli stessi studi sul permafrost evidenziano quanto sia difficile stabilire se il disgelo rappresenti un vero e proprio tipping point climatico oppure un processo progressivo con velocità variabile.
È però proprio questa incertezza a rendere importante osservare con attenzione ciò che sta accadendo. Il luglio 2026 mostra un Artico capace di alternare forti differenze regionali, ma inserito in un contesto di riscaldamento di lungo periodo. Le temperature estreme della Siberia sono quindi un tassello di una storia più grande, nella quale il cambiamento delle condizioni fisiche dell’Artico può avere conseguenze che vanno molto oltre le regioni polari.
Conclusione
Il caldo record in Siberia dell’estate 2026 racconta una realtà più complessa del semplice dato dei 35 °C. Alcune zone dell’Artico russo hanno raggiunto temperature eccezionalmente elevate, mentre altre regioni artiche sono rimaste sotto la media. Il valore di luglio va quindi inserito in un quadro più ampio, caratterizzato da un Artico che continua a riscaldarsi e da una crescente attenzione scientifica verso ghiaccio marino, permafrost e metano.
Non è corretto dire che i 35 °C del 2026 rappresentino il record assoluto: quel primato appartiene ancora ai 38 °C di Verkhoyansk registrati nel 2020 e riconosciuti dalla WMO. Il dato recente è importante soprattutto perché mostra come il caldo estremo continui a presentarsi alle alte latitudini. Ed è proprio la frequenza e l’ampiezza di questi cambiamenti, più del singolo record, a rendere l’evoluzione dell’Artico una delle questioni climatiche da seguire con maggiore attenzione.
Redazione
Potresti leggere anche:
Seguici anche su: Youtube | Telegram | Instagram | Facebook | Pinterest | x
