Greenpeace, la siccità porta a galla la plastica che inquina i corsi d’acqua italiani

L’associazione ambientalista fotografa il problema nel bacino idrografico del Po: «Immagini da scenario tipico dei paesi del Sud-est asiatico»

Nonostante le piogge che in questi giorni sono tornate a dissetare almeno in parte l’Italia del nord, dove le precipitazioni in quest’inizio 2019 sono praticamente dimezzate rispetto allo scorso anno, il Po non ha ancora ricevuto l’atteso beneficio: nonostante la pioggia abbia fatto innalzare il livello del fiume di quasi 1,5 metri in un solo giorno, per raggiungere un livello idrometrico di -1,75 al ponte della Becca dopo un lungo periodo di magra in cui era sceso sui livelli di piena estate, a monte il Po resta largamente sotto il livello dello scorso anno, come del resto molti altri fiumi. E poggiate sui letti dei corsi d’acqua riarsi dal caldo emergono montagne di rifiuti, prevalentemente plastici, che alzano il velo sull’inquinamento dei nostri fiumi.

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«Le immagini mostrano uno scenario tipico dei paesi del Sud-est asiatico, in cui i fiumi sono delle vere e proprie discariche a cielo aperto – dichiara Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia – La scarsità idrica che sta caratterizzando da diverse settimane i corsi d’acqua del nord Italia fa emergere, in tutta la sua gravità, il problema dell’inquinamento da plastica e di come i corsi d’acqua siano ormai invasi da contenitori e imballaggi usa e getta. In un contesto globale in cui gli effetti dei cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti è necessario gestire in modo corretto le risorse idriche, proteggendole adeguatamente dall’inquinamento pervasivo da plastica».

Per dare misura dei suoi effetti Greenpeace diffonde oggi delle immagini raccolte lo scorso 3 aprile da alcuni cittadini in Veneto – località Torretta, comune di Legnago (Verona) – che mostrano quali sono i livelli di inquinamento, principalmente da plastica, che affliggono i nostri corsi d’acqua, facendo emergere le conseguenze dell’abbandono di prodotti e imballaggi in plastica monouso, che anziché essere conferiti dai cittadini negli appositi cassonetti finiscono per inquinare i corsi d’acqua; le testimonianze foto/video riguardano le chiuse del CanalBianco, corso d’acqua facente parte del bacino idrografico del Po.

Ma non si tratta di un problema soltanto locale: come ricordano da Greenpeace ogni minuto, ventiquattro ore al giorno, l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce nei mari del Pianeta e, secondo studi recenti, l’80% ha origine in ambienti terrestri. Di tutta la plastica prodotta ogni anno, il 40% viene impiegato per la produzione di contenitori e imballaggi monouso, che com’è evidente troppe volte non trovano la via del recupero.

Per questo Greenpeace chiede «misure urgenti alla radice del problema che riducano la produzione di plastica monouso». Al proposito la legge Salvamare, approvata ieri in Consiglio dei ministri, interviene sulla plastica già presente in mare – dando gli strumenti normativi ai pescatori per portare a terra quella che rimane impigliata nelle loro reti –, mentre l’Europarlamento ha approvato nei giorni scorsi una nuova legge che vieta (entro il 2021) l’impiego di molti articoli in plastica monouso. Per favorire il recupero della quota parte di plastica rimanente occorre ora un passo successivo, come l’introduzione di un incentivo economico all’impiego di plastica riciclata; la legge di Bilancio italiana per il 2019 ne prevede una prima versione, ma ad oggi mancano i decreti attuativi per applicarla. Lo stesso accadde con la legge 2018, che finì con un buco nell’acqua.

Fonte: www.greenreport.it 

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