Omero era una poetessa siciliana? La teoria che sposta l’Odissea da Itaca a Trapani
Aprite l’Odissea a un punto qualsiasi, anche a caso. Provate a leggere la descrizione di un porto, di una corrente, di un approdo. Poi guardate una carta nautica della Sicilia occidentale. Qualcosa non torna con la geografia greca tradizionale, e se ne accorse per primo, con ostinazione quasi maniacale, uno scrittore inglese dell’età vittoriana. Di filologia non aveva alcun titolo accademico. Samuel Butler non si limitò a sospettare che i viaggi di Ulisse si svolgessero nel Mediterraneo occidentale. Spostò l’asse dell’intera questione omerica. Arrivò a sostenere che Omero era una poetessa siciliana, una donna di Trapani che raccontò il proprio mondo travestendolo da epica. Una provocazione? Senza dubbio. Ma una provocazione che da oltre cent’anni continua a produrre convegni, romanzi, itinerari di viaggio e notti insonni a chiunque ci si imbatta.
Samuel Butler, l’inglese che cercò Ulisse sul lungomare di Trapani
Tutto comincia con una traduzione. Butler, romanziere e saggista dal carattere notoriamente intrattabile, si mette al lavoro sulla versione in prosa inglese dell’Odissea. È un uomo che diffida delle versioni ricevute. Contesta Darwin e la Chiesa con la stessa disinvoltura con cui corregge i traduttori precedenti. E mentre lavora al testo greco, qualcosa lo infastidisce. Le distanze tra le isole non quadrano. Le correnti descritte non corrispondono all’Egeo. La familiarità con cui chi scrive racconta certi scogli, certi ridossi, certi venti, tradisce una conoscenza diretta, quotidiana, quasi domestica. Non è il racconto di un navigatore che ha attraversato mari sconosciuti. È il racconto di chi quei mari li ha guardati dalla finestra di casa.
Butler prende i taccuini e attraversa l’Europa. Arriva a Trapani, sale a Erice, percorre la costa verso Messina, si imbarca per le Egadi. Passa settimane, poi mesi. Torna. Riparte. E davanti a Favignana, un mattino di luce netta, ha la certezza che il poema gli si sta finalmente aprendo.
Nel 1897 pubblica The Authoress of the Odyssey, che Adelphi porterà in Italia come L’autrice dell’Odissea. La tesi è duplice e, per i canoni dell’epoca, intollerabile. I viaggi narrati circumnavigano la Sicilia. E a scriverli fu una donna trapanese che si autoritrae nelle vesti di Nausicaa, figlia di Alcinoo. L’accademia lo ignora, in qualche caso lo deride. Eppure Butler non partiva dal vuoto. Strabone, Polibio e Tolomeo avevano già collocato episodi omerici sulle coste siciliane, molti secoli prima che la questione omerica diventasse il campo di battaglia della filologia moderna.
La mappa dell’Odissea siciliana: corrispondenze e identificazioni
Il cuore geografico della ricostruzione butleriana è un esercizio di sovrapposizione tra testo e cartografia. Una volta compreso nella sua logica interna, possiede una coerenza difficile da liquidare con una scrollata di spalle. Scheria, l’isola dei Feaci dove Ulisse viene accolto e narra le proprie sventure, coinciderebbe con Trapani. Ma anche Itaca, la patria inseguita per dieci anni, sarebbe Trapani. L’autrice, ragionava Butler, descriveva l’unico luogo che conosceva a fondo. Lo proiettava su entrambi i poli del racconto: la partenza e il ritorno.
Le quattro isole che nel poema circondano Itaca trovano riscontro nell’arcipelago delle Egadi con una precisione che sorprende. Marettimo è Itaca nella sua dimensione insulare. Favignana corrisponde ad Aegusa, l’Isola delle capre. Levanzo è Boukinna, l’Isola del bestiame. La minuscola Isola Longa diventa Dulichium. L’isola di Eolo, il signore dei venti, sarebbe Ustica. Nelle giornate di atmosfera limpida la si intravede dalla cima di Erice come un’ombra azzurra, quasi un’allucinazione. Per una donna il cui mondo finiva dove cominciava il mare aperto, quell’isola appena percettibile doveva sembrare il regno inaccessibile di un dio.
La circumnavigazione del poema seguirebbe un anello reale e percorribile. Trapani, la costa settentrionale, lo Stretto, Pantelleria, il ritorno. Non l’ignoto dell’Egeo. Il cabotaggio di chi quel tratto di mare lo ha solcato cento volte, e lo conosce come si conoscono le stanze della propria casa.
Una voce femminile dietro il poema: da Butler a Dalby, passando per Graves
Butler non si accontentava di una rilettura geografica. La sua convinzione che l’Odissea fosse opera di una mano femminile nasceva dall’interno del testo. La cura con cui vengono costruite Nausicaa, Penelope, Circe, Calipso. L’attenzione ai gesti della tessitura, ai rituali domestici, alle strategie di sopravvivenza in un mondo che alle donne concedeva poco e pretendeva tutto. La scena sulla spiaggia, quella in cui Nausicaa incontra lo straniero nudo e naufrago, conteneva per lui un’autobiografia mascherata. Non un’invenzione letteraria. Un ricordo.
Per decenni la tesi rimase confinata in una cerchia di eccentrici e curiosi. Poi, nel 1955, Robert Graves la trasformò in narrativa con La figlia di Omero. Un romanzo in cui la giovane trapanese acquista un nome, un corpo, una voce propria. Graves non faceva filologia, e non pretendeva di farla. Faceva letteratura. Ma il libro riportò l’ipotesi nel dibattito pubblico con una forza che nessun saggio accademico era riuscito a ottenere.
Da Pocock a Scammacca: la teoria arriva a Trapani
Il professore neozelandese L.G. Pocock raccolse il testimone. Riordinò gli appunti di Butler, aggiunse evidenze testuali nuove, e pubblicò The Sicilian Origin of the Odyssey. Per la prima volta la ricostruzione aveva una struttura argomentativa rigorosa.
In Sicilia, curiosamente, nessuno se ne accorse per anni. A rompere il silenzio fu Nat Scammacca, poeta italo-americano. Durante ricerche sui contatti tra letteratura anglosassone e cultura mediterranea si imbatté nel saggio di Pocock e lo tradusse. Coinvolse l’Antigruppo, un cenacolo di scrittori siciliani sperimentali. Insieme organizzarono due Convegni Internazionali di Studi all’Università di Trapani, nel 1990 e nel 2000. La teoria tornava nella città che l’aveva generata. E per la prima volta veniva discussa da chi quei luoghi li abitava.
Più di recente, lo storico britannico Andrew Dalby ha spostato il terreno dello scontro dalla geografia all’antropologia. In Rediscovering Homer argomenta che le figure femminili di Iliade e Odissea presentano una coerenza di sguardo difficile da attribuire a un autore uomo. Una conoscenza dall’interno dei meccanismi di potere erotico e domestico. La sua ipotesi: l’autrice era la moglie di un nobile greco, vissuta nel settimo secolo avanti Cristo, contemporanea di Archiloco. Capace di esercitare i propri poteri preservando le apparenze di una sottomissione totale. Non una prova. Un indizio pesante, però.
Sulle tracce della poetessa: un itinerario tra i luoghi della teoria
Chi voglia verificare con i propri occhi la plausibilità di questa geografia può oggi percorrere un itinerario insieme letterario e paesaggistico. Attraversa alcuni dei tratti più belli della costa occidentale siciliana. Si parte da Trapani, dal porto a falce che Butler identificò con l’approdo dei Feaci. Basta sostare sulla banchina al tramonto, con le Egadi che si profilano all’orizzonte e l’odore di sale che sale dai moli. E si intuisce perché una ragazza di tremila anni fa potesse guardare quello scenario e trasformarlo in un racconto di mostri e di dei.
Da Trapani, la salita a Erice è quasi obbligatoria. Dalla vetta, nelle giornate di vento fermo, Ustica appare come un’ombra sospesa sul Tirreno. Un’isola che c’è e non c’è. Esattamente come il regno di Eolo doveva apparire a chi non aveva altri punti di riferimento.
Le Egadi si raggiungono in aliscafo in meno di un’ora. Marettimo, la più aspra e montuosa, conserva una selvatichezza che richiama l’Itaca del poema. Terra di capre e di silenzi. Favignana porta ancora nel nome l’eco di Aegusa, e le sue cave di tufo raccontano una storia di lavoro che precede i greci. Levanzo è un pugno di case bianche e un sentiero che sale verso grotte dipinte nel paleolitico.
Percorrerle in sequenza, da uno scalo all’altro, significa ripercorrere l’anello che Butler attribuì alla sua autrice immaginaria. Poche miglia di mare che, per chi non aveva mai varcato lo Stretto, erano l’intero mondo conosciuto. Ogni grande poema nasce da un orizzonte piccolo guardato con occhi smisurati.
Una teoria senza prova definitiva, e proprio per questo viva
La domanda che ogni lettore si pone, a questo punto, è legittima. Esistono riscontri archeologici, documenti, iscrizioni che confermino l’origine trapanese e femminile del poema? No. Non esiste una stele, un papiro, un frammento che attribuisca i ventiquattro libri a una donna siciliana. La ricostruzione di Butler, per quanto testualmente argomentata e geograficamente suggestiva, resta un’ipotesi minoritaria. La comunità accademica dominante continua a collocare la composizione nell’Asia Minore ionica, tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo. E non ha torto nel pretendere evidenze che al momento non ci sono.
E però. C’è qualcosa, in questa lettura, che resiste alle smentite e al passare dei decenni. Resiste perché non pretende di chiudere una questione: la riapre. La questione omerica, a dispetto di duemila anni di commenti, ammette ancora un margine di ignoranza. Non sappiamo con certezza chi fosse Omero. Se fosse uno o molti. Se fosse cieco o veggente. Immaginarlo con gli occhi scuri e la pelle ambrata di una ragazza che respira salsedine sulle coste trapanesi non è un’eresia. È un atto di immaginazione filologica. E come tale va trattato: con rispetto, con dubbio, con curiosità.
Butler lo sapeva. Graves lo sapeva. Dalby lo sa. E lo sa chiunque, leggendo l’incontro tra Nausicaa e lo straniero sulla spiaggia, abbia sentito che in quei versi c’è qualcuno che racconta sé stesso. Non le gesta di un eroe altrui. La poetessa di Trapani forse non è mai esistita. Ma il poema che porta il suo nome immaginario continua a generare viaggi, convegni, romanzi, discussioni accese. E finché lo farà, la domanda resterà aperta. Come ogni poesia che si rispetti.
Redazione
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