Primo microblazar della Via Lattea: il getto di particelle punta verso la Terra

Primo microblazar della Via Lattea con un buco nero che espelle getti relativistici nello spazio

A circa 12.000 anni luce dalla Terra, una fitta coltre di polvere interstellare nascondeva un sistema stellare capace di attirare l’attenzione degli astronomi. Si chiama IRAS 18293-0941 e potrebbe rappresentare la prima conferma convincente di un primo microblazar della Via Lattea, un fenomeno previsto da decenni ma mai identificato con prove altrettanto solide nella nostra Galassia. Al suo interno, un buco nero sottrae materia a una stella massiccia ed espelle parte di questo materiale attraverso getti che viaggiano a circa il 75% della velocità della luce. Il dettaglio più sorprendente riguarda proprio la loro direzione: uno dei flussi è orientato quasi direttamente verso di noi. La scoperta offre agli scienziati l’occasione di studiare da vicino questi sistemi estremi e apre nuovi interrogativi sul legame tra i getti dei buchi neri e alcune delle sorgenti di raggi gamma più energetiche osservate nello spazio.

Che cos’è un microblazar e perché la scoperta è importante

IRAS 18293-0941 non è un buco nero solitario, ma un sistema binario composto da un oggetto compatto e da una stella calda e massiccia. I due corpi orbitano attorno al proprio centro di massa e completano un giro in circa 11,38 giorni. Durante questo movimento, il buco nero cattura parte del materiale sottratto alla stella compagna. Il gas, riscaldandosi mentre si avvicina alla regione centrale, alimenta un processo che può produrre potenti getti di particelle.

I flussi vengono espulsi in direzioni opposte e raggiungono velocità prossime a quella della luce. In questo caso, le stime indicano circa tre quarti della velocità luminosa. A rendere il sistema particolarmente interessante è l’orientamento del getto rispetto alla Terra: la nostra linea di vista coincide quasi con la direzione del flusso, una geometria che influenza ciò che i telescopi riescono a osservare.

La differenza tra un microblazar e un blazar

I blazar sono sorgenti astronomiche associate a galassie lontane, alimentate da buchi neri supermassicci. Questi oggetti possono espellere getti di materia a velocità relativistiche e, quando uno dei flussi è orientato verso la Terra, la radiazione appare particolarmente intensa. Gli effetti della relatività possono infatti amplificare la luminosità osservata e rendere queste sorgenti molto interessanti per lo studio dei fenomeni ad alta energia.

I microblazar funzionano secondo un principio simile, ma su una scala diversa. Il loro motore non è un buco nero supermassiccio al centro di una galassia, bensì un sistema stellare nel quale un buco nero sottrae materia a una compagna. Il termine micro indica questa differenza di scala, non necessariamente una minore intensità dei fenomeni coinvolti.

L’esistenza di sistemi simili nella nostra Galassia era stata ipotizzata già negli anni Novanta. Trovarne uno che soddisfacesse i requisiti osservativi, però, non era stato semplice. IRAS 18293-0941 era conosciuto da tempo, ma la polvere interstellare che lo circonda ne aveva ostacolato lo studio, rendendolo quasi invisibile nelle normali osservazioni ottiche. La ricerca pubblicata nel 2026 su Astronomy & Astrophysics, intitolata A Galactic microblazar as a potential accelerator of ultra-high-energy particles, presenta il sistema come un candidato particolarmente convincente grazie alla convergenza di diverse osservazioni.

Come è stato individuato il getto e perché uno dei due resta invisibile

Per studiare un oggetto nascosto dalla polvere non basta affidarsi alla luce visibile. Gli astronomi hanno combinato osservazioni ottiche, dati raccolti nel corso degli anni e immagini radio ad alta risoluzione. Le variazioni della luminosità stellare hanno permesso di ricostruire il periodo orbitale, mentre le osservazioni radio hanno mostrato un’emissione asimmetrica, compatibile con un getto diretto quasi lungo la nostra linea di vista.

Un contributo decisivo è arrivato dalla European VLBI Network (EVN), una rete internazionale di radiotelescopi che, lavorando insieme, raggiunge una risoluzione paragonabile a quella di un’unica antenna estesa su distanze continentali. Alla campagna osservativa hanno partecipato anche le antenne italiane di Medicina e Noto. La precisione delle immagini radio ha consentito di confrontare la posizione del getto con quella della stella, determinata anche grazie ai dati del satellite Gaia. Questo confronto ha rafforzato l’ipotesi che l’emissione provenga proprio dal sistema binario e non da una sorgente lontana che si trovi casualmente nella stessa direzione.

La nube molecolare e il possibile legame con i raggi gamma

Nei sistemi che producono getti relativistici, i due flussi non appaiono necessariamente uguali. Quello rivolto verso l’osservatore può sembrare più brillante a causa degli effetti Doppler relativistici, mentre il getto opposto, che si allontana, può risultare molto più debole. Nel caso di IRAS 18293-0941, il flusso meno visibile potrebbe comunque lasciare una traccia nel materiale interstellare attraversato.

Le immagini profonde ottenute con il radiotelescopio sudafricano MeerKAT mostrano una struttura estesa, larga circa 100 anni luce, interpretata come una regione influenzata dall’interazione tra il getto e il gas circostante. In prossimità di una delle sue estremità compare un punto compatto e brillante, compatibile con una zona in cui il flusso trasferisce energia alla nube molecolare.

Nella stessa regione è stata rilevata una sorgente di raggi gamma ad altissima energia. Secondo il modello proposto dai ricercatori, il getto potrebbe accelerare protoni fino a energie straordinarie. Quando queste particelle entrano in collisione con il gas denso della nube, possono generare altre particelle che decadono producendo raggi gamma.

Questa interpretazione offre una possibile spiegazione dell’emissione osservata, ma non dimostra ancora che il sistema sia l’unica origine della radiazione rilevata. Il collegamento dovrà essere approfondito con ulteriori osservazioni. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della ricerca: capire come i getti trasferiscano energia all’ambiente galattico e contribuiscano ad accelerare particelle fino a livelli difficili da riprodurre nei laboratori terrestri.

Conclusione

IRAS 18293-0941 offre agli astronomi un’occasione rara per studiare da vicino un sistema capace di produrre getti relativistici, uno dei quali è orientato quasi direttamente verso la Terra. La scoperta non indica un pericolo concreto per il nostro pianeta: questa particolare geometria è soprattutto un vantaggio per gli scienziati, che possono osservare meglio alcuni aspetti del fenomeno.

La questione ancora più interessante riguarda ciò che accade quando il getto incontra il gas interstellare e trasferisce energia alle particelle. Se le future osservazioni confermeranno il collegamento con la sorgente di raggi gamma, il sistema potrebbe aiutare a chiarire il ruolo di questi oggetti nella produzione di radiazione ad altissima energia. Una ricerca iniziata decenni fa trova così un candidato promettente, destinato a essere studiato ancora a lungo.

Redazione

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