Tracce di vita su Marte, sempre più probabile: il pianeta era ricco di acqua
Per miliardi di anni Marte potrebbe aver custodito un segreto che oggi i rover stanno cercando di ricostruire centimetro dopo centimetro. Le nuove scoperte rafforzano l’ipotesi che il pianeta abbia avuto, in passato, ambienti molto più favorevoli alla vita di quanto suggerisca il suo aspetto attuale. Le tracce di vita su Marte non sono ancora state individuate, ma la presenza dell’acqua e le trasformazioni che ha lasciato nelle rocce rendono sempre più interessante la ricerca di eventuali biosignature. L’ultimo indizio arriva dalla Margin Unit, nel cratere Jezero, dove Perseverance ha analizzato rocce che conservano la testimonianza di diversi episodi di interazione con l’acqua. Il risultato sposta anche il centro della ricerca: se esistono materiali capaci di conservare una traccia della vita antica su Marte, la vera sfida sarà riuscire a portarli sulla Terra. Ed è proprio qui che entra in gioco una nuova corsa internazionale.
Marte aveva davvero un passato ricco di acqua?
Quando si parla di Marte oggi, l’immagine dominante è quella di un deserto gelido, secco e sottoposto a condizioni estreme. Il suo passato, però, racconta una storia molto diversa. Numerose osservazioni hanno mostrato che miliardi di anni fa sulla superficie del pianeta esistevano ambienti nei quali l’acqua poteva scorrere, accumularsi e interagire con le rocce.
Il cratere Jezero è uno dei luoghi più interessanti proprio per questo motivo. Perseverance è arrivato sulla superficie marziana nel febbraio 2021 con un obiettivo ambizioso: ricostruire la storia geologica dell’area e raccogliere campioni che possano aiutare a capire se l’antico ambiente fosse favorevole alla vita. Il nuovo studio pubblicato il 21 settembre 2026 su Communications Earth & Environment aggiunge un tassello importante a questa storia.
Gli autori hanno analizzato i dati ottenuti dallo strumento SuperCam del rover nella Margin Unit, una formazione situata lungo il margine interno del cratere. I risultati indicano che alcune delle rocce furono interessate da una sequenza complessa di interazioni con fluidi: prima fluidi ricchi di anidride carbonica, poi l’acqua dell’antico lago o delle falde sotterranee e infine fluidi idrotermali più caldi.
Non significa che sia stata scoperta la vita. Significa, però, che gli scienziati hanno individuato un ambiente nel quale l’acqua ha avuto un ruolo importante e ripetuto nella storia delle rocce.
La Margin Unit conserva una storia dell’acqua molto più complessa del previsto
La scoperta è particolarmente interessante perché la Margin Unit non si è comportata semplicemente come il deposito sedimentario che ci si sarebbe potuti aspettare osservando dall’orbita il margine dell’antico lago. Le analisi di Perseverance hanno invece mostrato caratteristiche compatibili con una roccia cristallina ricca di olivina, successivamente modificata dall’interazione con diversi fluidi.
Il primo episodio ricostruito dai ricercatori riguarda fluidi ricchi di anidride carbonica, da neutri ad alcalini, che avrebbero circolato all’interno della roccia. La loro azione avrebbe favorito la formazione di strutture ricche di carbonati. In seguito, l’area sarebbe entrata in contatto con l’acqua dell’antico lago di Jezero oppure con acque sotterranee capaci di modificare ulteriormente i minerali presenti.
A questo si sarebbe aggiunto un terzo episodio, più tardivo, nel quale fluidi idrotermali avrebbero attraversato fratture più giovani, depositando minerali tra cui fluorite e solfati di calcio. È proprio questa successione a rendere la Margin Unit particolarmente interessante per l’astrobiologia.
Il punto non è soltanto dimostrare che esisteva acqua liquida su Marte. Per cercare eventuali tracce biologiche bisogna capire anche per quanto tempo l’acqua sia rimasta disponibile, in quali condizioni chimiche e se le rocce abbiano avuto caratteristiche capaci di preservare eventuali biosignature.
Lo studio mostra inoltre che Perseverance ha utilizzato SuperCam per analizzare più di 185 bersagli rocciosi nella Margin Unit. Due campioni sono stati raccolti nella zona orientale della formazione proprio nell’ottica di una possibile futura missione di restituzione sulla Terra.
Ed è qui che la domanda cambia. Non si tratta più soltanto di capire se Marte ha ospitato la vita, ma di stabilire se alcune delle rocce che oggi si trovano sul pianeta possano contenere indizi abbastanza convincenti da essere studiati con strumenti molto più potenti di quelli che un rover può portare a bordo.
La ricerca delle tracce di vita passa dai campioni da riportare sulla Terra
I rover hanno trasformato il nostro modo di studiare Marte, ma esiste un limite che nessun laboratorio mobile può eliminare completamente: le dimensioni, la potenza e la complessità degli strumenti che possono essere trasportati sul pianeta sono necessariamente limitate.
Un campione raccolto da Perseverance, invece, potrebbe essere analizzato sulla Terra con apparecchiature che possono essere aggiornate, replicate e utilizzate da numerosi gruppi di ricerca. È questo il motivo per cui il ritorno dei materiali marziani rappresenta uno degli obiettivi più importanti dell’esplorazione planetaria.
La missione Mars Sample Return di NASA ed ESA era stata concepita proprio per riportare sulla Terra i campioni selezionati da Perseverance. Oggi, però, il progetto non dispone di una data di lancio definita: il Jet Propulsion Laboratory della NASA lo indica come una missione ancora proposta, con la data di lancio da stabilire.
Nel frattempo, l’Europa prepara una strada diversa. La missione ExoMars Rosalind Franklin dovrebbe partire non prima della fine del 2028 e avrà il compito di cercare direttamente nel sottosuolo marziano eventuali segnali di vita passata o presente.
Perseverance, Rosalind Franklin e Tianwen-3: la corsa ai campioni marziani
Rosalind Franklin potrebbe rappresentare una svolta perché è progettato per perforare il terreno fino a circa due metri di profondità. La missione dell’ESA, sostenuta dalla NASA con componenti e servizi essenziali, è diretta verso Oxia Planum. Si tratta di un’area scelta anche per la presenza di antichi depositi sedimentari formatisi in presenza di acqua.
Il rover non si limiterà quindi a osservare la superficie. La trivella permetterà di raggiungere materiale sotterraneo potenzialmente meglio conservato rispetto a quello esposto per lunghi periodi alle radiazioni e alle condizioni ambientali marziane. L’obiettivo è individuare eventuali biosignature, cioè caratteristiche morfologiche o chimiche compatibili con una passata attività biologica.
Nel frattempo, la Cina sta portando avanti Tianwen-3 Marte, la missione destinata a riportare campioni dal Pianeta Rosso. La CNSA prevede il lancio intorno al 2028 e il rientro dei campioni sulla Terra intorno al 2031. Il progetto comprende un lander, un modulo di ascesa, un orbiter e un sistema per il rientro sulla Terra. Tra gli obiettivi scientifici c’è anche la ricerca di potenziali tracce di vita.
Nel 2026 la CNSA ha inoltre annunciato cinque progetti selezionati per contribuire agli strumenti scientifici di Tianwen-3. Tra questi ci sono apparati destinati alla ricerca di tracce di vita e minerali contenenti acqua.
Questo rende la situazione particolarmente interessante. I campioni raccolti da Perseverance sono già sul pianeta, mentre Rosalind Franklin deve ancora raggiungere Marte e Tianwen-3 deve affrontare tutte le fasi di una missione estremamente complessa.
La prossima grande sfida, quindi, non sarà soltanto trovare una roccia interessante. Sarà riuscire a portare materiale marziano in un laboratorio terrestre.
E quando questo accadrà, la domanda sulle prove di vita su Marte potrà essere affrontata con strumenti molto più potenti di quelli disponibili direttamente sulla superficie.
Conclusione
Le nuove informazioni sulla Margin Unit non dimostrano che Marte abbia avuto una biosfera, ma rendono più dettagliata la storia di un pianeta che nel passato possedeva acqua e ambienti geologicamente molto più dinamici di quelli osservabili oggi. Le rocce analizzate da Perseverance raccontano infatti di più episodi nei quali acqua, falde sotterranee e fluidi idrotermali hanno interagito con il terreno.
È proprio questa complessità a rendere importante la ricerca di eventuali tracce biologiche. Se una forma di vita è mai esistita, alcune delle sue possibili testimonianze potrebbero essere rimaste imprigionate nei minerali o nei sedimenti più antichi.
Per scoprirlo, però, serviranno analisi sempre più sofisticate. La Cina punta a riportare campioni sulla Terra con Tianwen-3, mentre Europa e Stati Uniti continuano a sviluppare missioni destinate a esplorare e caratterizzare nuovi materiali marziani. La corsa è quindi appena entrata in una fase ancora più interessante: non si tratta soltanto di arrivare su Marte, ma di riportare a casa pezzi del suo passato.
Redazione
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