Plastic Planet: le microplastiche volano, nuotano e fanno il giro del mondo

Il Mediterraneo e le sue coste sono un hot spot della ricaduta delle microplastiche atmosferiche e marine

Secondo lo studio “Constraining the atmospheric limb of the plastic cycle”, pubblicato su PNAS da un team internazionale di ricercatori di ricercatori statunitensi guidato da Janice Brahney del Department of Watershed Sciences dell’Utah State University (USU), «Sistemi veramente grandi, come le correnti oceaniche e il tempo atmosferico, funzionano su scale davvero grandi. E lo stesso vale per i rifiuti di plastica».

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I ricercatori ricordano che «La cannuccia di plastica buttata via nel 1980 non è scomparsa; si è frammentato in pezzi troppo piccoli per essere visti e sta circolando nell’atmosfera, infiltrandosi nel suolo, nelle acque oceaniche e nell’aria. Le microplastiche sono così pervasive che ora influenzano il modo in cui le piante crescono, si diffondono nell’aria che respiriamo e permeano ecosistemi lontani. Possono essere trovate in posti diversi come il flusso sanguigno umano fino alle viscere degli insetti in Antartide».

La Brahney  sottolinea che «Capire come le microplastiche si spostano attraverso i sistemi globali è essenziale per risolvere il problema». E la nuova ricerca del suo team si concentra su come questi pezzetti di plastica invisibili entrano nell’atmosfera, per quanto tempo rimangono in aria e dove possiamo aspettarci di trovare hot spot di deposizione di microplastiche nel nostro sistema globale.

La plastica entra nell’atmosfera non dai bidoni della spazzatura o dalle discariche, come ci si potrebbe aspettare, ma da vecchi rifiuti abbandonati e degradati che si fanno strada sfruttando i grandi modelli atmosferici. Una grande fonte di microplastica atmosfera sono le strade, dove lo scorrere del traffico solleva la plastica lasciata dall’usura degli pneumatici e la lancia verso il cielo a causa della forte turbolenza causata dai veicoli. Anche le onde dell’oceano sono piene di particelle di microplastica insolubili che un tempo erano involucri di cibo, bottiglie di acqua e bevande e sacchetti di plastica. Gli scienziati statunitensi sopiegano che «Queste particelle  “legacy plastic” oscillano verso lo strato superiore dell’acqua e vengono agitate dalle onde e dal vento e catapultate in aria».

E un’altra importante fonte di emissione di microplastiche è la polvere prodotta dai campi agricoli: le materie plastiche vengono introdotte nel terreno quando vengono utilizzati fertilizzanti provenienti da attività di trattamento dei rifiuti, praticamente tutte le microplastiche che vengono dilavate con le acque reflue rimangono con i rifiuti organici dopo il processo di trattamento. Vicino ai centri urbani, anche  vento può anche un vettore per far innalzare nell’aria particelle di plastica scomposte.

Un’altra autrice dello studio, Natalie Mahowald del Department of Earth and Atmospheric Sciences, dell’Atkinson Center for Sustainability della Cornell University, sottolinea che «Una volta nell’atmosfera, la plastica potrebbe rimanere in volo fino a 6,5 ​​giorni, tempo sufficiente per attraversare un continente».

Per esempio, i modelli dello studio suggeriscono che circa 1.100 tonnellate di microplastica, definite come particelle più piccole di 0,2 pollici, attualmente turbinano negli Stati Uniti occidentali e molte rimangono in volo per quasi una settimana. Circa l’84% di quella plastica nell’aria proviene dalle strade. Un altro 11% di questi minuti frammenti petrolchimici può diffondersi dagli oceani, con la polvere dei suoli agricoli che contribuisce al restante 5%.

Il team è arrivato a queste cifre raccogliendo più di 300 campioni di plastica aerotrasportata in 11 siti in tutto il West americano e ha utilizzato quei dati per informare un modello che è poi servito a creare scenari ipotetici su come la spazzatura microscopica abbia raggiunto i siti dove è stata trovata. Oltre a identificare le potenziali fonti di inquinamento che piove dal cielo nel West Usa, lo studio suggerisce anche che queste plastiche trasportate dall’aria possono viaggiare abbastanza lontano da ricadere in Antartide in quantità significative. Studi precedenti hanno rilevato la presenza di inquinamento da plastica in alcune delle località più remote della Terra, inclusi i Pirenei francesi e la Fossa delle Marianne .

Ma i luoghi dove è più probabile che si depositino le microplastiche che ricadono dall’atmosfera è  sopra (e dentro) l’Oceano Pacifico e il Mediterraneo, ma i ricercatori avvertono che «Secondo i modelli, i continenti in realtà ricevono più plastica netta dalle fonti oceaniche inquinate di quanta ne inviano loro». Anche Stati Uniti, Europa, Medio Oriente, India e Asia orientale sono hot spot per la deposizione di microplastica a terra. Lungo le coste, le fonti oceaniche di plastica aerotrasportata sono più importanti e le più colpite sono  la costa occidentale dell’America, il Mediterraneo e l’Australia meridionale.

Le fonti di microplastiche trasportate nell’aria derivanti da polvere e agricoltura sono nell’Africa settentrionale e in Eurasia, mentre le fonti prodotte dalle strade hanno un grande impatto nelle regioni densamente popolate di tutto il mondo.

Commentando lo studio su The Guardian, Andreas Stohl, uno scienziato atmosferico dell’università di Vienna che non è stato coinvolto nella ricerca,ha detto: «Ciò che gli esseri umani stanno facendo da decenni ormai è ciò che io chiamo una “’plastificazione” del territorio e degli oceani. Lo studio conferma la natura  globale del trasporto di microplastiche nell’atmosfera e fa un buon lavoro nell’evidenziare possibilità altamente rilevanti e preoccupanti, ma sono necessari più dati di misurazione per avere un’idea migliore delle fonti. Le persone dovrebbero essere preoccupate per le microplastiche disperse nell’aria: primo,  perché lo inaleranno ed è molto probabile che questo abbia degli impatti sulla salute. Secondo, poiché l’atmosfera è un ottimo distributore, alla fine, avremo concentrazioni estremamente elevate di plastica ovunque».

La Brahney  concorda e conclude: «Questo studio è importante, ma è solo l’inizio. E’ necessario molto più lavoro su questo problema urgente per capire come i diversi ambienti potrebbero influenzare il processo. Climi umidi contro quelli secchi, regioni montuose contro pianure. Il mondo non ha rallentato la produzione o l’uso della plastica, quindi queste domande diventano più urgenti ogni anno che passa».

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