Studio rileva microplastiche in ogni prodotto ittico testato: ne mangiamo un piatto intero all’anno

Grazie a un nuovo test in grado di rilevare cinque differenti tipologie di microplastiche negli organismi marini, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati australiani le ha individuate in tutti gli esemplari di interesse commerciale analizzati. Le concentrazioni maggiori sono state identificate nelle sardine, mentre i più “sicuri” sono risultati essere i calamari.

Un nuovo test in grado di rilevare le concentrazioni di microplastiche negli animali marini le individuate in tutte le specie di interesse commerciale analizzate in uno studio scientifico. Nello specifico, sono state trovate in granchi, gamberi, ostriche, sardine e calamari, prodotti ittici apprezzati praticamente in tutto il mondo. Ad oggi non è ancora noto quali possano essere gli effetti della plastica ingerita sull’organismo umano della plastica, ma in base a un recente studio condotto dall’Università di Newcastle e dal WWF è stato determinato che ne mangiamo ben 5 grammi a settimana, pari a 250 grammi in un anno, come un abbondante piatto di pasta.

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A rilevare le microplastiche nei vari prodotti ittici è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università del Queensland, Australia, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del College of Life and Environmental Sciences dell’Università di Exeter, Regno Unito. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Francisca Ribeiro, docente presso la Queensland Alliance for Environmental Health Sciences (QAEHS) di Woolloongabba, hanno sviluppato il nuovo test affinché riuscisse a individuare i materiali plastici che si utilizzano più comunemente e che più di frequente si trovano nei rifiuti marini, responsabili della morte di un enorme numero di animali ogni anno, tra uccelli, tartarughe e cetacei (in particolar modo quelli con i denti, come i globicefali e i capodogli). Il test va a caccia di cinque composti: polistirolo, polietilene, polivinilcloruro, polipropilene e poli(metil metacrilato).

Dopo aver acquistato in un mercato australiano granchi blu, gamberi d’allevamento, calamari, ostriche e sardine, Ribeiro e colleghi hanno sottoposto i singoli esemplari al test, trovando una notevole varietà nelle concentrazioni di microplastiche sia tra le varie specie che tra i singoli individui. Sono stati rilevati 0,04 milligrammi per grammo di tessuto nei calamari; 0,07 milligrammi nei gamberi; 0,1 milligrammi nelle ostriche; 0,3 milligrammi nei granchi e ben 2,9 milligrammi nelle sardine. “Considerando una porzione media, un consumatore di pesce potrebbe essere esposto a circa 0,7 milligrammi di plastica quando mangia una porzione media di ostriche o calamari, e fino a 30 milligrammi di plastica quando mangia sardine, rispettivamente”, ha dichiarato in un comunicato stampa dell’Università di Exeter la professoressa Ribeiro, che ha sottolineato come 30 milligrammi sia il peso medio di un chicco di riso.

Gli scienziati sono rimasti sorpresi dal fatto che le sardine sono risultate essere quelle con la concentrazione maggiore di microplastiche, mentre si aspettavano i risultati peggiori da organismi filtratori come i frutti di mare. I calamari sono invece risultati essere i più “sicuri”, benché contaminati anch’essi. Grazie alla nuova tecnica – basata sulla spettrometria di massa – è stato determinato che il tipo di plastica trovato in concentrazioni più elevate è il polietilene, mentre il più diffuso era il famigerato PVC (il cloruro di polivinile), trovato in ogni esemplare analizzato. Come indicato, ad oggi non sono noti gli effetti delle microplastiche sull’uomo, ma tenendo presenti le quantità ingerite e gli effetti rilevati in altri organismi gli scienziati sono piuttosto preoccupati dal potenziale impatto, in particolar modo a livello endocrino. I dettagli della ricerca “Quantitative Analysis of Selected Plastics in High-Commercial-Value Australian Seafood by Pyrolysis Gas Chromatography Mass Spectrometry” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Environmental Science & Technology.

Andrea Centini

Foto di Free-Photos da Pixabay 

Fonte:scienze.fanpage.it

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