Ghiacciaio dei Forni, il ghiaccio arretra di 3 km: dalle Alpi al Nepal le montagne cambiano

Ghiacciaio dei Forni sulle Alpi italiane in ritirata a causa del cambiamento climatico

C’è un luogo sulle Alpi italiane dove il cambiamento della montagna è diventato visibile a occhio nudo. Si trova in Alta Valtellina, in Valfurva, nel Parco Nazionale dello Stelvio, e prende il nome di ghiacciaio dei Forni. È il secondo ghiacciaio più grande d’Italia dopo l’Adamello e oggi rappresenta uno degli esempi più evidenti della trasformazione dell’alta quota. Dall’inizio del secolo la sua fronte si è ritirata di circa 3 chilometri, mentre nelle giornate più calde la perdita di spessore può arrivare a 10 centimetri in 24 ore.

Ma dietro questi numeri c’è qualcosa di più complesso del semplice scioglimento del ghiaccio. Cambiano le rocce, le morene, l’acqua e la stabilità dei versanti. E mentre sulle Alpi il ritiro può essere seguito passo dopo passo, sull’Himalaya un crollo glaciale ha recentemente provocato un’alluvione devastante tra Nepal e Tibet. Due scenari lontani che mostrano quanto rapidamente le montagne stiano cambiando.

Il ghiacciaio dei Forni sta morendo: quanto ghiaccio ha perso

Per capire la portata della trasformazione bisogna osservare il ghiacciaio non soltanto come una grande distesa bianca, ma come un ambiente che negli ultimi decenni ha cambiato profondamente aspetto. La fronte non si trova più dove la ricordavano le fotografie del passato e davanti alla massa glaciale sono emerse rocce che per molto tempo erano rimaste nascoste sotto il ghiaccio.

Il dato più impressionante riguarda la distanza percorsa dalla fronte nel suo arretramento. Secondo i dati presentati da Legambiente durante la Carovana dei Ghiacciai 2026, dall’inizio del secolo il complesso glaciale ha perso circa 3 chilometri. Nelle giornate caratterizzate dalle temperature più elevate, inoltre, lo spessore può diminuire fino a 10 centimetri nell’arco di appena 24 ore.

La velocità del cambiamento si comprende ancora meglio guardando a un periodo più recente. Tra il 2014 e il 2022 la fronte si è ritirata di oltre 400 metri e in alcuni punti lo spessore del ghiaccio è diminuito di circa 70 metri. È una perdita enorme, paragonabile all’altezza di un edificio di una ventina di piani.

Il problema, però, non riguarda soltanto la lunghezza della lingua glaciale. La massa di ghiaccio si è progressivamente trasformata e frammentata. Dal 2016 il complesso è suddiviso in tre settori distinti, indicati come Forni Centrale, Forni Occidentale e Forni Orientale. Anche questo dettaglio aiuta a comprendere perché parlare semplicemente di “ritiro” non sia sufficiente per descrivere quello che sta accadendo.

La superficie mostra altri segnali evidenti. Il ghiaccio appare più scuro in diversi punti, mentre aumenta la presenza di detriti e affiorano rocce che in passato erano coperte. Questi materiali modificano l’aspetto della superficie glaciale e rendono ancora più evidente la differenza rispetto alle immagini storiche.

Il complesso ha oggi una superficie di circa 10,71 chilometri quadrati e una lunghezza massima registrata di 3.135 metri. Il Comitato Glaciologico Italiano lo considera il secondo ghiacciaio italiano per estensione dopo l’Adamello. Il confronto con il passato permette quindi di comprendere non soltanto quanto ghiaccio sia stato perso, ma anche quanto sia cambiata la forma dell’intero ambiente glaciale.

La situazione del Forni si inserisce in un quadro più ampio. I ghiacciai italiani si stanno sciogliendo con modalità e velocità differenti, ma il ritiro delle masse glaciali rappresenta ormai una delle trasformazioni più evidenti delle Alpi. Il ghiaccio che scompare lascia spazio a nuove superfici rocciose e modifica progressivamente il paesaggio.

Il ghiacciaio dei Forni quanto si è ritirato?

La risposta più immediata è circa 3 chilometri dall’inizio del secolo, ma questo numero da solo non racconta tutta la storia. La perdita non riguarda infatti soltanto l’estensione della fronte: il ghiaccio si assottiglia, la massa si frammenta e nuove rocce diventano visibili dove prima esisteva una superficie glaciale continua.

Tra il 2014 e il 2022 la fronte ha perso oltre 400 metri, mentre in alcuni punti lo spessore è diminuito di circa 70 metri. Nelle giornate più calde il ghiaccio può perdere fino a 10 centimetri di spessore in 24 ore. Sono dati che mostrano la rapidità con cui le condizioni dell’alta montagna possono cambiare.

Il fenomeno non deve però essere interpretato come se ogni singola giornata calda fosse responsabile dell’arretramento complessivo. L’evoluzione di una massa glaciale dipende dall’equilibrio tra neve accumulata, fusione, temperature e condizioni meteorologiche. È il bilancio che si costruisce nel tempo a determinare la perdita o la crescita del ghiaccio.

Dalle Alpi all’Himalaya: perché il ritiro dei ghiacciai cambia la montagna

Il cambiamento osservato sulle Alpi non riguarda soltanto il ghiaccio. Quando una massa glaciale si ritira, lascia dietro di sé un territorio diverso da quello che esisteva quando la valle era occupata da una quantità maggiore di ghiaccio. Cambiano le superfici rocciose, il percorso dell’acqua e gli ambienti che si sviluppano nelle aree recentemente liberate dalla massa glaciale.

Per questo il ritiro dei ghiacciai nelle Alpi italiane non è soltanto una questione legata al paesaggio. La perdita di ghiaccio può avere conseguenze sulla disponibilità stagionale dell’acqua e sulla sicurezza degli ambienti di alta quota. Il problema diventa ancora più complesso quando al progressivo aumento delle temperature si aggiungono precipitazioni particolarmente intense.

Durante l’estate 2026, proprio nell’area della Valfurva, sono stati registrati 60 millimetri di pioggia in 24 ore, mentre sulle Orobie Valtellinesi sono caduti circa 200 millimetri in due giorni. Le precipitazioni hanno provocato anche una parziale esondazione del torrente Frodolfo e danneggiato un tratto del sentiero che conduce verso il ghiacciaio.

Nello stesso periodo, tra il primo gennaio e il 23 agosto 2026, Legambiente ha registrato 72 eventi meteorologici estremi nelle regioni dell’arco alpino. Lombardia, Veneto e Piemonte sono risultate le aree maggiormente colpite. Il dato non significa che questi eventi siano la causa diretta del ritiro del Forni, ma aiuta a descrivere il contesto meteorologico nel quale oggi si trovano gli ambienti alpini.

La trasformazione coinvolge anche l’Adamello, il ghiacciaio più esteso d’Italia. Il confronto tra immagini realizzate a distanza di anni permette di osservare un arretramento della massa glaciale e una significativa perdita di spessore. Come per il Forni, anche qui la progressiva scomparsa del ghiaccio non riguarda soltanto l’aspetto della montagna: i ghiacciai rappresentano infatti una riserva d’acqua importante per gli ecosistemi e per le attività che si sviluppano a valle.

È in questo contesto che il collegamento con l’Himalaya diventa interessante. Il recente disastro avvenuto tra Nepal e Tibet ha mostrato in modo drammatico come ghiaccio, roccia e acqua possano interagire durante un evento improvviso.

Il 26 agosto 2026 una parte di un ghiacciaio nell’area himalayana è crollata, provocando una gigantesca massa di ghiaccio e roccia che ha raggiunto il fondovalle. Il materiale ha investito un corso d’acqua e ha contribuito alla formazione di una devastante alluvione, con effetti estesi lungo le valli. Le prime ricostruzioni avevano fatto pensare a un terremoto, ma l’analisi dell’evento ha indicato che il segnale sismico era stato prodotto proprio dal crollo e dalla successiva colata di detriti.

Il bilancio è rapidamente cresciuto nei giorni successivi. Al 30 agosto, le autorità riportavano almeno 750 vittime complessive tra Nepal e Tibet e oltre 3.000 persone disperse, mentre le operazioni di soccorso erano ancora in corso.

Il collegamento con il riscaldamento globale richiede però prudenza. Non è corretto affermare automaticamente che un singolo crollo glaciale sia stato causato dal cambiamento climatico. Gli eventi di alta quota dipendono da una combinazione di fattori e per stabilire il peso preciso di ciascuno servono analisi scientifiche approfondite.

Esiste comunque un quadro più ampio nel quale inserire questi fenomeni. L’aumento delle temperature modifica ghiaccio, neve e permafrost e può contribuire a cambiare le condizioni di stabilità di alcuni ambienti montani. Quando questi elementi interagiscono con forti precipitazioni o altri fattori locali, il rischio può diventare particolarmente difficile da gestire.

Ghiacciai Himalaya, crolli e alluvioni: cosa può succedere quando il ghiaccio cede

Il caso del Nepal mostra che un evento che inizia a grande quota può trasformarsi rapidamente in un problema per le popolazioni che vivono molto più in basso. Il crollo di ghiaccio e roccia può infatti generare una massa di detriti capace di entrare nei corsi d’acqua e modificarne improvvisamente la portata.

Nel disastro del 26 agosto, il materiale precipitato dall’alta quota ha investito il sistema fluviale e contribuito alla formazione di un’enorme colata di acqua, fango e detriti. Le conseguenze sono state devastanti per infrastrutture, strade e insediamenti.

Questo non significa che il ritiro di un ghiacciaio porti necessariamente a un crollo o a un’alluvione. Sono fenomeni differenti, anche se possono entrare in relazione all’interno di un ambiente montano sottoposto a profonde trasformazioni.

È proprio questa distinzione a rendere importante il confronto con le Alpi. Sul Forni possiamo osservare soprattutto una perdita progressiva di massa glaciale. In Himalaya, invece, un crollo improvviso ha mostrato quanto rapidamente ghiaccio e roccia possano trasformarsi in un pericolo a valle.

Anche per questo diventa importante conoscere meglio ciò che accade sulle montagne prima che il cambiamento sia percepibile soltanto attraverso un evento estremo.

Un esempio arriva proprio dalla Valle dei Forni, dove nel luglio 2026 è stato inaugurato il Sentiero Glaciologico Stoppani-Desio. Il percorso comprende 13 punti di osservazione attraverso i quali è possibile leggere le tracce lasciate dal ghiaccio e ricostruire l’evoluzione della valle dal XIX secolo a oggi.

Il sentiero permette quindi di osservare direttamente una montagna che cambia. Le morene, le rocce e le posizioni raggiunte dal ghiaccio in epoche diverse diventano una sorta di archivio naturale. È un modo concreto per capire che il ritiro glaciale non è un fenomeno astratto, ma una trasformazione che modifica il territorio sotto gli occhi di chi lo attraversa.

Conclusione

Il ghiacciaio dei Forni racconta una trasformazione che sulle Alpi è già difficile da ignorare. Il ritiro di circa 3 chilometri, la perdita di spessore e la frammentazione della massa glaciale mostrano quanto sia cambiato l’ambiente di alta quota.

Il confronto con il Nepal aggiunge però un’altra prospettiva. Le dinamiche non sono identiche e non ogni crollo può essere attribuito direttamente al riscaldamento globale, ma entrambi i casi mostrano una montagna nella quale ghiaccio, acqua e roccia stanno assumendo nuovi equilibri.

La domanda, quindi, non riguarda soltanto quanto ghiaccio resterà sulle Alpi. Riguarda come sarà la montagna quando quel ghiaccio continuerà a diminuire. Il Sentiero Stoppani-Desio permette già oggi di osservare le tracce di questa trasformazione. E quelle rocce emerse dal ghiaccio raccontano una storia che non appartiene soltanto al passato: è la montagna del nostro presente.

Redazione

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