Sahelanthropus tchadensis, il fossile di 7 milioni di anni che potrebbe riscrivere l’evoluzione umana: era già un bipede?
Sahelanthropus tchadensis è uno dei fossili più dibattuti della paleoantropologia e continua ad alimentare un vivace confronto tra gli studiosi. Ritrovato nel nord dell’attuale Ciad e datato a circa 7 milioni di anni fa, questo antico primate potrebbe appartenere ai primi rappresentanti della linea evolutiva umana. La questione centrale è tanto semplice quanto cruciale: camminava abitualmente in posizione eretta oppure si muoveva soprattutto come le moderne grandi scimmie? La risposta potrebbe modificare la cronologia dell’evoluzione umana, anticipando la comparsa del bipedismo subito dopo la separazione tra uomini e scimpanzé. Alcune recenti analisi anatomiche sembrano sostenere questa ipotesi, mentre altri ricercatori invitano alla cautela, ritenendo che le prove oggi disponibili non siano ancora sufficienti per arrivare a una conclusione definitiva.
Il fossile che potrebbe cambiare la storia dell’evoluzione umana

Confronto composito di fossili di ominidi primitivi e prove di bipedismo. (Bioanthropologist1/ CC BY-SA 4.0 )
Sette milioni di anni fa il paesaggio dell’attuale Sahara era molto diverso da quello odierno. Nell’area di Toros-Menalla, nel Ciad, si alternavano boschi, laghi, fiumi e praterie, creando un ambiente ricco di risorse. Secondo i ricercatori, questo antico primate trascorreva gran parte del tempo nelle aree boscose vicine all’acqua, dove probabilmente si arrampicava sugli alberi per sfuggire ai predatori oppure si spostava sul terreno alla ricerca di cibo e acqua dolce.
Proprio questo contesto ambientale rappresenta uno degli aspetti più interessanti del dibattito sull’origine del bipedismo. Con il progressivo inaridimento del clima africano, vaste foreste lasciarono spazio a praterie sempre più estese. In una fase di trasformazione così marcata, gli individui capaci di muoversi con disinvoltura sia tra i rami sia sul terreno avrebbero avuto maggiori possibilità di adattarsi ai cambiamenti.
Il reperto fu scoperto nel 2001 da un gruppo guidato dal paleoantropologo Michel Brunet e, fin da allora, è stato considerato uno dei candidati più antichi appartenenti alla linea evolutiva umana. La sua importanza non dipende soltanto dalla straordinaria età, ma anche dalla possibilità che conservi le tracce di una delle prime fasi dell’evoluzione della postura eretta, una delle caratteristiche che distinguono la nostra specie dagli altri primati.

Una mostra museale che mette a confronto i fossili di Sahelanthropus tchadensis, Orrorin tugenensis e Ardipithecus ramidus, tre dei più antichi ominidi conosciuti, utilizzati dai ricercatori per studiare le origini della deambulazione bipede e l’evoluzione del lignaggio umano. (Emoke Denes/ CC BY-SA 4.0 )
Le nuove analisi del femore riaccendono il dibattito sul bipedismo
Un nuovo studio coordinato dal morfologo evoluzionista Scott Williams ha riesaminato un femore parziale e due ossa dell’avambraccio attribuiti a questo antico ominide. Per lo studio è stata utilizzata la morfometria geometrica, una tecnica che analizza immagini tridimensionali individuando precisi punti di riferimento sulle strutture anatomiche. Il metodo consente di confrontare forma e proporzioni delle ossa, aiutando gli studiosi a ricostruire adattamenti evolutivi e differenze tra specie.
Secondo Williams e i suoi collaboratori, il femore presenta diversi elementi compatibili con una deambulazione abituale su due gambe. Tra i più significativi figura un tubercolo femorale destinato all’inserzione del legamento ileofemorale, uno dei legamenti più resistenti del corpo e caratteristico degli ominidi che mantengono stabilmente una postura eretta. Lo stesso ricercatore ha spiegato che questa particolare struttura avrebbe confermato l’ipotesi del bipedismo, osservando che si tratta di un dettaglio anatomico molto discreto, probabilmente trascurato nelle analisi precedenti.
Lo studio ha inoltre evidenziato una torsione interna del femore simile a quella osservata negli antenati umani comparsi successivamente. Anche le aree di inserzione dei muscoli dell’anca sembrano compatibili con il mantenimento dell’equilibrio durante il passo, mentre la conformazione generale dell’osso appare adatta a sostenere il peso del corpo in posizione verticale.
Le ossa dell’avambraccio raccontano però una storia complementare. Secondo gli autori, dimostrano che l’animale conservava eccellenti capacità di arrampicata. Da questa combinazione di caratteristiche nasce la conclusione proposta dal gruppo di ricerca: il bipedismo abituale potrebbe essersi evoluto circa sette milioni di anni fa, quasi in contemporanea con la separazione tra la linea evolutiva umana e quella degli scimpanzé. In questa ricostruzione, la postura eretta avrebbe preceduto di milioni di anni l’aumento delle dimensioni del cervello.
Perché molti paleontologi restano scettici
Questa interpretazione, tuttavia, non convince tutta la comunità scientifica. Tra le posizioni più autorevoli figurano quelle di Marine Cazenave, ricercatrice del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, e del paleoantropologo Roberto Macchiarelli, oggi professore di Paleontologia Umana all’Università di Poitiers dopo aver lavorato anche presso il Museo Nazionale di Preistoria ed Etnografia di Roma.
Nel loro studio pubblicato nel 2020 sul Journal of Human Evolution, i due studiosi sostengono che il femore non presenti le caratteristiche tipiche di un animale che camminava regolarmente in posizione eretta. A loro giudizio, la diafisi ricorda maggiormente quella delle grandi scimmie africane e la struttura interna non corrisponde a quella osservata nei bipedi. Le caratteristiche considerate una prova del bipedismo potrebbero invece rappresentare adattamenti legati soprattutto all’arrampicata.
Un ulteriore motivo di prudenza riguarda lo stato di conservazione del reperto. Il femore è incompleto e danneggiato, una condizione che rende più complessa l’interpretazione delle sue caratteristiche anatomiche. Per questo motivo Cazenave e Macchiarelli ritengono possibile che l’animale fosse capace di assumere occasionalmente una postura eretta, pur continuando a muoversi prevalentemente come uno scimpanzé moderno.
I due ricercatori propongono inoltre un’ipotesi ancora più radicale: il fossile potrebbe non appartenere affatto alla linea diretta degli antenati dell’uomo. Secondo questa interpretazione, potrebbe trattarsi di una scimmia estinta vissuta in un periodo molto vicino alla divergenza tra esseri umani e scimpanzé, senza rappresentare un vero antenato della nostra specie.

Mappa delle principali località africane di ritrovamento di fossili associati all’evoluzione delle prime scimmie e degli ominidi. (Kameraad Pjotr & Sting/ CC BY-SA 3.0 )
Cosa cambierebbe nella storia dell’evoluzione umana se il dibattito trovasse una risposta
La questione ha implicazioni fondamentali per ricostruire le origini dell’umanità. Se Sahelanthropus tchadensis fosse realmente un bipede abituale, la comparsa della postura eretta andrebbe collocata circa sette milioni di anni fa. In questo scenario il bipedismo diventerebbe la caratteristica più antica della linea umana e i primi antenati si sarebbero evoluti nell’Africa centrale e orientale.
Se invece questa interpretazione fosse smentita, il primato passerebbe a specie più recenti come Orrorin tugenensis, vissuto circa sei milioni di anni fa, oppure Ardipithecus ramidus, datato a circa 4,4 milioni di anni fa. L’origine della deambulazione abituale su due gambe verrebbe quindi spostata in avanti di centinaia di migliaia di anni, fino a oltre un milione, lasciando ancora senza risposta l’identità del primo vero antenato umano.
Su alcuni aspetti, però, gli studiosi concordano. Tutti riconoscono che questo antico primate visse circa sette milioni di anni fa nell’attuale Ciad, possedeva un cervello di dimensioni paragonabili a quello di uno scimpanzé e conservava notevoli capacità di arrampicata. Rimane però un limite importante: i fossili disponibili sono ancora pochi e frammentari. Solo il ritrovamento di scheletri più completi potrà chiarire definitivamente quale fosse il suo modo di muoversi.
Conclusione
Il confronto scientifico resta aperto e continua ad alimentare nuove ricerche. Le analisi più recenti individuano caratteristiche anatomiche che, secondo i loro autori, indicano una deambulazione abituale su due gambe comparsa poco dopo la separazione tra uomo e scimpanzé. Altri esperti, invece, ritengono che gli stessi reperti siano troppo incompleti e conservino troppe somiglianze con le grandi scimmie per sostenere questa conclusione. Per questo motivo Sahelanthropus tchadensis rimane uno dei fossili più importanti della paleoantropologia e una delle chiavi principali per comprendere quando gli antenati dell’uomo iniziarono davvero a camminare in posizione eretta.
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