DNA del Bigfoot: il 58,5% di DNA Neanderthal è davvero una prova?
La storia del Bigfoot torna al centro dell’attenzione dopo una nuova e clamorosa dichiarazione arrivata dagli Stati Uniti. Charles “Snake” Stuart, un cacciatore che sostiene di aver recuperato nel 2024 i resti di una creatura sconosciuta sui monti Adirondack, afferma di avere finalmente una prova genetica del Sasquatch. Secondo Stuart, il campione analizzato avrebbe mostrato una composizione del 58,5% riconducibile a Neanderthal o Denisoviani e del 41,5% a Homo sapiens. Se il dato fosse autentico e verificato, avrebbe conseguenze enormi per la storia dell’evoluzione umana. Il problema è proprio questo: DNA del Bigfoot non è stato sottoposto a una verifica indipendente. Soprattutto, Cornell University ha negato di aver effettuato l’analisi genetica attribuita al proprio laboratorio. La domanda, quindi, non è soltanto se il Bigfoot esista, ma quanto siano solide le prove presentate questa volta.
Il presunto DNA del Bigfoot e i resti chiamati “Dack”
Charles “Snake” Stuart sostiene di aver trovato nell’ottobre 2024 i resti di una creatura alta circa otto piedi, cioè poco più di 2,4 metri, nelle montagne Adirondack, nello Stato di New York. L’uomo ha chiamato l’esemplare “Dack” e lo ha successivamente mostrato al pubblico, trasformando il ritrovamento in uno dei casi più discussi dell’attuale panorama della criptozoologia.
Secondo la ricostruzione diffusa da Stuart, la scoperta sarebbe avvenuta durante una permanenza nell’area selvaggia degli Adirondack. Il presunto esemplare avrebbe avuto un peso di circa 300 libbre, equivalenti a poco più di 136 chilogrammi. Nel 2025 i resti sono stati portati alla Great New York State Fair, attirando l’attenzione del pubblico. La vicenda dovrebbe proseguire con una nuova esposizione di Dack alla New York State Fair dal 26 agosto al 7 settembre 2026, secondo quanto annunciato dagli organizzatori della mostra.
La parte più sorprendente della storia è arrivata però con la presunta analisi genetica. Stuart ha dichiarato di aver sottoposto materiale biologico attribuito a Dack a un laboratorio collegato alla Cornell University. Il risultato che sostiene di aver ricevuto sarebbe composto per il 58,5% da DNA riconducibile a Neanderthal o Denisoviani e per il restante 41,5% da DNA umano. La stessa percentuale è stata riportata da diverse testate, tra cui WDIV/ClickOnDetroit, che ha raccolto le dichiarazioni di Stuart.
Una composizione del genere, naturalmente, non dimostrerebbe soltanto l’esistenza di un animale sconosciuto. Aprirebbe una questione molto più grande sull’evoluzione degli ominini e sulla possibile sopravvivenza di una popolazione umana arcaica fino all’epoca moderna.
Prima di arrivare a conclusioni così straordinarie bisogna però affrontare il problema fondamentale: chi ha realmente eseguito il test?
Cosa dice davvero il presunto test genetico
Il numero del 58,5% ha avuto un ruolo centrale nella diffusione della storia perché restituisce alla vicenda un’apparenza estremamente precisa. Una percentuale espressa con un dettaglio simile può sembrare il risultato di una sofisticata analisi genetica. Da sola, però, non permette di stabilire né l’identità di un organismo né l’affidabilità del campione.
Stuart ha raccontato di avere inviato materiale biologico, compresi sangue, peli e materiale fecale, e ha collegato i risultati a un laboratorio di Cornell. Le sue dichiarazioni sono state riprese da diverse testate, tra cui il New York Post, che ha ricostruito la vicenda e riportato la versione del cacciatore.
Il punto decisivo è che il presunto risultato non è accompagnato, almeno pubblicamente, da una documentazione scientifica completa che consenta a ricercatori indipendenti di ripetere l’analisi. Non basta quindi sapere che un campione avrebbe prodotto una determinata percentuale. Per valutare seriamente una scoperta genetica servono informazioni sul materiale analizzato, sui metodi utilizzati, sulla qualità del DNA, sui controlli contro la contaminazione, sui dati ottenuti dal sequenziamento e sulla modalità con cui è stata determinata l’origine delle sequenze.
C’è inoltre una differenza importante tra dire che una sequenza genetica presenta somiglianze con materiale neandertaliano e affermare che un organismo è composto per il 58,5% da DNA di Neanderthal. Sono conclusioni molto diverse e richiederebbero dati estremamente solidi per essere sostenute.
La vicenda diventa ancora più problematica perché la presunta analisi viene attribuita a Cornell University, un’istituzione scientifica di grande prestigio, ma l’università ha negato di aver eseguito il test o prodotto il rapporto mostrato da Stuart. La posizione dell’ateneo è stata riportata il 2 agosto 2026 dal New York Post e successivamente da altre testate. Il risultato, dunque, deve essere considerato per quello che è: una dichiarazione di Stuart ancora priva di una verifica scientifica indipendente.
Cornell smentisce l’analisi: il caso Bigfoot entra nella fase decisiva
La controversia è cambiata radicalmente quando Cornell University ha negato di aver eseguito l’analisi genetica attribuita al proprio laboratorio e di aver prodotto il documento mostrato come prova da Stuart. L’università ha dichiarato che non ha condotto alcun test per conto del cacciatore e che i documenti pubblicati sul suo sito come provenienti da Cornell non sono prodotti dell’ateneo.
Stuart non ha accettato la versione dell’università. Al contrario, ha accusato Cornell di mentire e di voler impedire la diffusione della sua presunta scoperta. Il cacciatore sostiene inoltre di voler presentare ulteriori elementi, compreso il possibile intervento di una persona che avrebbe lavorato in laboratorio e che potrebbe confermare la sua versione dei fatti. Al momento, però, queste affermazioni non costituiscono una verifica indipendente.
Questo passaggio è fondamentale anche per capire come leggere correttamente la notizia. Non siamo davanti a una scoperta scientifica confermata e successivamente contestata da alcuni scettici. Siamo davanti a una presunta analisi genetica la cui attribuzione al laboratorio di Cornell è stata negata dall’università.
Il caso, quindi, resta aperto soltanto sul piano delle dichiarazioni. Per trasformarlo in una scoperta scientifica servirebbero prove accessibili e verificabili da altri ricercatori.
Perché una vera prova del Bigfoot dovrebbe essere molto più difficile da contestare
Se Dack fosse realmente il primo esemplare di Bigfoot documentato dalla scienza, la scoperta avrebbe un’importanza tale da richiedere una documentazione straordinariamente solida. Non sarebbe sufficiente un rapporto mostrato online o la testimonianza di chi ha recuperato i resti.
Un risultato di questa portata dovrebbe poter essere esaminato da laboratori indipendenti. Sarebbe necessario conoscere con precisione la provenienza del campione, documentarne la conservazione e la cosiddetta catena di custodia, cioè il percorso seguito dal materiale dal momento del ritrovamento fino all’analisi. Sarebbe poi essenziale rendere disponibili i dati genetici necessari per consentire ad altri specialisti di verificare le conclusioni.
Esiste già un precedente interessante. Nel 2014 un gruppo di ricercatori pubblicò sulla rivista Proceedings of the Royal Society B un’analisi genetica sistematica di 30 campioni di peli attribuiti a Yeti, Bigfoot e altri primati anomali. Dopo le procedure di decontaminazione e il sequenziamento del DNA mitocondriale, i campioni furono ricondotti a mammiferi conosciuti; due campioni himalayani risultarono geneticamente vicini a un antico orso polare.
Lo studio non dimostrò che ogni racconto sul Bigfoot fosse falso, ma non fornì alcuna prova genetica dell’esistenza di un primate sconosciuto. Al contrario, la ricerca mostrò quanto sia importante identificare con precisione l’origine dei campioni prima di attribuirli a una specie misteriosa.
È proprio questo il punto che distingue una suggestiva dichiarazione da una prova scientifica. Se il materiale di Dack fosse realmente eccezionale, altri laboratori dovrebbero poterlo analizzare e ottenere risultati compatibili.
Lo stesso principio vale per la celebre pellicola Patterson-Gimlin del 1967. Roger Patterson e Bob Gimlin ripresero a Bluff Creek, in California, una figura bipede che secondo loro era un Bigfoot. Il filmato continua a essere studiato e discusso, ma non ha fornito una dimostrazione scientifica definitiva dell’esistenza di una nuova specie.
Per questo motivo, oggi la domanda più corretta non è “abbiamo finalmente trovato il Bigfoot?”, ma “abbiamo una prova che altri ricercatori possano verificare?”. Finché la risposta sarà negativa, la storia di Dack resterà una presunta scoperta, non una conferma dell’esistenza del Sasquatch.
Conclusione
La vicenda di Dack è senza dubbio una delle storie più curiose legate al Bigfoot degli ultimi anni. Charles “Snake” Stuart sostiene di aver trovato un esemplare reale e attribuisce a un’analisi genetica risultati straordinari, con una presunta componente neandertaliana o denisoviana del 58,5%. Ma proprio il collegamento con Cornell University, inizialmente utilizzato per rafforzare la credibilità della storia, è diventato il principale punto di rottura dopo la smentita dell’ateneo.
Al momento non esiste quindi una conferma scientifica indipendente che permetta di affermare che quei resti appartengano al Bigfoot. La storia potrebbe cambiare se Stuart rendesse disponibili campioni, dati genetici e documentazione verificabile e se laboratori indipendenti ottenessero gli stessi risultati. Fino ad allora, la presunta scoperta genetica rimane un’affermazione straordinaria in attesa di una prova altrettanto straordinaria.
Redazione
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