Isola di Pasqua: tutta da riscrivere la storia del collasso ecologico e sociale dei Rapa Nui

Quando arrivarono i primi europei c’era una fiorente società agricola e si costruivano ancora i Moai

Il crollo dell’antica società dell’isola di Pasqua/ Rapa Nuiche dista 1.900 miglia mariuivano ancora i Moaine dal Sud America e 1.250 miglia dalle altre isole abitate dell’Oceania, non è avvenuto come i ricercatori credevano da molto tempo e non sarebbe stato causato da un disastro ambientale dovuto all’insostenibile sfruttamento delle risorse naturali.

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A rivelarlo è lo studio “A model-based approach to the tempo of “collapse”: The case of Rapa Nui (Easter Island)” pubblicato sul Journal of Archaeological Science da un team di ricercatori guidato da Robert DiNapoli dell’università dell’Oregon che ha sviluppato una cronologia della costruzione dei Moai, i monumenti antropomorfi dei quali è disseminata l’isola oggi cilena, e riesaminato i rapporti scritti dai primi visitatori europei. I ricercatori dicono che «Con l’aiuto delle statistiche, la ricerca chiarisce le variabili delle datazioni al radiocarbonio emerse dal suolo sotto le imponenti piattaforme in pietra dell’isola sormontate da statue megalitiche e con grandi cappelli cilindrici in pietra».

Per introdurre lo studio, all’università dell’Oregon ricordano ironicamente una famosa citazione di Mark Twain: «Il rapporto sulla mia morte è stato un’esagerazione» e dicono che «I nuovi risultati indicano che i discendenti dei marinai polinesiani che si insediarono a Rapa Nui, alias Isola di Pasqua, nel XIII secolo continuarono a costruire, mantenere e usare i monumenti per almeno 150 anni dopo il 1600, la data è stata a lungo individuata come l’inizio del declino della loro società».

DiNapoli, che sta completando il dottorato al Dipartimento di antropologia dell’università dell’Oregon, ricorda che «Quel che si pensava generalmente era che la società che gli europei videro quando arrivarono per la prima volta fosse crollata. La nostra conclusione è che, quando arrivarono questi visitatori, la costruzione di monumenti e gli investimenti fossero ancora parti importanti della loro vita»

Esaminando attentamente i dati provenienti da 11 dei siti, il team di DiNapoli ha collegato le datazioni al radiocarbonio provenienti dalle ricerche precedenti all’ordine di assemblaggio necessario per costruire i Moai: prima veniva costruita una piattaforma centrale, mentre le altre sezioni – crematori, luoghi di sepoltura, piazze, statue e cappelli – furono aggiunte gradualmente. Quindi i ricercatori hanno utilizzato statistiche bayesiane per perfezionare le datazioni al radiocarbonio e stimare i tempi dei singoli eventi di costruzione.

DiNapoli spiega ancora che «Conoscere l’ordinamento delle date in un sito può aiutare a perfezionare la datazione al radiocarbonio, che spesso ha molte incertezze, come grandi intervalli nelle date. Immaginatevi di costruire qualcosa con i mattoncini Lego. Si deve farlo in un certo ordine, costruendo nel tempo. Anche questi monumenti hanno un necessario ordine di assemblaggio e la datazione al radiocarbonio delle prime fasi dell’edificazione devono precedere quelle successive. Questa informazione è utile perché ci consente di affrontare in modo più preciso la variabilità delle datazioni al radiocarbonio provenienti dallo scavo».

Secondo lui, «La costruzione dei monumenti iniziò poco dopo l’insediamento e aumentò rapidamente, con un periodo costante di costruzione che continuò oltre l’ipotizzato crollo e l’arrivo degli europei, Mentre i soggiorni degli europei erano corti e le loro descrizioni brevi e limitate, i loro scritti forniscono informazioni utili per aiutarci a pensare ai tempi di costruzione».

La storia comunemente accettata finora dice che il pugno di migranti maori che arrivò a Rapa Nui trovò un’isola ricoperta da foreste che presto trasformarono in un paesaggio di campi coltivati punteggiato da Maoi, una trasformazione che portò all’erosione del suolo ricco di nutrienti e che innescò l’autodistruzione della società ormai divisa in due tribù ferocemente rivali. Mentre gli alberi diminuivano, insieme a loro scomparivano anche le persone che li avevano abbattuti e, quando arrivarono i primi esploratori bianchi la società di Rapa Nui era crollata da tempo sotto il peso di una catastrofe ecologica.

Ora, anche dai dati storici emerge qualcosa di diverso da quel che finora è stato raccontato da archeologi e film: quando gli olandesi approdarono nel 1722 sull’Isola di Pasqua /Rapa Nui, notarono che i monumenti venivano utilizzati per i rituali e non parlarono di una decadenza della società isolana.  La stessa impressione venne riportata dai marinai spagnoli che sbarcarono sull’isola nel 1770. Ma quando nel 1774 arrivò a Rapa Nui l’esploratore britannico James Cook, lui e il suo equipaggio descrissero un’isola in crisi, con i Moai rovesciati. Insomma, al momento dell’arrivo degli europei gli abitanti dell’isola non erano gli scriteriati sfruttatori degli ecosistemi che sono stati dipinti, ma come agricoltori sostenibili che prosperavano e sarebbero altri i fattori che hanno posto fine alla loro civiltà e a quanto pare, come scriveva già nel 2007 Whitney Dangerfield sullo Smithsonian magazine, il disboscamento dell’isola non è avvenuto solo per mano umana ma anche a causa di un clandestino portato dagli antichi marinai maori: il ratto polinesiano (Rattus exulans) che avrebbe divorato buona parte della vegetazione autoctona.

Però, alla fine nel 1877 sull’Isola di Pasqua rimanevano comunque poco più di 100 persone che però sono state il nucleo per permettere le risurrezione del popolo Rapa Nui.

Un altro degli autori dello studio, l’antropologo Carl Lipo, della Binghamton University, sottolinea che «Una volta che gli europei arrivano sull’isola, ci sono molti eventi tragici documentati a causa di malattie, omicidi, raid per catturare schiavi e altri conflitti. Questi eventi sono stati del tutto estranei agli isolani e hanno avuto, senza dubbio, effetti devastanti. Tuttavia, il popolo di Rapa Nui – seguendo pratiche che hanno fornito loro grande stabilità e successo per centinaia di anni – continua le sue tradizioni di fronte a tremende difficoltà. Il grado in cui è stato tramandato il loro patrimonio culturale – ed è ancora presente oggi attraverso la lingua, le arti e le pratiche culturali – è piuttosto notevole e impressionante».

I ricercatori – che comprendono anche Timothy Rieth dell’International Archaeological Research Institute e l’antropologo Terry Hunt dell’università dell’Arizona – sono convinti che l’’approccio che hanno sviluppato per il loro studio «Può essere utile per testare ipotesi sul collasso della società in altri siti in tutto il mondo su cui esistono dibattiti simili sui tempi».

Per DiNapoli, che è arrivato a Rapa Nui, grazie a un master dell’università delle Hawaii, si realizza un sogno: «Ho sempre voluto essere un archeologo fin da quando ero un bambino. Rapa Nui era un posto che mi interessava da sempre. E’ straordinario il mistero di queste persone che vivono su una piccola isola isolata. Già quando ero uno studente universitario di archeologia all’università della California – Los Angeles, sapevo che mi sarei interessato dell’archeologia delle Isole del Pacifico».

Fonte: www.greenreport.it

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