Sotto al permafrost siberiano c’è una bomba di metano che può far esplodere la crisi climatica

L’ondata di calore estremo che lo scorso anno ha colpito la Siberia ha fatto sciogliere gli strati di permafrost liberando enormi quantità di metano in atmosfera, un gas dall’elevatissimo effetto serra. Le concentrazioni anomale sono state rilevate a ridosso di depositi calcarei, dove il metano è intrappolato in idrati di gas altamente esplosivi. Gli scienziati temono un ulteriore aggravamento dell’emergenza climatica.

Il motore dei cambiamenti climatici è rappresentato dalle emissioni di anidride carbonica (CO2), il principale dei gas a effetto serra rilasciati dalle attività umane. In parole semplici, accumulandosi nell’atmosfera la CO2 determina il riscaldamento del pianeta, aumentando a tal punto la temperatura – rispetto all’epoca preindustriale – da stravolgere gli equilibri climatici e biologici, con effetti catastrofici sull’ambiente, sulla biodiversità e anche sulla nostra stessa sopravvivenza. Non a caso, se continueremo a pompare questo gas senza limiti si arriverà a un punto di non ritorno – molto prossimo, secondo diversi studi – e l’umanità andrà incontro a “sofferenze indicibili”. A preoccupare gli scienziati, tuttavia, non vi sono soltanto le emissioni di CO2 di origine antropica. Sotto il permafrost siberiano, e in particolar modo sotto quello delle zone umide, vi sono infatti enormi depositi di gas metano, che proprio a causa del riscaldamento globale – in grado di sciogliere anche il “ghiaccio perenne” – potrebbero essere liberati in atmosfera, accelerando ulteriormente l’emergenza climatica.

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Fino ad oggi si riteneva che le principali riserve di metano “pronte a esplodere” – decine di gigatonnellate di carbonio – si trovassero proprio al di sotto del permafrost delle zone umide, tuttavia un nuovo studio ha rilevato un insolito aumento nelle concentrazioni di questo gas in aree della Siberia ricche di rocce calcaree. Gli aumenti sono stati identificati in associazione a due grandi depositi di carbonati paleozoici, siti nei pressi dei confini meridionali e settentrionali del bacino Yenisey-Khatanga, noto per la sua ricchezza di idrocarburi. A partire dalla scorsa estate le concentrazioni di metano rilevate da sensori satellitari sono aumentare del 5 percento, continuano ad aumentare fino alla primavera del 2021, nonostante l’inverno avesse nuovamente ricoperto le rocce di neve e ghiaccio. Lo scorso anno la Siberia fu colpita da devastanti incidenti e da ondate di calore senza precedenti, con un aumento delle temperature fino a 20° C superiori rispetto alla media storica del periodo. Basti pensare che nella città di Verchojansk, sita nella Repubblica autonoma della Sacha-Jacuzia nei pressi del Circolo Polare Artico, sabato 20 giugno 2020 la colonnina di mercurio raggiunse il valore record di 38°C.

Secondo il team internazionale di esperti che ha condotto lo studio, il caldo anomalo della scorsa estate non ha sprigionato il gas metano di origine microbica che si trova sotto al permafrost delle zone umide, scarse nelle aree interessate dagli aumenti, bensì quello intrappolato nelle rocce calcaree, che rilasciano idrocarburi e idrati di gas. Poiché queste rocce calcaree sono poco coperte dal terreno o completamente esposte al sole, le temperature elevatissime hanno determinato lo scioglimento del permafrost e l’apertura di crepe e fessure, dalle quali sono fuoriuscite ingenti quantità di gas. “Ci saremmo aspettati un aumento del metano nelle aree con zone umide, ma si è verificato su affioramenti calcarei. C’è pochissimo terreno su di essi. È stato davvero un segnale sorprendente dalla dura roccia, non dalle zone umide”, ha dichiarato il professor Nikolaus Froitzheim, autore principale dello studio e geologo dell’Istituto di Geoscienze dell’Università di Bonn (Germania), che ha collaborato con i colleghi dell’Università di Uppsala (Svezia), dell’Università della Scienza e della Tecnologia AGH di Cracovia (Polonia) e dell’A. P. Karpinsky Russian Geological Research Institute di San Pietroburgo (Russia).

Al momento le principali fonti di metano immesso in atmosfera derivano dall’agricoltura, dagli allevamenti intensivi e dalle aree in cui si estraggono petrolio e gas, ma si ritiene che lo scioglimento sempre più marcato degli strati di permafrost possa rappresentare una vera e propria bomba a orologeria per l’emergenza climatica. Sebbene infatti resista meno tempo in atmosfera dell’anidride carbonica, il metano ha un potere riscaldante significativamente superiore; immetterne enormi quantità in parallelo alla CO2 potrebbe scatenare l’apocalisse climatica molto prima di quel che ci si aspetta. Fra l’altro il metano imprigionato nelle rocce calcaree si trova sotto forma di pericolosi idrati di gas, cristalli di ghiaccio che inglobano grandi quantità di metano. Si tratta di depositi altamente instabili che con l’aumento delle temperature possono letteralmente esplodere, riversando enormi quantità di composti pericolosi. Per tutte queste ragioni gli scienziati sottolineano che deve essere fatto tutto il necessario per arginare le emissioni di CO2 e degli altri gas a effetto serra, preservando il più possibile gli strati di permafrost. Lo scioglimento, infatti, oltre a rilasciare enormi quantità di gas a effetto serra, potrebbe liberare anche virus letali circolati durante la preistoria. I dettagli della ricerca “Methane release from carbonate rock formations in the Siberian permafrost area during and after the 2020 heat wave” sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica PNAS.

Foto di Florence D. da Pixabay 

Andrea Centini

Fonte: scienze.fanpage.it

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