Resort di Bill Gates a Ostuni: la Puglia dice no al Four Seasons e il caso finisce al TAR
Nove ettari di macchia mediterranea affacciati sull’Adriatico. Siamo in contrada Mogale, tra Ostuni e il mare. Fino a pochi anni fa qui si sentivano solo il vento tra gli ulivi secolari e il belare delle greggi al pascolo. Nessuno si sarebbe aspettato di vedere spuntare 49 corpi di fabbrica con piscina a sfioro e beach club riservato. Eppure il disegno esisteva, nero su bianco. Un complesso a cinque stelle griffato Four Seasons, finanziato dalla galassia societaria di Bill Gates tramite Cascade Investment. Preventivo: cento milioni di euro. Quel piano ambizioso si è infranto contro un ostacolo imprevisto. La Regione Puglia ha scelto di scendere in tribunale contro l’opera. Si è costituita al fianco delle associazioni ecologiste davanti ai giudici amministrativi di Lecce. Il Resort di Bill Gates a Ostuni, almeno per ora, non s’ha da fare.
Dietro il progetto: chi voleva trasformare Costa Merlata in un paradiso per super-ricchi
Four Seasons non è un operatore turistico qualsiasi. Parliamo di una macchina dell’ospitalità di lusso attiva in 47 Paesi. La proprietà fa capo in larga misura a Cascade Investment, la holding personale del fondatore di Microsoft. Un portafoglio immobiliare che spazia dagli alberghi ai terreni agricoli in mezzo mondo. Nel dossier ostunese, accanto al colosso americano, comparivano altri due attori. Il gruppo israeliano Omnam Investment Group, specializzato in operazioni ad alto rendimento. E la Merletto srl, società che nel 2020 aveva acquisito i terreni di contrada Mogale. L’idea era nitida: fare di quell’angolo di Puglia rurale una destinazione d’élite. Qualcosa in grado di competere con le Maldive o la Costa Azzurra.
I volumi previsti non lasciavano spazio a interpretazioni. Centocinquanta tra camere e suite, ripartite in quasi cinquanta edifici indipendenti. Ristoranti affidati a chef stellati, una spa di ultima generazione, più piscine. E un accesso esclusivo alla spiaggia. Il masterplan portava la firma di ODA Architecture, lo studio newyorchese che ha ridisegnato skyline a Miami e Tel Aviv. Sulla carta, l’operazione prometteva occupazione e indotto per il comprensorio. Nella pratica, avrebbe cancellato per sempre la morfologia di un paesaggio intatto da secoli. La Soprintendenza competente lo ha scritto senza giri di parole. Il parere negativo parla di “compromissione irreversibile dell’assetto morfologico e dell’identità rurale della zona”. Un giudizio tecnico che, da solo, ipoteca l’intero iter autorizzativo.
La scorciatoia della ZES: come il Decreto 124/2023 è diventato il grimaldello degli sviluppatori
Ciò che ha fatto scattare l’allarme rosso non è la bellezza architettonica del progetto. Non è nemmeno il prestigio del marchio. È il metodo. Per ottenere il via libera in tempi compressi, i promotori hanno imboccato una corsia preferenziale. Quella prevista dalla disciplina della Zona Economica Speciale, introdotta dal Decreto Legge 124 del 2023. La gestione è centrale: spetta alla Struttura di missione ZES Unica presso la Presidenza del Consiglio. Una normativa concepita per accelerare insediamenti produttivi e logistici nel Mezzogiorno. Consente di ottenere un’autorizzazione unica capace di scavalcare diversi passaggi urbanistici ordinari.
Stando alla ricostruzione dei legali regionali, gli sviluppatori avrebbero piegato questo strumento a un uso improprio. Nella sostanza, hanno presentato una semplice variante al piano di lottizzazione comunale di Ostuni. Senza allegare un piano economico-finanziario coerente con le finalità industriali della ZES. E senza coinvolgere pienamente il Comune nelle decisioni sul proprio territorio. In altre parole: una procedura pensata per fabbriche e infrastrutture portuali adattata alla costruzione di un villaggio vacanze per miliardari. Su questo punto la Regione Puglia ha preso posizione con fermezza. Una delibera firmata dal presidente Antonio Decaro ha disposto la costituzione in giudizio ad adiuvandum davanti al TAR di Lecce. Non per schierarsi ideologicamente. Per affermare un principio: le competenze degli enti locali non possono essere esautorate da un’interpretazione estensiva di una norma scritta per altro.
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Il fronte del no: ambientalisti, parlamentari e una Regione che cambia schieramento
La battaglia legale contro il Four Seasons Costa Merlata non è nata nelle istituzioni. È partita dal basso. Da un pugno di cittadini ostunesi che hanno visto muoversi i primi rilievi topografici su quei terreni a strapiombo sul mare. E hanno deciso di non restare a guardare. Il Libero comitato per la salvaguardia dell’habitat naturale della fascia costiera di Ostuni ha raccolto firme. Ha organizzato presìdi. Ha studiato carte urbanistiche con una tenacia che ha colto molti di sorpresa. Al comitato si sono aggregate in poche settimane Legambiente, Italia Nostra e l’associazione locale Geos Ostuni. Un cartello compatto, che ha depositato il ricorso amministrativo al tribunale di Lecce impugnando l’autorizzazione concessa in sede ZES.
La svolta è arrivata quando la Regione ha abbandonato la neutralità. La delibera di costituzione ad adiuvandum significa una cosa precisa: l’ente sostiene le ragioni dei ricorrenti. Non osserva da bordo campo. Entra nel processo con i propri avvocati e le proprie argomentazioni. Un segnale politico di peso. Sul fronte parlamentare, il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha depositato un’interrogazione urgente. La richiesta: revoca immediata di tutti i titoli autorizzativi. La risposta dell’esecutivo è arrivata per voce del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra. L’intero procedimento è sospeso in attesa della Valutazione di Impatto Ambientale. Una sospensione che congela qualsiasi cantiere. E restituisce ai giudici amministrativi il tempo necessario per esaminare il merito.
Nove ettari di costa che valgono più di cento milioni: cosa rischia davvero il territorio
Dietro le cifre del progetto si nasconde una domanda scomoda. 49 edifici, 150 stanze, 100 milioni di investimento. Ma cosa resta di un luogo quando lo si ricopre di cemento? Contrada Mogale non è un lotto qualsiasi. È uno degli ultimi tratti di litorale adriatico pugliese in cui la macchia mediterranea arriva a lambire l’acqua. Nessuna lottizzazione turistica degli anni Settanta o Ottanta ha ancora deturpato questa linea di costa. La Soprintendenza, nel proprio parere, ha parlato di “identità rurale”. Un’espressione che può suonare burocratica. Ma descrive un equilibrio preciso: muretti a secco, uliveti secolari, tratturi di transumanza. E una biodiversità vegetale che include specie protette dalla direttiva Habitat europea.
Il paradosso è sotto gli occhi di chiunque frequenti la Puglia d’estate. Negli ultimi quindici anni la regione ha costruito la propria rinascita turistica su un’immagine forte. Terra autentica, non omologata. Lontana anni luce dai villaggi seriali della Riviera romagnola. I trulli di Alberobello, le masserie fortificate, le calette nascoste tra Polignano e Otranto. È questo immaginario che muove milioni di visitatori ogni anno. Inserire un complesso alberghiero di quella scala in un contesto ancora vergine significa contraddire alla radice quel modello. Il quotidiano britannico The Times ha colto la contraddizione con immediatezza. Ha dedicato al caso un ampio servizio, titolando che il progetto “distruggerà la natura” di uno dei litorali più belli d’Italia. Ironia della sorte: una simile esposizione mediatica rischia di danneggiare proprio quel turismo di qualità che il resort avrebbe dovuto attrarre.
Cosa succede adesso: il TAR, la VIA e i possibili scenari
La partita si gioca su due tavoli paralleli. Da un lato i giudici amministrativi di Lecce, chiamati a pronunciarsi sulla legittimità dell’autorizzazione unica rilasciata in sede ZES. Dall’altro gli organi regionali competenti per la Valutazione di Impatto Ambientale. Il loro esito positivo è condizione indispensabile per aprire qualsiasi cantiere. Indipendentemente da ciò che stabilirà il tribunale. I tempi non saranno brevi. I ricorsi in materia urbanistica richiedono mediamente tra i dodici e i diciotto mesi per una sentenza di primo grado. Un eventuale appello al Consiglio di Stato allungherebbe ulteriormente l’orizzonte.
Gli scenari sul tavolo sono tre. Primo: il TAR accoglie il ricorso e dichiara illegittimo l’uso della procedura ZES. L’autorizzazione viene annullata. I promotori dovrebbero ripartire da zero con un iter urbanistico ordinario. Realisticamente, non porterebbe a nulla, dato il parere negativo della Soprintendenza. Secondo: i giudici ritengono valida l’autorizzazione ma subordinano il prosieguo all’esito della VIA. A quel punto la valutazione ambientale diventerebbe l’unico vero scoglio. Terzo, meno probabile ma non impossibile: una mediazione politica. Un ridimensionamento drastico dei volumi edificabili, con l’esclusione delle aree più sensibili dal punto di vista naturalistico. In tutti e tre i casi, una certezza resta. Il resort di Bill Gates a Ostuni, nella forma in cui era stato concepito, non vedrà la luce.
Una costa che non ha prezzo
Questa storia supera i confini del singolo progetto edilizio. Per quanto faraonico, resta un episodio. Ma dice qualcosa sull’Italia di oggi. La tutela del paesaggio non è più un principio astratto inciso nell’articolo 9 della Costituzione. È una trincea concreta, che si difende a colpi di ricorsi, delibere e perizie tecniche. Dice qualcosa anche su una comunità locale. Una comunità che, di fronte a capitali cento volte superiori al proprio PIL comunale, ha scelto di non farsi comprare. E dice qualcosa su una Regione che, per una volta, non ha recitato il ruolo dello spettatore distratto. Ha speso il proprio peso istituzionale per proteggere un bene privo di prezzo di mercato.
I nove ettari di contrada Mogale non genereranno dividendi per gli azionisti di Cascade Investment. Non ospiteranno una spa con cromoterapia. Niente ristorante con tre stelle Michelin. Continueranno a essere ciò che sono sempre stati: un pezzo di Puglia che resiste. Ulivi contorti dal vento, vista aperta sull’Adriatico, silenzio. Forse, in un’epoca in cui ogni metro quadrato di costa sembra avere un cartellino attaccato, è proprio questa la forma più alta di lusso che ci resta.
Redazione
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