Carne di squalo: come riconoscerla al supermercato (e i nomi con cui viene venduta)
Ti è mai capitato di acquistare del palombo o della verdesca senza farti troppe domande? Potresti aver mangiato carne di squalo senza esserne consapevole. In Italia, infatti, diverse specie di squalo vengono commercializzate legalmente con denominazioni che molti consumatori non associano a questi grandi predatori marini. Sapere carne di squalo come riconoscerla è il primo passo per fare acquisti più informati e scegliere con maggiore consapevolezza ciò che finisce nel piatto. Il tema non riguarda soltanto le abitudini alimentari, ma anche la tutela della biodiversità marina, considerando che molte specie sono in forte declino a causa della pesca intensiva. Imparare a leggere correttamente le etichette e conoscere i nomi commerciali più diffusi permette di evitare acquisti inconsapevoli e comprendere meglio l’impatto delle proprie scelte quotidiane.
Perché la carne di squalo arriva sulle tavole italiane senza che ce ne accorgiamo
Quando si pensa agli squali, è naturale immaginarli negli oceani e non certo sul banco del pesce. Eppure la loro carne è presente da anni nel mercato ittico italiano ed è perfettamente legale. La particolarità è che raramente viene venduta con la parola “squalo” ben visibile. Al suo posto compaiono denominazioni commerciali ormai familiari agli addetti del settore, come verdesca, palombo, gattuccio, spinarolo e smeriglio.
È proprio questo dettaglio a generare gran parte della confusione. Uno studio pubblicato sulla rivista Marine Policy ha evidenziato che il 64% degli italiani non sa che la carne di squalo sia regolarmente in vendita nei supermercati e nei ristoranti. Ancora più significativo è un altro dato: sebbene il 93% degli intervistati sia convinto di non averla mai acquistata, quasi tre persone su dieci l’hanno consumata senza rendersene conto.
L’Italia rappresenta inoltre uno dei principali mercati europei per questo prodotto. Negli ultimi anni il nostro Paese ha importato oltre 43.000 tonnellate di carne di squalo, proveniente soprattutto da Spagna e Francia, confermandosi tra i maggiori importatori a livello mondiale.
Dietro questi numeri si nasconde un aspetto spesso trascurato. Gli squali sono predatori apicali, indispensabili per mantenere l’equilibrio degli ecosistemi marini. Regolano le popolazioni di numerose specie e contribuiscono indirettamente alla salute degli oceani, fondamentali anche per l’assorbimento del carbonio atmosferico. Il WWF ricorda da tempo che la loro progressiva diminuzione può compromettere l’intero equilibrio della biodiversità marina.
I nomi commerciali che possono nascondere uno squalo
Per il consumatore la vera difficoltà non è evitare questo prodotto, ma riconoscerlo. Tutto nasce dalle denominazioni commerciali autorizzate, che raramente richiamano l’immagine dello squalo.
La verdesca corrisponde alla specie Prionace glauca, uno degli squali più pescati al mondo. Il palombo identifica Mustelus mustelus, mentre il gattuccio è il nome commerciale di Scyliorhinus canicula. Lo spinarolo appartiene alla specie Squalus acanthias e lo smeriglio corrisponde a Lamna nasus. Per chi non conosce questi nomi è quasi impossibile capire che si tratta di squali.
Molte di queste specie figurano tra quelle vulnerabili oppure mostrano popolazioni in costante diminuzione secondo la Lista Rossa della IUCN. Per questo numerose organizzazioni ambientaliste invitano a limitarne il consumo e a preferire specie provenienti da filiere sostenibili.
A contribuire alla diffusione del tema è stato anche il documentario #SharkPreyed, realizzato dai fratelli Spinelli, che mostra come questi animali finiscano spesso sulle tavole dei consumatori senza che questi ne siano realmente consapevoli.
Conoscere queste denominazioni rappresenta già una forma di tutela. Quando si acquista pesce fresco o confezionato è sempre consigliabile verificare la denominazione commerciale e il nome scientifico, così da sapere con precisione quale specie si sta portando a casa.
Come evitare di acquistare carne di squalo e leggere correttamente le etichette
La normativa europea sull’etichettatura dei prodotti ittici mette a disposizione dei consumatori diversi strumenti utili per identificare la specie acquistata. Il problema è che queste informazioni vengono spesso ignorate oppure risultano poco intuitive.
Per capire davvero quale pesce si sta comprando è importante controllare il nome commerciale e quello scientifico riportati sulla confezione. Accanto a questi dati sono normalmente presenti anche la zona FAO di cattura, il metodo di produzione e l’attrezzo utilizzato per la pesca. Informazioni preziose che consentono di effettuare una scelta più trasparente.
Nel caso del pesce venduto sfuso è sempre opportuno verificare che il cartellino riporti chiaramente questi elementi. Se le indicazioni risultano incomplete o poco leggibili, vale la pena chiedere chiarimenti al rivenditore prima dell’acquisto.
Prendere questa semplice abitudine non aiuta soltanto a evitare acquisti inconsapevoli, ma consente anche di premiare le filiere che investono nella tracciabilità e nella sostenibilità.
Carne di squalo anche nel pet food: cosa ha scoperto la ricerca
La questione della tracciabilità non riguarda soltanto l’alimentazione umana. Uno studio condotto dal Yale-NUS College di Singapore e pubblicato sulla rivista Frontiers in Marine Science ha acceso i riflettori anche sul settore degli alimenti destinati agli animali domestici.
I ricercatori hanno analizzato 45 prodotti appartenenti a 16 marchi differenti attraverso test sul DNA. Circa un terzo dei campioni conteneva materiale genetico riconducibile a specie di squalo. Tra quelle individuate figuravano la verdesca (Prionace glauca), lo squalo seta (Carcharhinus falciformis) e lo squalo pinna bianca (Triaenodon obesus), alcune delle quali classificate come vulnerabili dalla IUCN.
È importante precisare che lo studio ha riguardato esclusivamente prodotti acquistati a Singapore e che i marchi coinvolti non sono stati resi pubblici. Non è quindi possibile stabilire se gli stessi alimenti siano presenti anche sul mercato italiano. La ricerca, tuttavia, mette in evidenza un problema più ampio: la scarsa trasparenza delle etichette.
Nella maggior parte dei casi gli ingredienti riportavano definizioni molto generiche, come “pesce bianco” oppure “pesce dell’oceano”, senza specificare la specie realmente utilizzata. Secondo gli autori dello studio, questa mancanza di precisione rende difficile per i consumatori compiere scelte davvero informate.
Anche per il pet food, quindi, leggere con attenzione gli ingredienti e preferire aziende che indicano chiaramente la provenienza delle materie prime rappresenta un piccolo gesto capace di favorire una maggiore trasparenza lungo tutta la filiera.
Conclusione
Conoscere i nomi con cui viene commercializzata la carne di squalo permette di fare acquisti più consapevoli e di evitare sorprese al momento della spesa. Leggere attentamente l’etichetta, verificare il nome scientifico e controllare la provenienza del pesce sono gesti semplici, ma possono fare la differenza. In un mercato in cui molti consumatori ignorano ancora la presenza degli squali tra i prodotti ittici più comuni, informarsi significa scegliere con maggiore consapevolezza e contribuire, nel proprio piccolo, alla tutela della biodiversità marina.
Redazione
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