Difterite in Italia, il caso di Palermo riaccende l’allarme: cosa sta succedendo
La morte di una bambina di quattro anni a Palermo ha riportato l’attenzione su una malattia che molti consideravano ormai appartenente al passato. Il caso ha fatto nascere una domanda inevitabile: difterite è tornata in Italia oppure siamo davanti a un episodio eccezionale? La risposta richiede qualche cautela. La conferma di un caso di difterite respiratoria tossigenica è certamente un evento raro e importante, ma non significa automaticamente che la malattia abbia ripreso a circolare in modo diffuso nel nostro Paese. La difterite, infatti, non è mai scomparsa dal mondo e continua a rappresentare un rischio soprattutto dove la copertura vaccinale è insufficiente. L’episodio siciliano diventa quindi anche un’occasione per capire meglio come agisce il batterio, perché i sintomi possono inizialmente sembrare comuni e quale ruolo continua ad avere la vaccinazione nel prevenire le forme più gravi.
La difterite è tornata in Italia dopo il caso di Palermo?
Il primo punto da chiarire è proprio quello che sta alimentando maggiore preoccupazione. Un caso confermato non equivale automaticamente a una nuova epidemia nazionale. La difterite rimane presente a livello mondiale e può ricomparire anche in Paesi dove è diventata molto rara, soprattutto quando esistono gruppi di persone non vaccinate o non adeguatamente protette. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che nessuna regione del mondo può considerarsi completamente libera dalla difterite e che una copertura vaccinale insufficiente può favorire la circolazione del batterio.
Nel caso siciliano, dunque, è più corretto parlare di un evento raro che riaccende l’attenzione sulla prevenzione, piuttosto che sostenere che la malattia sia tornata a essere comune in Italia.
I dati disponibili aiutano a capire perché la vaccinazione abbia avuto un ruolo decisivo nel rendere questa infezione così poco frequente. L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che, dopo l’introduzione della vaccinazione, il peso della difterite nel nostro Paese è diminuito fino quasi a scomparire. Questo risultato, però, non significa che il batterio sia stato cancellato dal pianeta o che il rischio sia diventato nullo.
C’è poi un elemento particolarmente importante nel caso di Palermo: la copertura vaccinale non è uniforme sul territorio nazionale. Secondo i dati relativi al 2024, a 24 mesi la copertura utilizzata come riferimento per le vaccinazioni dell’esavalente era del 94,45% a livello nazionale, mentre in Sicilia si fermava all’85,13%.
Questo non significa che una percentuale di bambini non vaccinati provochi automaticamente un’epidemia. Significa, però, che esistono sacche di popolazione meno protette, che possono diventare più vulnerabili quando un agente infettivo torna a circolare.
Cosa sappiamo del caso di Palermo e perché non bisogna confonderlo con un’epidemia
La vicenda di Anna Rosa Bartolotta ha avuto un impatto particolare proprio perché la difterite respiratoria tossigenica è oggi estremamente rara in Italia. Il caso ha inoltre spinto le autorità sanitarie a verificare i contatti della bambina e a prestare attenzione alla possibile presenza del batterio nella comunità.
Qui è importante distinguere tre concetti: caso isolato, circolazione del batterio e focolaio. Non sono sinonimi. La scoperta di una persona malata dimostra che l’infezione può essere presente, ma per stabilire se esista una trasmissione più ampia servono indagini epidemiologiche, test sui contatti e sorveglianza sanitaria.
Anche il concetto di “paziente zero” può risultare fuorviante. Una persona infetta può avere manifestazioni molto lievi oppure non sviluppare quella forma grave che rende immediatamente riconoscibile la malattia. L’OMS segnala infatti che alcune persone possono trasmettere il batterio senza sviluppare manifestazioni evidenti.
Questo aiuta a comprendere anche un altro aspetto: essere vaccinati non significa necessariamente impedire ogni possibile contatto con il batterio, ma avere una protezione fondamentale contro la malattia e soprattutto contro le sue conseguenze più gravi.
Il caso di Palermo dovrebbe quindi essere letto evitando due errori opposti. Da una parte sarebbe sbagliato trasformarlo nella prova che l’Italia sia entrata in una nuova emergenza difterica. Dall’altra sarebbe altrettanto sbagliato considerarlo irrilevante. La sua importanza sta proprio nel ricordare che una malattia diventata rara grazie alla prevenzione può tornare a rappresentare un problema quando esistono persone non protette.
Perché la difterite è così pericolosa e quali sono i sintomi
La difterite è provocata dal Corynebacterium diphtheriae, un batterio che può colonizzare soprattutto le vie respiratorie superiori. Il pericolo maggiore, però, non deriva soltanto dalla presenza del microrganismo. Alcuni ceppi producono infatti la tossina difterica, una sostanza capace di danneggiare i tessuti e, nei casi più gravi, di provocare complicazioni anche a distanza.
La malattia può iniziare in maniera poco spettacolare. Febbre, mal di gola, debolezza e gonfiore dei linfonodi del collo possono ricordare una comune infezione delle alte vie respiratorie. Secondo l’OMS, i sintomi compaiono generalmente tra due e cinque giorni dopo l’esposizione. Nelle forme respiratorie può poi svilupparsi una caratteristica membrana spessa e grigiastra che interessa naso, tonsille e gola, rendendo difficoltosi la deglutizione e il respiro.
La tempestività è quindi fondamentale. Quando la malattia viene riconosciuta e trattata precocemente, il rischio di complicazioni e morte diminuisce sensibilmente. La terapia può comprendere antibiotici per eliminare il batterio e, nelle forme appropriate, l’antitossina difterica per contrastare gli effetti della tossina. Anche i contatti stretti possono essere sottoposti a profilassi antibiotica per limitare la diffusione dell’infezione.
La tossina difterica spiega perché i sintomi non vanno sottovalutati
Il meccanismo della malattia aiuta a capire perché una semplice irritazione della gola possa trasformarsi in una situazione molto seria. Il batterio tossigeno produce una sostanza che danneggia le cellule. Nel tratto respiratorio questo processo può contribuire alla formazione della caratteristica membrana che ostacola il passaggio dell’aria.
La tossina può però raggiungere anche altre parti dell’organismo attraverso il sangue. Tra le complicazioni riconosciute dall’OMS ci sono danni al cuore e al sistema nervoso, oltre ad altri problemi che possono comparire nelle forme più gravi. L’infiammazione del muscolo cardiaco, per esempio, può compromettere il funzionamento del cuore, mentre il coinvolgimento dei nervi può provocare disturbi neurologici e, nei casi più severi, paralisi.
È proprio questa caratteristica a rendere la difterite diversa da una normale infezione della gola. Il problema non si limita all’infiammazione locale: la tossina può trasformare un’infezione apparentemente iniziale in una malattia sistemica.
La trasmissione avviene soprattutto attraverso le goccioline respiratorie prodotte durante tosse e starnuti e attraverso il contatto ravvicinato con una persona infetta. Più raramente può avvenire attraverso oggetti contaminati da secrezioni infette.
Per questo motivo, davanti a una combinazione di mal di gola importante, febbre, difficoltà a deglutire, gonfiore del collo e soprattutto comparsa della caratteristica membrana, non bisogna aspettare che il quadro peggiori prima di rivolgersi a un medico. La difterite è rara, ma proprio questa rarità può rendere meno immediato il riconoscimento da parte di chi non l’ha mai incontrata.
Il vaccino protegge dalla difterite? E perché servono i richiami
La prevenzione rimane l’arma principale contro questa malattia. Il vaccino antidifterico non contiene una tossina capace di provocare la malattia: utilizza invece un tossoide, cioè una forma resa inattiva della tossina che permette al sistema immunitario di sviluppare una risposta protettiva.
In Italia la componente antidifterica è inserita nel vaccino esavalente utilizzato nel ciclo primario dell’infanzia. Il calendario del Ministero della Salute prevede tre dosi nel primo anno di vita, seguite dai richiami previsti nell’infanzia e nell’adolescenza. Per gli adulti è previsto un richiamo contro difterite, tetano e pertosse ogni dieci anni.
Questo punto è importante anche per gli adulti che ricordano di essere stati vaccinati da bambini ma non hanno più controllato il proprio stato vaccinale. La protezione non deve essere considerata una garanzia valida automaticamente per tutta la vita: il mantenimento dell’immunità richiede i richiami indicati dal calendario.
Perché una persona vaccinata può comunque entrare in contatto con il batterio
Una delle domande più comprensibili dopo il caso di Palermo riguarda il rapporto tra vaccinazione e infezione. Se il vaccino funziona, come può una persona vaccinata risultare esposta o avere una forma lieve?
La risposta sta nel meccanismo della protezione. Il vaccino antidifterico è progettato soprattutto per preparare l’organismo a neutralizzare la tossina. L’OMS sottolinea inoltre che alcune persone possono essere infettate senza sviluppare la malattia in forma evidente e possono comunque contribuire alla trasmissione del batterio.
Questo non ridimensiona il valore della vaccinazione. Al contrario, aiuta a capire perché sia così importante mantenere alta la copertura nella popolazione. Una persona vaccinata ha una protezione molto più favorevole rispetto a chi non è immunizzato, mentre la presenza di persone non protette aumenta la vulnerabilità collettiva.
I dati italiani mostrano che la situazione non è identica in tutte le Regioni. Nel 2024 la copertura a 24 mesi per la vaccinazione di riferimento dell’esavalente ha raggiunto il 94,45% in Italia, ma in Sicilia era dell’85,13%.
Non bisogna però interpretare questi numeri come una previsione automatica di nuovi casi. La copertura vaccinale è uno degli elementi che influenzano il rischio di circolazione, insieme alla presenza del batterio, alla tempestività della diagnosi, alla sorveglianza e alla gestione dei contatti.
Il messaggio che arriva da Palermo è quindi più semplice e più importante di qualsiasi slogan: quando una malattia diventa rara, il suo pericolo tende a scomparire dalla memoria collettiva, ma non necessariamente dalla realtà biologica.
Conclusione
La domanda “la difterite è tornata in Italia?” non può essere liquidata con un semplice sì o no. Il caso di Palermo dimostra che una forma grave e tossigenica della malattia può ancora comparire nel nostro Paese, ma un singolo episodio non significa che sia diventata nuovamente una malattia diffusa. Il dato più significativo riguarda invece ciò che rende possibile una sua ricomparsa: la presenza del batterio, persone non adeguatamente protette e una copertura vaccinale che in alcune aree rimane lontana dall’obiettivo del 95%. La difterite è oggi molto più rara proprio perché la vaccinazione ha cambiato radicalmente la sua storia. Il caso siciliano ricorda quindi perché non bisogna confondere la scomparsa della malattia dalla vita quotidiana con la scomparsa del rischio.
Redazione
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