Piantare più alberi in Europa farebbe aumentare le precipitazioni nel Mediterraneo

Tracciare il caldo estremo per migliorare le previsioni sui cambiamenti climatici

«Le piante evaporano meno in condizioni asciutte, il che può portare a un riscaldamento dell’aria» a dirlo è lo studio “Empirical estimate of forestation-induced precipitation changes in Europe”, pubblicato su Nature Geoscience da un team di ricercatori dell’ETH Züric e della Newcastle University, che ha quantificato questo fenomeno e le scoperte fatte dagli scienziati dell’European research council (ERC) potrebbero trasformare i modelli climatici.

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Convertire i terreni agricoli in foreste aumenterebbe in media le piogge estive del 7,6%. I ricercatori hanno anche scoperto che l’aggiunta di alberi ha cambiato i modelli di pioggia molto sottovento rispetto alle nuove forest e ritengono che la pioggia extra potrebbe in parte compensare l’aumento delle condizioni di siccità previsto con il cambiamento climatico.

Il principale autore dello studio, Ronny Meier dell’ETH Zürich, ha detto a BBC News che è una scoperta piuttosto significativa: «Probabilmente il segnale del cambiamento climatico più minaccioso che ci aspettiamo è questa diminuzione delle precipitazioni estive che è prevista nelle parti meridionali dell’Europa come il Mediterraneo. E lì, secondo il nostro studio, la forestazione porterebbe ad un aumento delle precipitazioni. Quindi la forestazione sarebbe probabilmente molto vantaggiosa in termini di adattamento agli effetti negativi del cambiamento climatico».

Ma gli autori sottolineano anche che «L’aumento delle precipitazioni potrebbe avere impatti potenzialmente negativi rafforzando i modelli di precipitazioni che sono già stati colpiti dai cambiamenti climatici, in particolare nella regione atlantica. Le ragioni alla base di questi impatti locali e distanti sulle precipitazioni sono incerte. L’aria torbida che produce pioggia tende a rimanere più a lungo sulle aree boschive. E la natura più aspra di queste foreste potrebbe scatenare la pioggia».

Meier  spiega che «Una foresta è una superficie molto più ruvida di un terreno agricolo. Quindi, induce più turbolenza nell’interfaccia terra-atmosfera, e inoltre, la foresta esercita una maggiore resistenza all’atmosfera rispetto ai terreni agricoli. Pensiamo che questa resistenza, questa maggiore turbolenza sulle foreste sia probabilmente la ragione principale del fatto che troviamo più precipitazioni nelle regioni con più foreste».

Le nuove foreste tendono a far evaporare più umidità nell’atmosfera rispetto ai terreni agricoli e questa umidità extra è la ragione principale dell’aumento delle precipitazioni sottovento.

All’ERC spiegano che «La modellizzazione del clima viene utilizzata dagli scienziati per identificare percorsi sostenibili verso il raggiungimento di riduzioni delle emissioni di carbonio. L’accuratezza di questi modelli è fondamentale per lo sviluppo di strategie di mitigazione del clima di successo, e quindi per il futuro stesso del nostro pianeta».

La leader del team di ricerca, Sonia Seneviratne, che insegna dinamica del clima terrestre all’ETH Zürich, sottolinea che «Se vogliamo rispettare i nostri obblighi di riduzione delle emissioni di carbonio ai sensi dell’Accordo di Parigi, allora dobbiamo stare molto attenti nel seguire percorsi che siano resilienti».
La Seneviratne, che da dopo la laurea studia siccità e ondate di caldo, era preoccupata che eventi meteorologici estremi come questi non venissero presi pienamente in considerazione negli scenari di mitigazione. Una sovvenzione dell’ERC le ha permesso di concentrarsi sulla comprensione delle dinamiche terra-clima nel contesto del cambiamento climatico. La scienziata ha iniziato raccogliendo dati da satelliti e osservazioni a terra. Partendo da qui, è stata in grado di sviluppare una serie di metriche per valutare la relazione tra le diverse variabili. «Ad esempio, in che modo le ondate di caldo influiscono sull’acqua nel suolo e, a loro volta, in che modo le siccità influiscono sulle ondate di caldo? L’evaporazione sulla terra è una componente forte del ciclo dell’acqua – spiega la Seneviratne – Questo processo è influenzato dalla vegetazione, poiché le piante sono il mezzo attraverso il quale avviene principalmente questa evaporazione».

La scienziata dell’ETH ha scoperto che. «Poiché le piante evaporano meno durante la siccità e le ondate di calore, ciò può contribuire a un ulteriore riscaldamento dell’aria. In climi molto secchi, non si ha questo meccanismo di raffreddamento. Questo contribuisce ulteriormente a temperature molto elevate nelle regioni che si seccano a causa dei cambiamenti climatici».

Secondo lo studio, la siccità può anche avere un impatto sul livello globale di CO2 nell’aria. Per arrivare a questa conclusione, il team di ricercatori svizzeri e britannici. utilizzando misurazioni satellitari, ha calcolato la conservazione dell’acqua nei continenti di tutto il mondo, principalmente sotto forma di umidità del suolo. I ricercatori hanno confrontato questi dati con le misurazioni su scala globale dei cambiamenti nella quantità di CO2 nell’aria e hanno scoperto una correlazione: «Negli anni più secchi c’era molta più CO2 nell’aria. Questo suggerisce che i pozzi di carbonio a terra sono molto meno efficienti quando una vasta frazione della superficie terrestre è colpita da siccità, un problema che è risultato essere sottovalutato nei modelli attuali. Scenari climatici estremi potrebbero portare a un riscaldamento molto maggiore di quanto effettivamente previsto».

Messe insieme, le metriche sviluppate dal team di Seneviratne formano un atlante diagnostico che può essere utilizzato per convalidare i modelli climatici esistenti. Un lavoro ha anche implicazioni per la gestione del territorio, un’altra considerazione importante negli scenari low-carbon.

All’ERC  ricordano che «I percorsi resilienti spesso includono, ad esempio, un maggiore uso di biocarburanti e la riforestazione. Ma come ha dimostrato la ricerca di Seneviratne, le condizioni climatiche estreme possono avere un impatto significativo sulla vegetazione. Siccità e ondate di calore potrebbero quindi significare che le colture e le foreste non possono crescere, o che il loro contributo alla cattura della CO22 è ridotto».

La Seneviratne  conferma: «Quel che abbiamo scoperto è che queste relazioni variabili tra il riscaldamento globale e gli estremi nei modelli climatici potrebbero essere rappresentate abbastanza facilmente con modelli lineari e un emulatore di variabilità. Quindi, come spin-off della mia ricerca principale, abbiamo sviluppato un emulatore di modelli climatici, per rappresentare queste semplici relazioni in un modo che non utilizzi molta potenza del computer. Questo emulatore potrebbe avere un impatto importante sulla modellazione del cambiamento climatico. Gli esperimenti di modellazione climatica, che informano i rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change,  possono richiedere anni per essere prodotti. Quando si tratta di affrontare il cambiamento climatico, il tempo non è dalla nostra parte.  Quello che questo emulatore offre è una valutazione iniziale di come gli estremi potrebbero evolversi su scala regionale in un particolare percorso di emissioni. Questo può essere fatto in pochi giorni. Non sarà perfetto, poiché ci sono molte incertezze, ma può dare agli scienziati un’idea della plausibilità di un percorso di emissioni».
L’orologio del cambiamento climatico sta ticchettando e il tempo è essenziale. La ricerca di Seneviratne finanziata dall’ERC potrebbe svolgere un ruolo importante nel portarci tutti in sicurezza agli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi.

Per gli autori dello studio, «Il fatto che gli alberi piantati in un Paese possano avere implicazioni in un altro significa che il mondo dovrebbe davvero considerare tutti gli impatti di come utilizziamo la terra. Inoltre, dimostra ancora una volta che l’idea di risolvere il cambiamento climatico con gli alberi non è una cosa così semplice come spesso viene descritta».

Wim Thiery, dell’Université libre de Bruxelle, che non ha partecipato sallo studio, ha commentato su BBC News: «Piantare alberi non è certamente una soluzione rapida per il cambiamento climatico. L’aggiunta di nuovi alberi o il ripristino delle foreste perdute non potrà mai compensare le emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili. In primo luogo, dobbiamo smettere di produrre tali emissioni. Ma ridurre le nostre emissioni non sarà sufficiente: dovremo anche rimuovere attivamente il carbonio dall’atmosfera se desideriamo rimanere al di sotto di 1,5° C di riscaldamento. Da tale prospettiva, la piantumazione di alberi emerge come un potenziale candidato per generare questi effetti di emissioni negative, ma piantare alberi non dovrebbe mai essere una scusa per non agire per ridurre le nostre emissioni di carbonio con tutti i mezzi possibili».

Meier ha concluso: «Non tutti gli alberi sono “buoni”. Quindi sì, penso che a volte, come scienziati, dobbiamo dire che la cosa è molto più complessa».

 Foto di Josip Rmc da Pixabay 

Fonte: greenreport.it

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