Centomila esopianeti della Via Lattea potrebbero ospitare la vita (se ne trovassimo almeno uno)

Lo afferma uno studio statistico italiano. Se l’analisi dei gas dell’atmosfera mostrasse dei “segni di vita”, allora dovremmo concludere che nella galassia la vita sia diffusa dappertutto

Non proviene da un’osservazione spaziale diretta, ma da un modello statistico di analisi bayesiana, l’ultima novità del mondo della ricerca sul tema della caccia alla vita extraterrestre. Un modo per mettere ordine tra le diverse opinioni diffuse nella comunità scientifica, divise in generale tra ottimiste e pessimiste, ossia tra chi è convinto che l’Universo (e in particolare la Via Lattea) pulluli di vita e chi invece si mostra scettico all’idea che ci sia qualcun altro al di là della Terra.

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Si tratta di uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista statunitense PnasProceedings of the National Academy of Sciences, condotto dall’università di Roma Tor Vergata, dall’École Polytechnique Fédérale di Losanna e dal Centro studi e ricerche Enrico Fermi di Roma. A firmare il paper, in particolare, sono gli scienziati italiani Amedeo Balbi e Claudio Grimaldi.

Cosa afferma la nuova pubblicazione

A saltare immediatamente all’occhio nel leggere le conclusioni riportate dai due ricercatori è un numero: 100mila. Sarebbero così tanti, ci dicono la logica e la matematica, gli esopianeti della nostra galassia che potrebbero ospitare forme di vita. Anzi, per la precisione sarebbero non meno di 100mila, e lo si potrebbe affermare con un grado di certezza superiore al 95%.

Tutto però dipende da un grande, gigantesco, se. Affinché la stima sia valida, dovremmo trovare (tramite osservazioni spaziali dirette) almeno un altro pianeta che ospiti la vita. Finché non lo si trova, invece, è impossibile optare per la variante ottimista o per quella pessimista, e in pratica dovremmo continuare a sospendere il giudizio su questa questione.

Come noto, a oggi la ricerca è in corso a gonfie vele. Da un lato gli astronomi sono alla caccia esopianeti simili alla Terra, ossia che abbiano dimensioni, distanza dalla propria stella e altre caratteristiche potenzialmente compatibili con la vita. E dall’altro sono al lavoro per analizzare la luce che proviene dai loro Soli, filtrata attraverso l’atmosfera degli esopianeti stessi, in modo da svolgere analisi spettrali (tecnicamente, una spettroscopia a gas) capaci di evidenziare quali gas siano presenti attorno al pianeta. Se si trovassero tracce di sostanze come metano e ossigeno, in particolare, avremmo delle firme biologiche (biosignatures) che potrebbero suggerire fortemente – ma non dimostrare con certezza – la presenza di vita, ora o in passato.

Questione di numeri

Negli ultimi 25 anni gli esopianeti individuati negli sono poco più di 4mila, a cui se ne aggiungono mediamente un paio nuovi a settimana, e quelli ragionevolmente simili alla Terra (ossia rocciosi e di dimensioni paragonabili al nostro Pianeta) sono circa 200. Per quanto riguarda l’analisi delle atmosfere, si tratta di una capacità scientifica che ancora deve essere affinata, ma che ci permetterà di fare indagini accurate nei prossimi 10 o 20 anni. Basta pensare a programmi di ricerca come il satellite cacciatore di esopianeti Cheops, attivo dallo scorso dicembre, o al telescopio ottico James-Webb, il cui lancio è programmato per l’ottobre del 2021. L’unica possibile alternativa a questo percorso – decisamente più fantascientifica – è basarsi invece su firme tecnologiche (technosignatures), ossia segnali elettromagnetici che dovessero arrivare da altri mondi e che sarebbero segno inequivocabile non solo della presenza di vita, ma anche di civiltà intelligenti e tecnologicamente avanzate.

Ma come è stato stimato il numero 100mila? In pratica, facendo una proporzione tra la parte di Via Lattea che siamo effettivamente in grado di esplorare e le sue dimensioni complessive. Se anche trovassimo una sola firma biologica nella modesta porzione di galassia che siamo in grado di esplorare, in altre parole, dovremmo assumere che nel resto della Via Lattea ce ne siano molte di più. Quello che avremmo, in particolare, è un numero di esopianeti abitati superiore rispetto a quello delle stelle pulsar.

Intendiamoci bene quando si dice “vita”

Quando si parla di centinaia di migliaia di altre forme di vita, come hanno chiarito gli scienziati, non dobbiamo certo immaginare solo civiltà paragonabili alla nostra. Ammesso e non concesso che questa vita ci sia, si tratterebbe con elevata probabilità di vita unicellulare nella grandissima maggioranza dei casi. Basta pensare che anche la Terra nella quasi totalità della sua storia è stata popolata da organismi composti da una sola cellula, per circa tre miliardi di anni. E anche se su qualcuno degli esopianeti si fossero sviluppate forme di vita più complesse, non è affatto detto che siano attive in questo momento, perché si stima che tutti i pianeti vadano incontro a cicliche estinzioni quasi totali delle forme di vita che ospitano. Dunque la valutazione di Balbi e Grimaldi non è incompatibile con quella fatta da un altro studio indipendente pubblicato a giugno, secondo cui le civiltà extraterrestri della Via Lattea sarebbero una trentina.

Infine, spiegano gli scienziati, la stima del valore 100mila dovrebbe essere rivista decisamente al ribasso qualora dovessimo verificare che può avvenire con successo il meccanismo della panspermia. Ossia che, anziché assumere per ipotesi che ogni pianeta sviluppi la vita indipendentemente dagli altri, si dimostri che sono possibili (o relativamente frequenti) i trasferimenti di materiale biologico da un sistema stellare ad altri, attraverso vettori spaziali come gli asteroidi. In questo senso, trovare altra vita all’interno del Sistema Solare o in sistemi stellari vicini a noi potrebbe essere solo l’effetto panspermico di una stessa origine comune da cui ha attinto anche la Terra.

Gianluca Dotti

Fonte:www.wired.it

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