Creme solari e melanoma: polemica sul video virale dellìoncologa, lo studio che lo smentisce punto per punto

Creme solari e melanoma: flacone di protezione solare su pelle esposta al sole con raggi UV in evidenza
Bastano pochi minuti davanti a una telecamera per riaccendere una delle discussioni più spinose di ogni estate. A fine luglio 2026, Debora Rasio — medico oncologo e ricercatrice legata all’Università La Sapienza di Roma — ha pubblicato sui social un filmato dirompente. Invitava milioni di persone a non spalmarsi la crema “in continuazione”. Arrivava a sostenere che il sole non sarebbe la causa del melanoma. Anzi: nella sua lettura, chi si espone di più ai raggi ultravioletti godrebbe paradossalmente di una protezione maggiore.

La clip ha macinato migliaia di visualizzazioni e condivisioni in poche ore. Ha trascinato con sé un coro di commenti entusiasti. Ma ha anche provocato la reazione compatta di dermatologi, oncologi e società scientifiche, che hanno parlato senza mezzi termini di messaggio fuorviante e pericoloso.
In mezzo a tutto questo rumore, la domanda che molti si pongono resta una sola: tra creme solari e melanoma, cosa dice davvero la scienza? Qui proviamo a rispondere con i dati, lasciando fuori le opinioni.

Cosa ha detto Debora Rasio e perché il mondo della dermatologia ha alzato la voce

Per misurare la portata della polemica conviene partire dalle affermazioni contenute nel video. Rasio articola tre tesi. Il legame tra esposizione solare e melanoma sarebbe falso. Chi prende più sole risulterebbe in realtà più protetto da questo tumore. I filtri solari potrebbero addirittura aumentare il rischio di sviluppare neoplasie cutanee.
A sostegno di queste posizioni, la dottoressa richiama uno studio condotto su circa 500.000 persone arruolate nella UK Biobank, il grande database biomedico britannico. Insiste poi sul ruolo della vitamina D come scudo naturale. Il messaggio finale invita a esporsi “con buon senso”, privilegiando schermi fisici — cappello, maglietta, ombrellone — e riducendo al minimo i prodotti con filtro.
La comunità medica ha risposto in modo netto e trasversale. La SIDeMaST, la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, ha bollato la diffusione di messaggi che negano il ruolo dei raggi ultravioletti come “mistificazione” e “follia”. Ha sottolineato la gravità di un’operazione del genere in piena estate, quando milioni di italiani affollano spiagge e montagne.
Il punto contestato non è l’invito a un’esposizione consapevole, che gli stessi specialisti condividono. È l’idea che il sole non c’entri nulla con la comparsa del melanoma. Le radiazioni UV sono classificate dallo IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, come cancerogeni certi per l’essere umano. Gruppo 1: la stessa categoria del fumo di sigaretta e dell’amianto. Negare questa evidenza, secondo i dermatologi, significa indebolire uno dei pilastri della prevenzione oncologica.
Tra le voci più puntuali nella contro-argomentazione spicca Gianluca Pistore, medico divulgatore e fondatore del Melanoma Day. Ha smontato il filmato punto per punto, leggendo i passaggi dello studio citato. “Pensavo di dover cercare chissà quali ricerche per smontare questo lavoro”, ha raccontato pubblicamente, “invece bastava leggerlo”.
La sua analisi, ripresa da numerosi colleghi, mostra come il lavoro scientifico richiamato da Rasio non sostenga affatto la tesi contro la protezione solare. La vicenda ha poi superato il perimetro della discussione scientifica per approdare sul terreno deontologico. Alcuni medici hanno annunciato l’intenzione di segnalare la collega all’Ordine dei Medici di Roma. Hanno richiamato il principio di responsabilità nella comunicazione sanitaria, soprattutto quando tocca la prevenzione dei tumori.

Lo studio UK Biobank: quel dato “sorprendente” che non dice ciò che sembra

Al centro dell’intera controversia c’è un lavoro pubblicato nel 2023 su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. Lo ha firmato un team guidato da R. Jeremian. La ricerca ha passato al setaccio i dati di oltre 470.000 partecipanti alla UK Biobank. L’obiettivo: indagare il rapporto tra fattori genetici, ambientali e insorgenza dei tumori cutanei.
Tra i risultati è emerso un dato che, a prima vista, sembra dare ragione a chi diffida dei filtri solari. Le persone che dichiaravano di utilizzarli più frequentemente presentavano anche una maggiore incidenza di neoplasie della pelle. Letto così, il messaggio è dirompente. Ma è una lettura sbagliata. Gli stessi autori dello studio lo chiariscono senza giri di parole.
Il meccanismo che spiega questa apparente contraddizione ha un nome preciso: “confondimento per indicazione”. È un concetto ben noto in epidemiologia. Funziona così: chi ha una carnagione molto chiara, una storia familiare di tumori cutanei o una pelle particolarmente reattiva al sole tende a proteggersi di più. Usa la crema con maggiore costanza. Molte persone, poi, iniziano a schermarsi proprio dopo una scottatura grave o una diagnosi dermatologica.
In altre parole, non è il prodotto a generare il rischio. È il rischio preesistente a spingere verso il prodotto. Un’analogia aiuta a fissare il concetto. Se osservassimo che chi porta il casco ha più incidenti in moto, non concluderemmo che il casco provoca gli incidenti. Concluderemmo che chi va in moto, e quindi rischia di più, è anche chi il casco lo indossa.
Nelle conclusioni del lavoro, gli autori indicano tra i principali fattori associati ai tumori cutanei proprio l’esposizione ai raggi ultravioletti, le ustioni solari e l’uso delle lampade abbronzanti. Nessun passaggio suggerisce che i filtri siano dannosi o che vadano evitati.
Il dato sulla maggiore incidenza tra gli utilizzatori di crema è un artefatto statistico, non una relazione causale. Estrapolarlo dal contesto e presentarlo come una prova contro la protezione solare significa tradire il metodo scientifico. Significa tradire le intenzioni dei ricercatori stessi.

Raggi UV, vitamina D e sunscreen paradox: il quadro che il video non racconta

Archiviato lo studio UK Biobank, resta la domanda di fondo. Cosa dice il consenso scientifico consolidato sul rapporto tra radiazioni solari e tumori della pelle? La risposta è netta e trasversale. L’Istituto Superiore di Sanità, l’AIRC, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le principali società dermatologiche internazionali convergono su un punto. I raggi ultravioletti rappresentano il principale fattore di rischio ambientale per i tumori cutanei, melanoma incluso.
La classificazione IARC non lascia margini di interpretazione: Gruppo 1, il livello più alto di certezza. Questo non significa che ogni raggio di sole sia una condanna. Significa però che l’esposizione cumulativa, le ustioni ripetute e l’uso di lettini abbronzanti aumentano concretamente la probabilità di sviluppare una neoplasia nel corso della vita.
Il capitolo della vitamina D va maneggiato con cura. È uno degli argomenti più efficaci nelle mani di chi minimizza i rischi del sole. Che l’esposizione solare stimoli la produzione di questa molecola è un fatto. La vitamina D è importante per la salute delle ossa, per il sistema immunitario e, secondo alcune ricerche, anche per la regolazione cellulare.
Tuttavia, gli studi disponibili non dimostrano che una maggiore esposizione protegga dal melanoma. Al contrario, le scottature — soprattutto quelle subite nell’infanzia e nell’adolescenza — restano tra i fattori di rischio più documentati per questa forma tumorale. Il messaggio corretto, ribadito dai dermatologi, non è “non prendere mai il sole”. È “non scottarsi mai”.
Bastano pochi minuti di esposizione quotidiana, con braccia e viso scoperti, per garantire una produzione adeguata di vitamina D nella maggior parte delle persone. Non servono ore sotto un sole intenso e senza protezione.
Esiste poi un fenomeno che la letteratura scientifica conosce bene e che il filmato virale ignora del tutto. Si chiama sunscreen paradox, il “paradosso della protezione solare”. Il termine è stato studiato e descritto in modo sistematico da un gruppo di ricercatori della McGill University di Montréal, tra cui Ivan Litvinov.
Hanno osservato un meccanismo preciso. Chi applica la crema tende talvolta a sentirsi invulnerabile. Prolunga la permanenza sotto il sole. Aumenta così la dose complessiva di radiazioni assorbite. Il paradosso non dimostra che la crema fa male. Dimostra che la crema, da sola, non basta se diventa un alibi per comportamenti imprudenti. La protezione funziona quando è parte di una strategia più ampia, non quando sostituisce il buon senso.

 

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Come proteggersi dal sole senza cadere negli estremismi

Dopo titoli allarmistici e video virali, la domanda che molti si fanno è semplice e legittima: “Allora, in pratica, cosa devo fare?”. La risposta della dermatologia è meno complicata di quanto sembri. Non richiede scelte radicali.
Il primo passo è conoscere il proprio fototipo. Chi ha una pelle molto chiara, capelli biondi o rossi, occhi chiari e una storia di eritemi facili appartiene a una fascia di rischio più elevata. Deve calibrare l’esposizione con maggiore attenzione. Questo vale in modo particolare per i bambini, la cui pelle è più sottile e vulnerabile. Le ustioni subite nei primi anni di vita rappresentano un fattore di rischio documentato per il melanoma in età adulta.
Le indicazioni condivise dagli specialisti, dall’AIRC alla SIDeMaST, disegnano un approccio equilibrato e sostenibile. Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, indicativamente tra le 11 e le 16. In quella fascia l’intensità della radiazione ultravioletta è massima. Cercare l’ombra quando possibile, soprattutto in spiaggia o in quota. La riflessione della sabbia, dell’acqua e della neve amplifica la dose ricevuta.
Indossare cappelli a tesa larga, occhiali con filtro UV e abiti coprenti nelle ore di picco. Applicare un prodotto ad ampio spettro, che protegga cioè sia dai raggi UVB sia dagli UVA. Il fattore di protezione deve essere adeguato al proprio fototipo. Va riapplicato ogni due ore e dopo ogni bagno.
Soprattutto: non usare mai la crema come un “permesso” per restare ore sotto il sole senza altre precauzioni.
Un aspetto spesso trascurato, ma decisivo, è l’autocontrollo. Osservare periodicamente i propri nei, annotando cambiamenti di forma, colore, dimensione o bordi. Sottoporsi a controlli dermatologici regolari, soprattutto in presenza di fattori di rischio familiari. Resta uno degli strumenti più efficaci per intercettare un melanoma in fase precoce, quando le probabilità di guarigione sono molto elevate.
La prevenzione, in questo campo, non è un atto di paura. È un gesto di cura che non chiede rinunce, ma consapevolezza.

Il sole non è un nemico, ma nemmeno un alleato incondizionato

La vicenda del filmato virale di Debora Rasio ha il merito, involontario, di aver riportato al centro dell’attenzione un tema che d’estate riguarda tutti. Ma ha anche mostrato quanto sia facile, in pochi minuti di social, trasformare un dato statistico mal interpretato in un messaggio che milioni di persone ricevono come verità scientifica.
Il confondimento per indicazione non è un’opinione: è un meccanismo epidemiologico documentato. Il sunscreen paradox non è una prova contro i filtri solari. È un promemoria sul fatto che la protezione richiede comportamento, non solo un prodotto spalmato sulla pelle. E la classificazione dei raggi UV come cancerogeni certi non è allarmismo: è il risultato di decenni di ricerca convergente.
Il sole può e deve essere vissuto con piacere. Regala vitamina D, migliora l’umore, fa parte della vita all’aria aperta che molti di noi cercano proprio nei mesi estivi. Ma pretendere che sia innocuo, o peggio che protegga dal melanoma, significa contraddire l’evidenza. Significa esporre le persone, soprattutto le più giovani, a rischi evitabili.
La scienza non chiede di vivere all’ombra. Chiede di uscire informati, protetti e consapevoli. E in un’epoca in cui una clip può fare più rumore di mille pubblicazioni peer-reviewed, questa consapevolezza è forse lo schermo più importante che possiamo applicare.
Redazione
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