Lupo Gianni ha il microchip: potrebbe essere un cane

upo Gianni ha il microchip

La storia di Gianni, l’animale che per mesi ha attirato l’attenzione degli abitanti del Cremonese, ha preso una piega del tutto inattesa dopo la cattura. Il punto è che lupo Gianni ha il microchip, e questo dettaglio porta con sé una domanda tutt’altro che semplice: l’animale avvistato per mesi tra Gadesco Pieve Delmona e Persico Dosimo era davvero un lupo? Dagli accertamenti dell’ATS è emerso che Gianni risulta registrato all’anagrafe degli animali d’affezione e potrebbe quindi essere un cane, forse un Cane Lupo Cecoslovacco. La certezza, però, ancora non c’è. Il microchip permette di ricostruire l’identità anagrafica dell’animale, ma per stabilire con sicurezza la sua natura biologica serviranno ulteriori accertamenti genetici. Nel frattempo Gianni è stato restituito al suo umano di riferimento, mentre restano aperti diversi interrogativi sulla sua storia.

Il microchip di Gianni ha cambiato l’intera vicenda

La cattura di Gianni, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 agosto, sembrava inizialmente destinata a chiudere la storia dell’animale che da mesi frequentava campagne e zone abitate del Cremonese. Era stato osservato più volte vicino alle persone e alle abitazioni, tanto da essere considerato un lupo confidente. Dopo la cattura, però, è emerso un elemento che ha cambiato radicalmente il quadro.

Durante i controlli è stato individuato un microchip sotto la pelle dell’animale. Gli accertamenti dell’ATS hanno permesso di collegare il codice alla registrazione presente nell’anagrafe degli animali d’affezione. In Lombardia questo sistema, integrato nella Banca Dati Animali da Compagnia, consente di registrare e tracciare cani, gatti e furetti attraverso il microchip.

Questo significa che Gianni non è semplicemente un animale selvatico al quale gli abitanti avevano dato un nome. Esiste una registrazione anagrafica riconducibile a un animale d’affezione e a un proprietario formale. La scoperta ha quindi aperto una nuova possibilità: quello che per mesi era stato considerato un lupo potrebbe essere in realtà un cane dall’aspetto molto simile a quello di un esemplare selvatico.

L’ipotesi indicata è quella di un Cane Lupo Cecoslovacco, razza che per caratteristiche fisiche può ricordare da vicino il lupo. Non è però corretto considerarla già una certezza. La somiglianza esteriore può alimentare il dubbio, ma non permette da sola di stabilire a quale specie appartenga un animale.

Perché il microchip non basta per dire che Gianni è un cane

Il dettaglio più interessante della vicenda riguarda proprio la differenza tra identificazione anagrafica e identificazione genetica.

Il microchip contiene un codice identificativo. Quando questo numero viene associato a una registrazione ufficiale, consente di collegare l’animale ai dati presenti nell’anagrafe. Nel caso di Gianni, gli accertamenti hanno portato a una registrazione nell’anagrafe degli animali d’affezione. La Regione Lombardia spiega che il sistema regionale permette di garantire la tracciabilità degli animali registrati e di effettuare una ricerca utilizzando proprio il numero del microchip.

Ma c’è una distinzione fondamentale. Il microchip identifica un animale registrato; non è un test del DNA. Per questo la sua presenza rappresenta un indizio molto importante sulla storia di Gianni, ma non può sostituire un’analisi genetica quando bisogna stabilire se l’animale appartenga biologicamente alla specie Canis lupus oppure sia un cane domestico.

È proprio per questo che gli ulteriori accertamenti restano importanti. Le analisi genetiche possono fornire informazioni sull’identità dell’animale e, quando necessario, permettere di verificare anche l’eventuale presenza di caratteristiche riconducibili a un’ibridazione tra cane e lupo. ISPRA utilizza infatti anche le evidenze genetiche per confermare l’appartenenza alla specie lupo nell’ambito delle procedure di monitoraggio.

Per Gianni, dunque, il ritrovamento del microchip ha cambiato radicalmente la direzione degli accertamenti, ma non ha ancora scritto la parola fine.

Gianni è davvero un lupo? La risposta arriverà dal DNA

La domanda che accompagna questa storia è ormai molto semplice: Gianni è un lupo oppure un cane?

Le immagini raccolte nei mesi scorsi avevano alimentato l’ipotesi della presenza di un lupo nel territorio cremonese. Anche il comportamento dell’animale aveva contribuito a rafforzare questa interpretazione. Gianni si avvicinava alle persone, frequentava aree abitate ed era arrivato anche all’interno del cortile di un’abitazione. In alcune occasioni aveva inoltre accettato del cibo.

Tuttavia, il comportamento non permette di identificare una specie. Nemmeno l’aspetto può essere considerato una prova definitiva quando ci si trova davanti a un animale che potrebbe appartenere a una razza canina particolarmente simile al lupo.

La situazione è quindi diversa da quella di un animale per il quale esistano già prove genetiche. Proprio in questi giorni, per esempio, il caso di Noicattaro ha mostrato quanto il DNA possa cambiare il quadro: gli accertamenti genetici hanno confermato che l’animale coinvolto nell’aggressione di una bambina era un lupo appenninico maschio.

Per Gianni, invece, quella verifica deve ancora arrivare.

Il comportamento di Gianni e il significato di “lupo confidente”

Prima della scoperta del microchip, uno degli aspetti più discussi della vicenda era proprio la confidenza dell’animale con gli esseri umani. Anche questo elemento, però, merita una precisazione.

ISPRA ha elaborato un protocollo specifico per l’identificazione e la gestione dei lupi urbani e confidenti. Nel documento, un lupo confidente viene descritto come un individuo che ripetutamente si lascia avvicinare o si avvicina intenzionalmente a una persona, riconoscendola come tale, a una distanza molto ravvicinata.

Il concetto è quindi più preciso del semplice “lupo che entra in paese”. La presenza di un lupo vicino alle abitazioni, infatti, non significa automaticamente che l’animale sia confidente o rappresenti un pericolo. Il problema nasce quando il comportamento mostra una perdita significativa della naturale distanza dall’uomo.

Il protocollo ISPRA considera diverse situazioni e propone un approccio graduale alla gestione, che può comprendere prevenzione, eliminazione delle fonti di attrazione, monitoraggio e interventi di dissuasione. Nei casi più problematici possono essere valutate anche misure più incisive.

Nel caso di Gianni, però, c’è ora un elemento che cambia completamente la lettura del comportamento: se l’animale fosse effettivamente un cane, non avrebbe senso applicare automaticamente alla sua storia le stesse categorie utilizzate per un lupo selvatico.

È proprio per questo che stabilire la specie assume un’importanza concreta. Non si tratta soltanto di una curiosità scientifica o di una questione legata al nome dato all’animale. Capire chi sia realmente Gianni significa anche individuare il corretto percorso di gestione e le responsabilità nei suoi confronti.

La sua restituzione all’umano di riferimento rappresenta quindi un altro passaggio importante. Resta però da capire come un animale apparentemente identificabile attraverso un microchip sia riuscito a trascorrere quasi cinque mesi lontano dal proprio ambiente abituale, vagando nel Cremonese senza che la sua presenza fosse stata ricondotta prima alla registrazione anagrafica.

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti della vicenda che lascia ancora più interrogativi.

Una storia ancora aperta: dal microchip al DNA

La vicenda di Gianni non si può quindi riassumere semplicemente dicendo che “il lupo era un cane”. Al momento sarebbe una conclusione prematura. Gli elementi disponibili rendono molto plausibile l’ipotesi che si tratti di un cane, ma la conferma definitiva della sua natura biologica deve arrivare dagli ulteriori accertamenti.

Il microchip ha fornito un collegamento concreto con l’anagrafe degli animali d’affezione e ha permesso di risalire a un umano di riferimento. Questo è un elemento molto diverso da una semplice osservazione sul campo e spiega perché l’animale sia stato restituito. Rimane però da chiarire se l’animale registrato corrisponda geneticamente a ciò che appare dalle immagini e dagli avvistamenti.

Il DNA rappresenta quindi il passaggio decisivo. Non serve soltanto a rispondere alla domanda “cane o lupo?”, ma può contribuire a chiarire eventuali caratteristiche genetiche compatibili con un ibrido.

Nel frattempo, la storia mostra anche quanto possa essere facile arrivare a una conclusione affrettata osservando soltanto l’aspetto di un animale. Un cane di grandi dimensioni con caratteristiche fisiche simili a quelle del lupo può alimentare equivoci, soprattutto quando viene osservato a distanza, di notte o attraverso fotografie non sempre perfette.

Il possibile riferimento al Cane Lupo Cecoslovacco è interessante proprio per questo motivo. Si tratta di un cane domestico selezionato con caratteristiche che ricordano fortemente quelle del lupo e che, in determinate condizioni, può risultare difficile da distinguere visivamente da un esemplare selvatico.

Questo non significa che Gianni appartenga necessariamente a questa razza. Al momento è un’ipotesi da verificare e sarebbe sbagliato trasformarla in una certezza prima degli accertamenti.

La vicenda dimostra però un principio importante per il riconoscimento della fauna selvatica: l’aspetto è un elemento utile, ma non sempre sufficiente. Anche nel monitoraggio scientifico del lupo, ISPRA prevede criteri precisi per valutare fotografie, video e altre evidenze. Quando un campione biologico viene sottoposto ad analisi genetica e questa conferma l’appartenenza alla specie, il dato assume un livello di certezza molto maggiore.

Il caso rende questa distinzione particolarmente evidente. Per mesi gli abitanti del territorio hanno visto un animale che sembrava un lupo e che, soprattutto per il suo comportamento, era diventato una presenza riconoscibile. Ora sappiamo però che sotto la sua pelle c’era un microchip associato a un animale registrato.

Resta quindi da ricostruire la parte più curiosa della vicenda: come è arrivato nel Cremonese e perché è rimasto lontano dal suo umano di riferimento per così tanto tempo?

Su questo aspetto le informazioni disponibili non consentono ancora di formulare una spiegazione certa. Sappiamo che il proprietario formale risiederebbe fuori dalla provincia di Cremona, mentre l’animale è stato osservato per mesi nell’area di Gadesco Pieve Delmona e Persico Dosimo.

Non è invece possibile stabilire, sulla base delle informazioni attualmente disponibili, se si sia allontanato accidentalmente, se sia stato smarrito oppure come abbia raggiunto quella zona.

È una domanda che rimane aperta e che rende la storia ancora più singolare. Se gli accertamenti genetici confermeranno che Gianni è effettivamente un cane, quella che sembrava la storia di un lupo confidente diventerebbe quella di un cane dall’aspetto straordinariamente simile a un lupo, capace di vivere per mesi in libertà senza essere immediatamente riconosciuto come animale domestico.

Conclusione

La scoperta del microchip ha trasformato completamente la storia di Gianni. Quello che per mesi era stato considerato un lupo confidente del Cremonese potrebbe essere invece un cane, forse un Cane Lupo Cecoslovacco, già registrato nell’anagrafe degli animali d’affezione. Il dato è importante, ma non rappresenta ancora la prova genetica definitiva. Per quella serviranno gli ulteriori accertamenti.

Il caso dimostra anche quanto sia rischioso identificare un animale soltanto dall’aspetto o dal comportamento. Il DNA può fornire una risposta molto più solida e chiarire anche eventuali dubbi sull’ibridazione. Per Gianni, dunque, la cattura non ha concluso la vicenda: ha semplicemente aperto un nuovo capitolo. Ora resta da capire chi sia davvero l’animale che per mesi gli abitanti del Cremonese hanno chiamato Gianni e, soprattutto, come sia riuscito ad arrivare così lontano da casa.

Redazione

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