El Niño 2026 2027 previsioni: perché i climatologi parlano di un evento senza precedenti negli ultimi 150 anni
Quattordici modelli climatici indipendenti puntano nella stessa direzione, e quella direzione non ha termini di paragone in un secolo e mezzo di rilevazioni. Le previsioni su El Niño 2026 2027 restituiscono un’anomalia termica del Pacifico tropicale pari a 3,6 gradi sopra la media: un valore che non si limita a battere il primato del 2015-16 (2,75 gradi), lo distanzia di quasi un grado intero. Per intenderci, tra l’evento più violento e il quinto più violento mai registrati ballano appena cinque decimi. Qui siamo su un altro pianeta. Zeke Hausfather, climatologo di Berkeley Earth citato da Nature durante una conferenza recente, ha parlato di “un margine davvero sconvolgente”. E lui non è uno che distribuisce aggettivi a caso. Le probabilità che la traiettoria si confermi? Novanta percento, in crescita costante da mesi.
I numeri dietro l’allarme: cosa dicono davvero i modelli climatici
Partiamo da un chiarimento necessario, perché il rumore mediatico tende a appiattire tutto. El Niño non è un’invenzione da titolo acchiappaclick. È la fase calda dell’ENSO, l’oscillazione meridionale che ogni due-sette anni scalda le acque equatoriali del Pacifico e ridistribuisce quantità enormi di energia attraverso l’atmosfera. La sua controparte fredda si chiama La Niña. Il meccanismo esiste da millenni, le popolazioni precolombiane lo conoscevano e lo temevano. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.
Eppure qualcosa di nuovo c’è, eccome. Ciò che distingue questo ciclo da tutti quelli monitorati nell’era strumentale è la rapidità dell’innesco. I rilevamenti di Berkeley Earth documentano un’accelerazione che ha bruciato i tempi persino del Super El Niño 1997-98, considerato fino a ieri il benchmark della velocità “esplosiva”. Da marzo a luglio, ogni aggiornamento mensile ha spostato l’asticella un po’ più in alto: il picco proiettato è salito da 2,8 a 3,6 gradi nel giro di poche settimane. E il massimo, stando alla dashboard che Hausfather aggiorna su theclimatebrink.com, dovrebbe materializzarsi a dicembre 2026. Il guaio è che il picco stagionale cade normalmente tra novembre e gennaio. Trovarsi a luglio con due gradi di anomalia già consolidati significa avere davanti un margine di accumulo che nessun previsore aveva mai dovuto contemplare.
Il “margine sconvolgente” di Hausfather e l’affidabilità delle proiezioni
Chi è Hausfather, e perché il suo tono conta più di mille titoli a nove colonne? Parliamo di un ricercatore che si muove tra Berkeley Earth e Stripe, pubblica su Nature, e ha costruito la propria credibilità sulla cautela interpretativa. Sul suo portale ha raccontato di essersi genuinely spaventato una sola volta, negli ultimi anni: settembre 2023, quando la temperatura globale balzò mezzo grado sopra qualsiasi settembre precedente. Un campanello d’allarme, lo definì. Stavolta no. Stavolta la parola che usa è un’altra, e non la ripete due volte per abitudine retorica.
La convergenza dei quattordici modelli su un’anomalia di 3,6 gradi non è un’ipotesi tra tante. È il punto mediano di simulazioni indipendenti, sviluppate con parametri diversi, che continuano ad allinearsi. Il record del 2015-16 si fermava a 2,75. La forbice tra il primo e il quinto evento più intenso in 150 anni? Mezzo grado. Fate voi il confronto. Il Servizio Meteorologico della NOAA ha già certificato ufficialmente la formazione del fenomeno, il che sposta il discorso dal terreno delle speculazioni giornalistiche a quello della documentazione istituzionale.
Certo, la scienza del clima non emette sentenze con il martelletto. Hausfather stesso lo ribadisce: nessuna certezza al cento percento. Ma la direzione di marcia si rafforza a ogni ciclo di osservazione, e i dati misurati continuano a cadere dove i modelli avevano previsto. Quando quattordici simulazioni indipendenti ti dicono la stessa cosa, e il mondo reale le segue, il novanta percento non è un azzardo. È quasi una diagnosi.
Conseguenze globali e rischi per l’Italia: cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi
L’energia accumulata nel Pacifico non resta lì. Si propaga, ridisegna le correnti, sposta le piogge, amplifica gli estremi. E lo fa in modo asimmetrico: c’è chi annega e chi brucia, a seconda della latitudine. Le proiezioni collocano le alluvioni più violente in America Latina, Stati Uniti meridionali e Africa orientale. Siccità prolungate e incendi, invece, minacceranno Australia, Sud-Est asiatico, subcontinente indiano, bacino amazzonico e Africa australe. Le barriere coralline, già provate da un decennio di stress termico, rischiano danni che nessuno osa definire reversibili.
Sul termometro globale, il conto è altrettanto pesante. Sommando l’effetto di questo evento al riscaldamento di fondo prodotto dalle emissioni di CO₂, il 2027 potrebbe toccare +1,7 gradi rispetto all’era preindustriale. Due decimi oltre quella soglia di +1,5 che l’intera comunità scientifica indica come spartiacque tra “gestibile” e “potenzialmente catastrofico”: accelerazione nell’innalzamento dei mari, collassi ecosistemici, espansione di patologie tropicali, pressioni migratorie senza precedenti. Per il 2027 i modelli danno lo sforamento come pressoché acquisito. Per il 2026, la probabilità di un anno record è raddoppiata in poche settimane: dal tredici al ventotto percento.
Il portafoglio, poi, presenta il conto prima della coscienza. Il Super El Niño del 1997-98 costò 5,7 trilioni di dollari in crescita globale bruciata negli anni successivi. Per il ciclo attuale, le stime più prudenti parlano di 10 trilioni di perdite cumulative entro il 2032. Numeri che dovrebbero bastare a archiviare la favola del “problema astratto che riguarda i nostri nipoti”.
L’Italia nel mirino: tra prudenza scientifica e segnali da non ignorare
Da noi il discorso si fa più sfumato, e onestamente è giusto così. Nicola Scafetta, climatologo alla Federico II di Napoli, ha chiarito che gli effetti più tangibili sulla penisola non arriveranno nell’immediato: più probabile un manifestarsi in autunno, con due o tre mesi di sfasamento rispetto all’innesco pacifico. Parlare oggi di conseguenze marcate per l’Italia, ha precisato, sarebbe prematuro. Non siamo il Perù, non siamo il Queensland. Ma “non in prima linea” non significa “fuori portata”.
Luca Mercalli, il divulgatore torinese che da decenni prova a tradurre la climatologia in linguaggio da tinello, ha sintetizzato il quadro con un’immagine che vale più di dieci grafici: il sistema climatico è un orologio svizzero, e noi lo stiamo prendendo a martellate. A un certo punto, da qualche ingranaggio, l’ora giusta non esce più. Il punto non è il singolo evento, per quanto eccezionale. È l’accumulo. È il fatto che ogni ciclo parte da un gradino più alto del precedente perché il riscaldamento di fondo non si resetta.
Kaustubh Thirumalai, paleoclimatologo all’Università dell’Arizona, sposta lo sguardo ancora più indietro: i danni impressi nei coralli fossili suggeriscono che nel Seicento possa essersi verificato un evento ancora più estremo. Ma nel Seicento non c’erano otto miliardi di persone, né megalopoli costiere, né agricolture industrializzate appese a un filo. E soprattutto non c’era un grado di riscaldamento già “incassato”. La vera domanda, secondo Thirumalai, non è la classifica storica. È capire se frequenza e intensità stanno crescendo strutturalmente. La risposta, per ora, non c’è. Il sistema è squilibrato, e resterà tale finché continueremo a pompare anidride carbonica in atmosfera.
Guardare avanti senza cedere al panico
Nessuno, qui, sta emettendo una condanna definitiva. Ma la convergenza di quattordici simulazioni, il novanta percento di probabilità, un’anomalia già fuori scala a luglio con il picco ancora da raggiungere: sono elementi che pretendono attenzione, preparazione, e un’informazione all’altezza. Il confine tra “ciclo naturale” e “sintomo di un sistema cronicamente alterato” si assottiglia a ogni passaggio, e fingere che non sia così non sposta il termometro di un decimo.
Nei prossimi mesi, i bollettini NOAA e gli aggiornamenti di Berkeley Earth diranno se la rotta tiene o se il Pacifico riserva un colpo di coda al ribasso. Nel frattempo, la cosa più sensata che un lettore possa fare è cercare fonti strutturate, diffidare di chi urla senza spiegare, e pretendere dalla politica quel livello di profondità che un fenomeno del genere impone. L’orologio di Mercalli ticchetta ancora. Per quanto, dipende anche da noi.
Redazione
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