IA ci rende simili ai robot? Cosa dice la nuova ricerca sull’“umanità robotoide”
Parlare ogni giorno con chatbot, assistenti virtuali e sistemi di intelligenza artificiale potrebbe modificare anche il nostro modo di comunicare. È questa, in sintesi, la domanda al centro di una nuova ricerca che introduce il concetto di IA ci rende simili ai robot attraverso quella che gli autori definiscono “umanità robotoide”. Lo studio non sostiene che gli esseri umani si trasformino letteralmente in macchine. Propone piuttosto un modello teorico per descrivere un possibile adattamento: interagendo continuamente con sistemi che interpretano le nostre parole attraverso categorie e schemi algoritmici, potremmo modificare il modo in cui ci presentiamo. La ricerca è stata pubblicata il 19 agosto 2026 sulla rivista AI & Society ed è firmata da Selcen Ozturkcan, Jean-Paul de Cros Peronard e Inci Toral-Manson.
Quando parlare con le macchine cambia il nostro modo di comunicare
L’interazione con una macchina non assomiglia più necessariamente a quella con un vecchio programma informatico. I chatbot contemporanei rispondono alle domande, mantengono il filo della conversazione e possono adattare il tono delle risposte. Alcuni sistemi simulano persino forme di empatia. Anche i robot destinati ai servizi possono utilizzare gesti, segnali vocali e comportamenti studiati per rendere il rapporto con l’utente più naturale. Secondo i ricercatori, proprio questo cambiamento rende il rapporto tra persone e macchine diverso da una semplice richiesta seguita da una risposta.
Il fenomeno interessa già diversi ambienti. I sistemi automatizzati vengono utilizzati nel commercio, nell’ospitalità, nel turismo e in altri servizi. In questi contesti la tecnologia non deve soltanto fornire un’informazione, ma deve riuscire a sostenere un’interazione che assomigli, almeno in parte, a una relazione sociale. La ricerca condotta da studiosi di Linnaeus University, Aarhus University e University of Birmingham parte proprio da questo scenario. Gli autori sostengono che agenti artificiali capaci di adattare la comunicazione e mostrare segnali apparentemente empatici possano influenzare anche il modo in cui una persona percepisce e presenta se stessa.
Perché finiamo per adattarci al linguaggio dei chatbot
Quando parliamo con una persona, il dialogo può prendere direzioni imprevedibili. Possiamo essere fraintesi, contraddetti, interrotti oppure costretti a spiegare nuovamente ciò che intendiamo. Un sistema automatico funziona in modo diverso. Per interpretare una richiesta deve ricondurre il linguaggio dell’utente a informazioni che riesce a elaborare.
Questo non significa che ogni volta che scriviamo a un chatbot diventiamo più artificiali. Il punto della ricerca è più sottile. Se una persona utilizza a lungo sistemi che rispondono meglio a determinate forme di comunicazione, può imparare a privilegiare proprio quelle modalità. Diventa spontaneo essere più diretti, ordinati e prevedibili, soprattutto quando si vuole ottenere rapidamente un risultato.
È un processo di adattamento che conosciamo anche nei rapporti tra esseri umani. Cambiamo il modo di parlare quando ci troviamo davanti a un bambino, durante un colloquio di lavoro oppure quando dobbiamo spiegare qualcosa a chi non conosce un determinato argomento. La differenza, secondo gli autori dello studio, riguarda il tipo di interlocutore che abbiamo davanti.
Una persona può reagire in modi molto diversi alla stessa situazione e introdurre elementi inattesi nella conversazione. Un algoritmo, invece, lavora attraverso categorie, previsioni e modelli. Nel paper questa differenza è collegata al concetto di “machine legibility”, cioè alla possibilità che un individuo diventi sempre più comprensibile e classificabile per il sistema.
Che cos’è l’“umanità robotoide” e perché riguarda anche l’identità
Il termine “umanità robotoide” può sembrare il nome di una trasformazione fantascientifica, ma non indica persone metà umane e metà robot. È un concetto teorico introdotto dagli autori per descrivere una possibile condizione nella quale l’individuo tende ad adattare la propria espressione personale alle modalità con cui la macchina riesce a riconoscerlo e interpretarlo.
La ricerca presenta questo fenomeno attraverso un meccanismo di mirroring, cioè una sorta di rispecchiamento tra persona e sistema. Il processo viene descritto in tre passaggi collegati. Prima l’utente entra in una sorta di ambiente sociale artificiale, nel quale la macchina risponde in modo abbastanza convincente da rendere l’interazione significativa. Poi il sistema costruisce una rappresentazione computazionale dell’utente, basata sulle informazioni e sui comportamenti che riesce a raccogliere. Infine la persona può modificare progressivamente il modo in cui si presenta per adattarsi a ciò che il sistema riconosce e valorizza più facilmente.
Il punto centrale, quindi, non riguarda soltanto il modo in cui gli esseri umani attribuiscono caratteristiche umane alle macchine. È anche il percorso inverso: la macchina potrebbe contribuire a modificare il modo in cui l’essere umano si presenta.
Diventeremo davvero simili ai robot?
La risposta, sulla base dello studio, è no se intendiamo una trasformazione reale della persona. Gli autori non hanno dimostrato attraverso un esperimento che chi conversa frequentemente con un chatbot diventi progressivamente meno umano. Il lavoro pubblicato su AI & Society è infatti un contributo teorico: propone un modello e formula conseguenze che potranno essere sottoposte a future verifiche empiriche.
Questa precisazione è fondamentale perché il titolo “l’IA ci trasforma in robot” sarebbe molto più forte di quanto permettano i risultati disponibili.
L’idea è invece che una ripetuta esposizione a sistemi progettati per riconoscere determinati schemi possa favorire un adattamento. Se una macchina comprende più facilmente una persona quando questa comunica in maniera chiara, standardizzata e prevedibile, l’utente potrebbe avere un incentivo a comunicare proprio in quel modo.
Il rischio individuato dai ricercatori riguarda quindi soprattutto l’identità e l’autonomia. Una persona possiede una storia, ricordi, contraddizioni, emozioni e caratteristiche che non sempre possono essere ridotte a poche categorie. Un sistema algoritmico, per funzionare, deve invece trasformare una parte di questa complessità in informazioni utilizzabili per interpretare e prevedere i comportamenti.
La preoccupazione è che, dopo molte interazioni, ciò che il sistema riesce a riconoscere facilmente possa diventare anche ciò che l’utente tende a mostrare maggiormente. L’“umanità robotoide” descrive proprio questa possibile convergenza verso una versione di sé più facilmente leggibile dalla macchina.
Perché il fenomeno potrebbe riguardare tutti noi
La parte più interessante della ricerca è forse proprio questa: non bisogna immaginare un futuro pieno di androidi umanoidi per capire il problema. Gli autori estendono il loro ragionamento anche ai sistemi di raccomandazione e agli agenti conversazionali basati su modelli linguistici. Questo significa che il fenomeno teorizzato potrebbe riguardare anche strumenti apparentemente molto lontani dai robot fisici.
Un chatbot, per esempio, può diventare un interlocutore abituale per cercare informazioni, organizzare attività, scrivere testi o discutere un problema. Più l’interazione appare naturale, più diventa facile trattare il sistema come una presenza sociale anziché come un semplice strumento. Secondo gli autori, è proprio questa dimensione quasi sociale a rendere interessante il rapporto tra tecnologia e costruzione dell’identità.
Dal chatbot al robot sociale: il confine tra uomo e macchina
Il concetto di antropomorfizzazione aiuta a comprendere il fenomeno. Gli esseri umani tendono spontaneamente ad attribuire intenzioni, emozioni o caratteristiche umane a ciò che li circonda. Un animale domestico può ricevere un nome e una personalità, mentre un’automobile può essere descritta come “capricciosa” o “affidabile”. Con i sistemi conversazionali questa tendenza può diventare ancora più evidente perché la macchina risponde utilizzando il linguaggio umano.
Il passaggio importante dello studio è però l’inversione della prospettiva. Non si tratta soltanto di chiedersi perché consideriamo una macchina più umana. Bisogna anche domandarsi che cosa accade quando una macchina costruita per interagire con noi diventa parte delle nostre abitudini quotidiane.
I ricercatori descrivono una differenza rispetto alle normali relazioni sociali. Le persone possono offrirci opinioni contrastanti, sorprenderci e mettere in discussione la nostra idea di noi stessi. I sistemi algoritmici, invece, sono progettati per fornire risposte coerenti e personalizzate. Nel modello proposto, questa maggiore prevedibilità può ridurre la quantità di “attrito” che normalmente incontriamo nei rapporti umani. (link.springer.com)
È proprio qui che emerge la questione più delicata. Se ci abituiamo a interagire con interlocutori che restituiscono continuamente una versione semplificata e prevedibile di noi, potremmo essere portati a considerare quella rappresentazione sempre più naturale. Non significa che il processo avvenga inevitabilmente, né che utilizzare un chatbot rappresenti un pericolo di per sé. Significa piuttosto che vale la pena osservare come le tecnologie che ci conoscono attraverso i dati possano influenzare anche il modo in cui raccontiamo noi stessi.
La ricerca, quindi, non invita a smettere di parlare con le macchine. Propone una domanda molto più interessante: quanto della nostra identità rimane fuori dalle categorie attraverso cui una macchina riesce a comprenderci?
Conclusione
L’idea che IA ci rende simili ai robot non va interpretata come una profezia secondo cui gli esseri umani finiranno per comportarsi come macchine. La ricerca pubblicata su AI & Society propone qualcosa di più sottile: un possibile processo di adattamento reciproco nel quale i sistemi artificiali diventano sempre più simili agli interlocutori umani, mentre gli utenti possono modificare il proprio modo di comunicare per essere compresi più facilmente dalle macchine.
È un’ipotesi teorica e dovrà essere verificata da future ricerche sperimentali. Tuttavia, il concetto di “umanità robotoide” apre una questione destinata a diventare sempre più importante. Se gli algoritmi imparano a riconoscere le nostre abitudini, preferenze e modalità di comunicazione, anche noi potremmo imparare a conoscere noi stessi attraverso ciò che gli algoritmi riescono a vedere. Il vero interrogativo, allora, non è se diventeremo robot, ma quanto saremo disposti a semplificare noi stessi per essere compresi dalle macchine.
Redazione
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