Perché i complottisti credono di avere ragione anche senza prove

Perché i complottisti credono di avere ragione davanti a prove e opinioni contrarie

Perché i complottisti credono di avere ragione anche quando le prove disponibili sembrano raccontare una storia completamente diversa? La risposta non dipende soltanto dalla quantità di informazioni possedute. Dietro una convinzione molto radicata possono agire diversi meccanismi psicologici, capaci di influenzare il modo in cui valutiamo ciò che accade, ricordiamo le conferme ricevute e interpretiamo le opinioni delle persone intorno a noi. Una persona può così sentirsi estremamente sicura della propria posizione senza avere una conoscenza altrettanto solida dei fatti. La ricerca scientifica sta cercando di comprendere proprio questo paradosso: perché la certezza soggettiva non sempre cresce insieme alla qualità delle prove. Alcuni studi mostrano inoltre che il feedback recente, il bisogno di sicurezza e il consenso percepito all’interno del proprio gruppo possono contribuire a rendere una convinzione ancora più difficile da mettere in discussione.

La certezza di avere ragione non coincide sempre con la verità

Sentirsi sicuri di un’idea e avere buone ragioni per considerarla vera sono due cose diverse. Nella vita quotidiana, però, tendiamo a confondere facilmente questi due aspetti. Se una previsione si avvera, se una persona che stimiamo conferma ciò che pensiamo oppure se troviamo online numerosi contenuti apparentemente favorevoli alla nostra posizione, possiamo finire per considerare quelle conferme come una prova della bontà dell’intera teoria.

È proprio il rapporto tra certezza e informazioni ricevute ad aver attirato l’attenzione del team di ricercatori delle Università di Berkeley, Rochester e della California, composto da Louis Martí, Francis Mollica, Steven Piantadosi e Celeste Kidd. Nel loro studio pubblicato nel 2018 su Open Mind, i ricercatori hanno osservato il modo in cui le persone costruiscono la propria sicurezza mentre imparano a riconoscere un determinato concetto.

L’esperimento utilizzava anche un concetto completamente inventato, chiamato Daxxy. I partecipanti dovevano classificare delle figure e ricevevano un feedback sulle risposte fornite. In questo modo gli studiosi potevano confrontare ciò che una persona avrebbe dovuto dedurre dall’insieme delle informazioni disponibili con la sua percezione soggettiva di aver capito correttamente il compito.

Il risultato più interessante è che la sicurezza dichiarata era legata soprattutto alla prestazione osservata dalla persona stessa, in particolare ai risultati più recenti. I partecipanti tendevano quindi a utilizzare il proprio rendimento come indicatore della probabilità di essere sulla strada giusta.

Questo non significa che lo studio dimostri direttamente che gli amici trasformino una convinzione falsa in una certezza. Il collegamento con il consenso sociale arriva infatti da altre ricerche. Il lavoro sul Daxxy è comunque utile per comprendere un meccanismo più generale: la nostra sicurezza può essere costruita a partire da segnali che non rappresentano necessariamente tutta la realtà disponibile.

Il problema del feedback: quando le conferme recenti pesano troppo

Immaginiamo una persona convinta di una determinata teoria. Ogni volta che trova un articolo, un video o un commento che sembra darle ragione, quella conferma può diventare un piccolo rinforzo. Se, nello stesso periodo, incontra informazioni contrarie ma le considera poco attendibili, il bilancio percepito può diventare sempre più favorevole alla convinzione iniziale.

Il fenomeno non riguarda esclusivamente il complottismo. È un aspetto più generale del modo in cui gli esseri umani valutano le proprie prestazioni e costruiscono la propria sicurezza. Lo studio di Martí e colleghi mostra infatti che la certezza era spiegata soprattutto dalla performance e dal feedback recente, piuttosto che da una valutazione puramente razionale dell’intero insieme di dati.

Quando questo meccanismo si combina con il bias di conferma, la situazione può diventare ancora più complessa. Chi possiede già una determinata convinzione può prestare maggiore attenzione alle informazioni compatibili con essa e attribuire meno valore a quelle che la mettono in discussione. La ricerca sulla disinformazione individua proprio nella ricerca selettiva delle conferme e nel ragionamento orientato verso una conclusione desiderata due fattori importanti nella resistenza alle informazioni corrette.

Non è quindi necessario immaginare una persona che rifiuta deliberatamente ogni fatto. Può verificarsi un processo molto più sottile: alcune informazioni vengono considerate decisive, altre vengono giudicate poco affidabili e, alla fine, la sicurezza aumenta perché il materiale preso in considerazione sembra confermare sempre la stessa conclusione.

Quando il consenso degli altri rafforza una convinzione

La dimensione sociale aggiunge un altro tassello al problema. Le nostre convinzioni non nascono nel vuoto: amici, familiari, gruppi online e comunità con cui interagiamo possono influenzare il modo in cui interpretiamo le informazioni. Sentire ripetere continuamente una determinata spiegazione può renderla familiare, plausibile e, soprattutto, apparentemente condivisa.

La psicologia delle teorie del complotto individua diversi motivi che possono favorire queste credenze. Una revisione condotta su 170 studi e più di 158.000 partecipanti ha evidenziato un insieme complesso di fattori legati a bisogni personali, percezione delle minacce, rapporti sociali e caratteristiche individuali. Non esiste quindi un unico profilo del “complottista” e sarebbe sbagliato ridurre il fenomeno alla semplice mancanza di intelligenza o di informazioni.

La ricerca della psicologa Karen Douglas, dell’Università del Kent, ha inoltre descritto tre grandi categorie di motivazioni associate alle credenze complottiste: epistemiche, legate al desiderio di conoscere e comprendere; esistenziali, collegate al bisogno di sentirsi sicuri e avere un certo controllo; e sociali, connesse all’immagine di sé e al gruppo di appartenenza.

Ed è proprio qui che il gruppo può assumere un peso particolare. Se una persona frequenta soprattutto ambienti nei quali tutti condividono la stessa interpretazione, può arrivare a pensare che quella posizione sia molto più diffusa di quanto sia realmente. I social network possono amplificare il fenomeno, perché gli utenti vengono esposti a contenuti capaci di generare un forte coinvolgimento e che possono circolare rapidamente all’interno di comunità omogenee.

La falsa sensazione che “lo pensano tutti”

Una ricerca pubblicata nel 2025 ha aggiunto un elemento particolarmente interessante. Gordon Pennycook, Jabin Binnendyk e David Rand hanno analizzato otto studi coinvolgendo complessivamente 4.181 adulti statunitensi. I partecipanti che aderivano maggiormente alle teorie del complotto mostravano anche una maggiore overconfidence, cioè una tendenza a valutare le proprie capacità al di sopra della loro effettiva prestazione.

Ma il risultato più sorprendente riguarda la percezione del consenso. Secondo gli autori, le persone con convinzioni complottiste tendevano a sovrastimare enormemente quanto gli altri condividessero le loro idee. Nei dati analizzati, le affermazioni complottiste erano sostenute dalla maggioranza dei partecipanti soltanto nel 12% dei casi, mentre i credenti ritenevano di trovarsi nella maggioranza addirittura nel 93% dei casi.

Questo risultato aiuta a capire perché il confronto con persone che la pensano allo stesso modo possa essere così potente. Se una convinzione viene ripetuta continuamente all’interno di un gruppo, la presenza di numerose conferme può essere interpretata come una dimostrazione della sua correttezza. In realtà, però, il numero di persone che condividono un’idea non stabilisce se quell’idea sia vera.

Il meccanismo può diventare ancora più forte quando la convinzione entra a far parte dell’identità personale. Mettere in discussione quella posizione non significa più soltanto valutare un’informazione: può sembrare quasi un attacco al proprio gruppo o al proprio modo di vedere il mondo. Per questo una semplice smentita può non essere sufficiente a modificare una convinzione profondamente radicata.

Conclusione

Capire perché i complottisti credono di avere ragione non significa stabilire che tutte le persone che sostengono una teoria alternativa siano incapaci di ragionare. La ricerca scientifica racconta una realtà molto più complessa. La certezza può dipendere dal modo in cui interpretiamo i risultati recenti, dal bias di conferma, dalle nostre motivazioni personali e dall’ambiente sociale nel quale riceviamo informazioni. Il punto più importante è che sentirsi sicuri non equivale ad avere prove sufficienti. Una persona può ricevere numerose conferme e, proprio per questo, diventare sempre più convinta di essere nel giusto. Per stabilire se una convinzione è fondata bisogna però guardare alla qualità delle evidenze, alla loro verificabilità e alla capacità di considerare anche ciò che potrebbe smentire la propria posizione. È una distinzione importante non soltanto quando si parla di complottismo, ma ogni volta che dobbiamo capire se ciò che pensiamo sia davvero sostenuto dai fatti.

Redazione

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