Mammut macellato in Germania durante l’era glaciale: il mistero dei resti trovati in una terra senza uomini
La scoperta di un mammut macellato in Germania sta attirando l’attenzione della comunità scientifica internazionale per una ragione ben precisa: secondo le conoscenze attuali, nel periodo in cui l’animale venne lavorato dall’uomo quella regione avrebbe dovuto essere quasi completamente disabitata. I resti del mammut lanoso, rinvenuti in Baviera, mostrano infatti evidenti tracce di lavorazione umana, ma risalgono a un’epoca in cui gran parte dell’Europa centrale era stata abbandonata a causa delle condizioni climatiche estreme che precedettero l’Ultimo Massimo Glaciale. La scoperta si è quindi trasformata in un vero enigma archeologico. Chi si nutrì dell’animale? Da dove provenivano queste persone? E perché non esistono altre testimonianze della loro presenza? Le risposte potrebbero contribuire a chiarire gli ultimi capitoli della presenza umana in una delle fasi più dure dell’era glaciale.
Il ritrovamento del mammut che sta sorprendendo gli archeologi
Tra 26.900 e 25.300 anni fa, nel territorio che oggi corrisponde alla Baviera, un giovane mammut lanoso non ancora completamente maturo finì al centro di una vicenda che continua a interrogare gli studiosi. I suoi resti sono stati scoperti nel 2020 nei pressi del villaggio di Taimering, vicino a Ratisbona, durante alcuni lavori edilizi. Le ossa si trovavano all’interno di sedimenti appartenenti a un antico canale fluviale del Pleistocene superiore.
Il ritrovamento comprende circa settanta ossa e una zanna lunga quasi due metri e mezzo. A rendere eccezionale la scoperta non è soltanto la rarità di reperti simili nella Germania meridionale, ma soprattutto le numerose tracce lasciate dall’attività umana. Le analisi hanno evidenziato tagli a forma di V, incisioni parallele e altri segni compatibili con una macellazione eseguita in modo accurato e intenzionale.
Gli studiosi sottolineano inoltre l’assenza totale di tracce riconducibili a predatori carnivori. Nessun morso, nessuna scheggiatura provocata da animali in cerca di cibo. Tutti gli indizi conducono verso un intervento umano diretto. Una costola presenta addirittura una quantità così elevata di piccoli tagli che i ricercatori ipotizzano possa essere stata utilizzata come una sorta di tagliere durante la lavorazione della carcassa.
A ricostruire questo affascinante caso è stato un gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Kerstin Pasda dell’Istituto di Archeologia Pre e Protostorica dell’Università Friedrich-Alexander, in collaborazione con specialisti della Ludwig-Maximilians-Universität München, dell’Università di Colonia, dell’Università di Augusta e dell’Ufficio statale bavarese per la tutela dei monumenti.
Perché il mammut trovato in Germania è considerato un vero mistero
Se i segni della lavorazione umana appaiono inequivocabili, il contesto in cui è stato rinvenuto l’animale rende il caso particolarmente enigmatico. Non a caso gli archeologi parlano di un vero e proprio “cold case” dell’era glaciale.
La datazione al radiocarbonio effettuata su diverse ossa, soprattutto sulle costole, ha stabilito che l’animale morì tra 26.900 e 25.300 anni fa. Non è possibile sapere con certezza se venne cacciato oppure se fosse già morto quando fu individuato dagli esseri umani. Ciò che appare evidente è che qualcuno lavorò accuratamente la carcassa per ricavarne nutrimento.
Ed è proprio qui che emerge il problema principale. Secondo le evidenze archeologiche disponibili, in quel periodo gran parte dell’Europa centrale e occidentale era stata abbandonata dall’uomo. Già circa 29.000 anni fa le testimonianze della presenza umana nelle aree oggi occupate dalla Germania e dai territori limitrofi iniziarono a scomparire quasi completamente. Per migliaia di anni non si registrano infatti insediamenti significativi o attività continuative.
A rendere ancora più complesso il quadro è il fatto che nell’area del ritrovamento non siano emerse tracce di accampamenti, strumenti litici o altri reperti associabili alle persone che avrebbero lavorato l’animale. Le testimonianze archeologiche riferibili a quel periodo in Baviera risultano estremamente rare, rendendo difficile identificare chi fossero gli autori di questa attività.
Secondo gli studiosi, l’ipotesi più plausibile è che il sito sia stato frequentato da piccoli gruppi umani di passaggio provenienti dall’Europa orientale, dove alcune popolazioni erano ancora presenti. Potrebbero essere stati gli ultimi rappresentanti della cultura gravettiana ad aver attraversato queste terre prima che il clima diventasse troppo rigido anche per loro.
L’era glaciale e la scomparsa degli esseri umani dall’Europa centrale
Per comprendere la portata di questa scoperta è necessario osservare il contesto climatico dell’epoca. L’animale visse durante il Gravettiano, una fase del Paleolitico superiore immediatamente precedente all’Ultimo Massimo Glaciale, conosciuto dagli studiosi con l’acronimo inglese LGM (Last Glacial Maximum).
Questo periodo, compreso tra circa 26.500 e 19.000 anni fa, rappresenta la fase più fredda dell’ultima era glaciale. Enormi calotte di ghiaccio occupavano vaste aree dell’emisfero settentrionale. La piattaforma fennoscandiana si estendeva sulla Scandinavia, sul Mar Baltico e su parte dei territori dell’attuale Germania e Polonia. In Nord America il ghiaccio copriva gran parte del Canada e porzioni degli Stati Uniti. Anche in Italia i ghiacciai alpini arrivavano fino alla Pianura Padana.
Le temperature medie globali risultavano fino a dieci gradi inferiori rispetto a quelle moderne. In Europa centrale e occidentale, durante l’inverno, si registravano valori medi persino venticinque gradi più bassi rispetto a quelli odierni. Il continente appariva come un ambiente ostile e selvaggio, difficile da abitare e quasi impossibile da sfruttare stabilmente.
Queste condizioni provocarono una drastica riduzione delle popolazioni umane. Molti gruppi si spostarono verso regioni più favorevoli, soprattutto nella Penisola Iberica, in Italia e nelle aree orientali del continente. Secondo le stime riportate dagli autori dello studio, l’intera Europa occidentale e centrale potrebbe aver ospitato appena un migliaio di persone, una situazione che portò la specie umana molto vicino all’estinzione regionale.
Le ipotesi degli scienziati sugli ultimi gruppi umani della Baviera
Proprio in questo scenario estremo assume un’importanza particolare il ritrovamento. Gli studiosi ritengono infatti che possa rappresentare una delle ultime testimonianze dell’occupazione tardo-gravettiana della Baviera prima della completa scomparsa degli insediamenti umani causata dall’avanzata dell’Ultimo Massimo Glaciale.
La coautrice dello studio Gertrud Rößner ha evidenziato in un comunicato stampa come i resti scheletrici di mammut siano estremamente rari in queste regioni e come la maggior parte delle scoperte provenga abitualmente da aree molto più orientali dell’Eurasia. Andreas Maier e Thorsten Uthmeier hanno inoltre ricordato che esistono pochissime prove di attività umana in Baviera durante il periodo di massima espansione dei ghiacci, poiché le comunità di cacciatori-raccoglitori si erano ritirate verso sud e verso est.
L’assenza di accampamenti e strumenti rende impossibile attribuire con certezza la macellazione a uno specifico gruppo umano. Tuttavia, secondo i ricercatori, le persone che lavorarono l’animale potrebbero essere appartenute a comunità orientali in movimento, forse durante una delle ultime incursioni in queste regioni prima dell’abbandono definitivo.
Nell’abstract dello studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Archaeological Science: Reports gli autori definiscono la scoperta come la prova più recente di una presenza tardo-gravettiana di carattere orientale in Baviera prima della scomparsa degli insediamenti durante l’Ultimo Massimo Glaciale.
Conclusione
Il caso del mammut macellato in Germania rappresenta uno dei misteri archeologici più affascinanti degli ultimi anni. I segni lasciati sulle ossa dimostrano con chiarezza l’intervento umano, ma il contesto storico e climatico suggerisce che quelle terre fossero ormai quasi prive di abitanti. Questo apparente paradosso trasforma il ritrovamento in una preziosa finestra su uno dei periodi più difficili della storia umana. Gli studiosi continuano a cercare risposte, ma per il momento il mammut della Baviera resta un autentico “cold case” dell’era glaciale, capace di raccontare quanto fossero complesse le migrazioni e le strategie di sopravvivenza dei nostri antenati in un mondo dominato dal ghiaccio.
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