IA e consigli sulla salute: chi si affida ai chatbot crede più facilmente alle fake news sui vaccini, secondo il sondaggio KFF

IA e consigli sulla salute: persona che utilizza un chatbot di intelligenza artificiale sullo smartphone per ottenere informazioni mediche, con simboli sanitari e vaccini sullo sfondo.

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento sempre più utilizzato anche per ottenere informazioni sanitarie. Sempre più persone scelgono infatti di rivolgersi ai chatbot per ricevere chiarimenti su sintomi, farmaci o possibili problemi di salute, attratte dalla rapidità delle risposte e dalla semplicità d’uso. Tuttavia, il crescente ricorso all’IA e consigli sulla salute solleva interrogativi importanti sulla qualità delle informazioni ricevute e sul rischio di affidarsi eccessivamente a queste tecnologie. Un recente sondaggio della Kaiser Family Foundation (KFF) mette in luce un aspetto particolarmente delicato: chi consulta frequentemente i chatbot per questioni mediche tende a credere con maggiore facilità alle fake news sui vaccini. I risultati dello studio invitano quindi a riflettere sul ruolo dell’intelligenza artificiale nell’informazione sanitaria e sui suoi limiti, soprattutto quando si tratta di prendere decisioni che riguardano la propria salute.

IA e consigli sulla salute: cosa rivela il sondaggio della KFF

Il sondaggio realizzato dalla Kaiser Family Foundation (KFF) è stato condotto nel maggio 2026 su un campione rappresentativo di 2.480 adulti statunitensi. L’obiettivo era comprendere come gli americani utilizzino gli strumenti di intelligenza artificiale per informarsi sulla salute e verificare se questa abitudine sia associata a una diversa percezione di alcuni temi sanitari.

I risultati mostrano che chi consulta chatbot basati sull’intelligenza artificiale almeno una volta alla settimana per ricevere informazioni mediche manifesta una maggiore propensione a credere ad alcune delle principali fake news sui vaccini. L’indagine evidenzia quindi una correlazione tra l’uso frequente di questi strumenti e una più marcata vulnerabilità alla disinformazione sanitaria.

Come ha spiegato Alex Montero, analista della KFF e principale autore dello studio, intervistato dal Center for Infectious Disease Research and Policy (CIDRAP) dell’Università del Minnesota, la maggior parte delle persone continua a riconoscere come infondate molte delle teorie più diffuse sui vaccini. Rimane però una fascia consistente di intervistati che si colloca in una posizione di incertezza, risultando quindi più esposta all’influenza di informazioni prive di basi scientifiche.

Lo studio non sostiene che siano i chatbot a diffondere direttamente contenuti no-vax. Piuttosto, evidenzia come gli utenti che li utilizzano con maggiore frequenza per ottenere consigli sanitari risultino anche quelli più inclini a ritenere credibili alcune affermazioni smentite dalla comunità scientifica.

I numeri della ricerca mostrano un legame con la disinformazione sui vaccini

Entrando nel dettaglio dei dati emergono differenze significative tra chi ricorre abitualmente ai chatbot e chi, invece, li utilizza raramente o non li consulta affatto.

Tra gli utenti più assidui, il 35% considera “probabile” oppure “certamente vera” l’affermazione secondo cui il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia possa provocare l’autismo nei bambini. Si tratta di una delle fake news più persistenti dell’universo no-vax, più volte smentita dalle evidenze scientifiche. La stessa convinzione riguarda il 29% di chi utilizza questi strumenti solo occasionalmente e il 20% di chi non li impiega per ottenere informazioni sanitarie.

Una tendenza analoga emerge anche per altri falsi miti. Il 29% degli utilizzatori abituali ritiene che i vaccini a mRNA possano modificare il DNA umano, contro il 20% registrato tra chi non consulta l’intelligenza artificiale per questi scopi. Inoltre, il 22% pensa che il vaccino contro il morbillo sia più pericoloso della malattia stessa, mentre tra i non utilizzatori la quota scende al 15%.

Lo stesso andamento si osserva anche nell’utilizzo dei social network come fonte di informazioni sulla salute. Tra chi consulta regolarmente queste piattaforme per temi sanitari, il 37% ritiene plausibile il falso collegamento tra vaccini e autismo, una percentuale che si riduce al 16% tra coloro che non le usano mai con questa finalità.

Nel complesso, i risultati mostrano una correlazione tra il ricorso abituale agli strumenti digitali per informarsi sulla salute e una maggiore esposizione alla disinformazione, senza dimostrare però un rapporto diretto di causa-effetto.

Perché l’intelligenza artificiale non può sostituire il parere di un medico

L’utilizzo dei chatbot come fonte di informazioni sanitarie continua a crescere. Un precedente sondaggio della KFF aveva già evidenziato che circa il 29% degli adulti statunitensi ricorre almeno una volta al mese a questi strumenti per cercare chiarimenti sulla salute, una percentuale molto vicina al 31% di chi si affida ai social media.

Le motivazioni sono diverse. Per circa il 65% degli intervistati il principale vantaggio è rappresentato dalla rapidità delle risposte, mentre per circa un quinto del campione incidono soprattutto il costo delle visite mediche e le difficoltà di accesso ai servizi sanitari.

Il dato più significativo riguarda però il comportamento successivo degli utenti. Il 42% di chi utilizza l’intelligenza artificiale per problemi di salute fisica ha dichiarato di seguire le indicazioni ricevute senza confrontarsi prima con un medico o con un altro professionista sanitario.

Questo elemento mostra come, per una parte della popolazione i chatbot stiano assumendo un ruolo sempre più vicino a quello di un consulente personale, nonostante le stesse aziende del settore ricordino che tali strumenti non possono sostituire una valutazione clinica.

Perché i chatbot possono rafforzare convinzioni già esistenti

Secondo quanto emerge dall’indagine, il problema non risiede nelle risposte dirette fornite dai chatbot. Se si chiede esplicitamente a modelli come ChatGPT o Gemini se i vaccini provochino l’autismo, la risposta è netta e in linea con le evidenze scientifiche: no.

La questione è più complessa e riguarda il funzionamento dei Large Language Models (LLM). Questi sistemi vengono addestrati elaborando enormi quantità di contenuti presenti sul web, un ambiente nel quale la disinformazione sanitaria continua a circolare in modo esteso e ben organizzato. In alcune circostanze, i modelli possono quindi riflettere o amplificare narrazioni già diffuse online.

A ciò si aggiunge un’altra caratteristica dell’intelligenza artificiale generativa. Quando i chatbot commettono errori, le cosiddette “allucinazioni”, tendono comunque a esprimersi con un linguaggio sicuro, fluido ed empatico. Questo stile comunicativo rafforza la percezione di autorevolezza anche quando alcune informazioni non risultano del tutto corrette.

Diversi studi medici hanno inoltre evidenziato che questi strumenti non raggiungono ancora un livello di accuratezza tale da poter essere considerati pienamente affidabili nell’ambito sanitario. Va poi considerata un’ulteriore peculiarità dei modelli linguistici: la tendenza a fornire risposte che soddisfino le aspettative dell’interlocutore. Nelle persone già indecise o diffidenti nei confronti dei vaccini, questo comportamento potrebbe contribuire a rafforzare convinzioni preesistenti anziché favorire una valutazione più critica delle informazioni.

Conclusione

L’indagine della KFF offre uno spunto importante per comprendere come stia evolvendo il rapporto tra cittadini e strumenti di intelligenza artificiale applicati alla salute. I chatbot possono rappresentare un valido supporto per ottenere informazioni rapide, ma il loro utilizzo richiede prudenza e spirito critico. I dati raccolti mostrano infatti una correlazione tra il ricorso frequente a questi strumenti e una maggiore propensione a credere alle fake news sui vaccini, senza dimostrare che siano direttamente i chatbot a generare tali convinzioni. Per questo motivo, quando si tratta di decisioni che riguardano il proprio benessere, le risposte fornite dall’intelligenza artificiale dovrebbero essere considerate un punto di partenza e non un’alternativa al confronto con medici e professionisti sanitari.

Redazione

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