Scoperta nei fondali del Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche mai trovata in mare

Fino a 1,9 milioni di frammenti in un metro quadrato. Gli hotspot di microplastiche sono formati dalle correnti di profondità

Lo studio “Seafloor microplastic hotspots controlled by deep-sea circulation”, pubblicato su Science da un team di ricercatori britannici delle università di Manchester e Durham e del National Oceanography Centre, tedeschi dell’università di Brema e francesi dell’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer (Ifremer),  conferma e, purtroppo, aggrava i dati sull’inquinamento da microplastiche del mediterraneo, e del mar tirreno in particolare, dei quali già disponevamo grazie a numerosi studi e spedizioni di ricerca. Lo studio si è concentrato sugli hotspot di microplastiche nei fondali marini, cioè nelle zone dove, o portato dalle correnti di profondità, si accumula la maggior parte delle plastiche che finiscono nell’oceano.

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All’Infremer ricordano che «Più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti plastici vengono gettate negli oceani ogni anno. Se i rifiuti galleggianti sono oggi molto studiati, la loro massa totale rappresenta meno dell’15 della plastica presente negli oceani del mondo. Gli scienziati suppongono che il 995 mancante si trovi nelle profondità degli oceani, ma finora non sapevano dove si trovasse esattamente.

Il team ha raccolto campioni di sedimenti sul fondo del Mar Tirreno, al largo delle coste italiane, basandosi, per selezionare le aree,  su modelli calibrati delle correnti marine profonde e su una cartografia dettagliata del fondale marino. In laboratorio, le plastiche sono state separate dai sedimenti, contate al microscopio, poi analizzate allo spettroscopio agli infrarossi per determinare le diverse tipologia di plastiche. Grazie a queste informazioni il team di ricercatori ha potuto dimostrare come le correnti controllano la ripartizione delle microplastiche sui fondali marini ma ha anche rilevato «I livelli di microplastiche più elevati mai registrati sul fondo marino, con fin a 1,9 milioni di frammenti su una superficie di un solo m2».

Il principale autore dello studio, Ian Kane dell’università di Manchester spiega che «praticamente tutti hanno sentito parlare dei tristemente noti “vortici di rifiuti” di plastica che galleggiano nell’oceano, ma siamo rimasti scioccati  dalle forti concentrazioni di microplastiche che abbiamo trovato nei fondali marini- Abbiamo scoperto che le microplastiche non sono ripartite uniformemente nella zona di studio, ma che vengono distribuite da potenti correnti di fondo che le concentrano in certe zone».

Infatti, la ricerca pubblicata su Science dimostra come le correnti trasportino i minuscoli frammenti di plastica sul fondo marino e gli scienziati evidenziano che «queste correnti possono concentrare le microplastiche in enormi zone di accumulo dei sedimenti» che hanno chiamato hotspot di microplastiche, evidenziando che «questi hotspot sembrano essere gli equivalenti di profondità di quelle che vengono chiamati “garbage patches”, le zone di accumulo della plastica formate delle correnti in superficie.

Le microplastiche trovate sui fondali marini sono costituite principalmente da fibre provenienti dai vestiti e da altri prodotti tessili. All’infremer spiegano ancora che «queste fibre non vengono filtrate efficacemente negli impianti di depurazione e penetrano facilmente nei fiumi e negli oceani». Una volt ache le microplastiche raggiungono il mare si aprono due scenari.  «sia che si depositino lentamente, sia che vengano trasportate rapidamente dalle correnti di potenti “valanghe” sottomarine  che discendono attraverso dei canyons sottomarini fino al fondo (come spiegato u in un precedente studio dello stesso team su Environmental Science & Technology). Una volta in profondità, le microplastiche sono facilmente catturate e trasportate dalle “correnti di fondo” che possono concentrare le fibre e i frammenti nei grandi in dei grandi banche sedimentari».

Il problema è che, grazie al fenomeno dell’upwelling, queste correnti di profondità trasportano acqua ricca di ossigeno e di nutrimenti e i ricercatori fanno notare che «Questo significa che gli hotspot di microplastiche dei fondali marini possono anche ospitare delle importanti comunità biologiche  in grado di consumare e assorbire le microplastiche. Questo studio rivela per la prima volta il legame diretto che esiste tra il comportamento delle correnti di fondo e le concentrazioni di microplastiche dei fondali marini. Questi risultati aiuteranno a prevedere la costituzione di altri hotspot  di microplastiche  a grande profondità e orienteranno così la ricerca sull’impatto delle microplastiche sulla vita marina.

Uno dei principali autori, Mike Clare del National Oceanography Centre britannico,  è convinto che «il nostro studio dimostra come degli studi dettagliati delle correnti del fondo marino possono aiutarci a scoprire le vie di trasporto delle microplastiche in profondità e a trovare le microplastiche “mancanti”. E’ necessaria una migliore comprensione per orientare le azioni future con l’obiettivo di limitare all’afflusso di plastica nei grandi fondali marini e di minimizzare i loro impatti sugli ecosistemi oceanici».

Pierre Garreau, modellizzatore in oceanografia fisica e responsabile del Laboratoire Océan Côtier dell’Ifremer, aggiunge: «Grazie al nostro modello di simulazione fine delle correnti profonde sviluppato all’Ifremer, abbiamo dimostrato in questo studio che una gran parte delle microplastiche è trasportato da queste correnti prima di depositarsi su dei banchi di sedimenti (chiamati contourites) ai piedi delle pendici sottomarina. Questo prima non era evidente per nessuno. Molti immaginano che le microplastiche si depositino in maniera abbastanza omogenea sui fondali oceanici o che transitino dai  canyon sottomarini. Questi risultati aiuteranno gli specialisti ambientali a sapere dove cercare le microplastiche in mare in maniera più precisa grazie a questo modello. E’ anche un’indicazione per i geologi: la forte concentrazione di microplastiche nelle contourites indica che la loro formazione è ancora attiva».

Florian Pohl, dell’Università di Durham, conclude:  «E’ un peccato, ma la plastica è diventata un nuovo tipo di particella di sedimento, che viene distribuita sul fondo del mare insieme a sabbia, fango e sostanze nutritive. Pertanto, i processi di trasporto dei sedimenti come le correnti del fondo marino concentreranno le particelle di plastica in determinate aree sul fondo del mare, come dimostrato dalla nostra ricerca».

Fonte:www.greenreport.it

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