Esperienze extracorporee, due persone descrivono una scena nascosta: cosa ha scoperto lo studio

Esperienze extracorporee, partecipante durante un esperimento scientifico sulla percezione a distanza

Le esperienze extracorporee sono tra i fenomeni più discussi quando si cerca di capire quanto la percezione e la coscienza dipendano dal corpo. Chi le vive racconta spesso la sensazione di trovarsi al di fuori del proprio corpo e di osservare l’ambiente da una prospettiva diversa. Ma cosa succederebbe se questa percezione potesse essere messa alla prova attraverso un esperimento controllato? È la domanda da cui è partita una nuova ricerca condotta da un gruppo guidato dalla neuroscienziata Marina Weiler della University of Virginia. I ricercatori hanno coinvolto 21 persone abituate a riferire esperienze di questo tipo e hanno chiesto loro di provare a identificare immagini visualizzate casualmente in un’altra stanza, senza poterle osservare direttamente. Il risultato principale non ha mostrato una capacità superiore a quella attesa dal caso. Durante le interviste, però, due partecipanti hanno descritto spontaneamente una scena presente nella stanza separata, compresa la posizione e l’attività dei ricercatori. Ed è proprio questo dettaglio inatteso ad aver aperto una nuova domanda scientifica.

L’esperimento sulle esperienze extracorporee

Lo studio, pubblicato sulla rivista EXPLORE, parte da una domanda precisa: capire se le persone che riferiscono una OBE, cioè una out-of-body experience, riescano a ottenere informazioni verificabili sull’ambiente circostante mentre vivono l’esperienza. La ricerca non si è quindi limitata a raccogliere testimonianze personali. L’obiettivo era creare una situazione nella quale ciò che veniva percepito potesse essere confrontato con un elemento scelto in condizioni controllate.

Ventuno partecipanti davanti a un’immagine che non potevano vedere

I ricercatori hanno coinvolto 21 persone associate a un istituto specializzato nell’addestramento alle esperienze extracorporee. Durante il test, un’immagine veniva selezionata casualmente da un database standardizzato e mostrata sullo schermo di un computer collocato in una stanza separata, non accessibile ai partecipanti. Né questi ultimi né i ricercatori presenti con loro sapevano in anticipo quale sarebbe stato il target.

L’obiettivo era mettere alla prova una delle affermazioni più interessanti associate a questo fenomeno: la possibilità di percepire informazioni che normalmente non sarebbero disponibili attraverso i sensi. Se un partecipante avesse descritto con grande precisione l’immagine nascosta, i ricercatori avrebbero potuto confrontare il resoconto con il contenuto effettivamente visualizzato dal computer.

La procedura prevedeva quindi una netta separazione tra chi cercava di effettuare l’esperienza e il materiale utilizzato come bersaglio. In seguito, le descrizioni prodotte potevano essere messe a confronto con le caratteristiche dell’immagine selezionata.

Dei 21 partecipanti, 10 hanno riferito di aver sperimentato una OBE, mentre 13 hanno fornito descrizioni del target utilizzabili per l’analisi. Per confrontare i resoconti con le immagini, gli autori hanno utilizzato anche un metodo computazionale basato sulla rappresentazione semantica dei testi. Le descrizioni dei partecipanti e le didascalie associate alle immagini sono state trasformate in rappresentazioni numeriche ad alta dimensionalità, così da misurarne il grado di somiglianza.

Questo aspetto chiarisce che non si trattava semplicemente di chiedere ai partecipanti se avessero “visto” qualcosa. I ricercatori hanno cercato di trasformare le descrizioni soggettive in dati confrontabili attraverso un metodo quantitativo.

Il risultato, però, è stato meno sorprendente di quanto potrebbe sembrare leggendo soltanto la notizia. Le descrizioni degli obiettivi nascosti non hanno mostrato una corrispondenza superiore a quella attesa casualmente. In altre parole, il test principale non ha fornito una dimostrazione che i partecipanti fossero riusciti a vedere a distanza gli oggetti visualizzati sul computer.

Ed è proprio a questo punto che l’esperimento prende una direzione inattesa.

Due partecipanti descrivono ciò che accadeva nell’altra stanza

Il risultato quantitativo non aveva confermato la capacità di riconoscere le immagini nascoste. Durante le interviste successive, tuttavia, emerse un elemento che i ricercatori non avevano previsto come risultato principale: due persone descrissero spontaneamente alcuni dettagli della stanza in cui si trovavano gli studiosi.

La scena che non faceva parte del test

Uno dei partecipanti riferì che un ricercatore era seduto a sinistra davanti al computer, mentre un’altra persona si trovava più indietro e leggeva un libro. Il secondo partecipante fornì una descrizione analoga della disposizione, indicando anche la posizione delle persone e ciò che stavano facendo.

Secondo i verbali dell’esperimento, queste descrizioni corrispondevano alla situazione reale presente nella stanza nei momenti in cui i due partecipanti stavano effettuando il test. È questo il particolare che ha attirato l’attenzione degli autori, perché ricercatori e partecipanti si trovavano in ambienti separati e l’osservazione diretta della scena non rientrava nelle normali condizioni della prova.

Bisogna però distinguere con attenzione questo episodio dal risultato statistico dell’esperimento. Le descrizioni dei due partecipanti non costituiscono una prova che una persona possa lasciare il proprio corpo e vedere realmente una stanza distante. Si tratta di osservazioni emerse durante le interviste e non del risultato principale previsto dal protocollo.

Questa differenza è essenziale per capire cosa racconta davvero la ricerca. Dire semplicemente che “due persone hanno visto una stanza a distanza” trasformerebbe un’osservazione inattesa in una conclusione scientifica che lo studio non permette di sostenere.

La ricerca solleva invece una questione più circoscritta: se alcune persone riferiscono spontaneamente dettagli ambientali apparentemente verificabili durante una OBE, forse gli esperimenti futuri dovrebbero essere progettati per controllare anche questo tipo di informazione.

È proprio questa la direzione suggerita dagli autori. Un’immagine casuale mostrata su uno schermo potrebbe non essere necessariamente il bersaglio più adatto per studiare ciò che una persona riferisce di percepire durante un’esperienza extracorporea. Un oggetto particolarmente riconoscibile, un elemento insolito oppure un dettaglio ambientale distintivo potrebbero produrre descrizioni più precise e semplici da verificare.

Marina Weiler, che lavora come Assistant Professor di Psychiatry and Neurobehavioral Sciences nella Division of Perceptual Studies della University of Virginia, studia gli stati alterati di coscienza e le OBE. La sua attività di ricerca comprende anche temi come il remote viewing e i correlati cerebrali delle cosiddette esperienze psi.

La University of Virginia dispone inoltre di una Division of Perceptual Studies dedicata allo studio della natura della coscienza e di esperienze non ordinarie, comprese le OBE.

Per questo il nuovo esperimento si inserisce in un programma di ricerca più ampio, nel quale le esperienze soggettive vengono confrontate con metodi sperimentali e strumenti quantitativi.

Cosa dice davvero la scienza sulle esperienze extracorporee

Il nuovo studio non risolve il problema dell’origine delle OBE. Mostra piuttosto quanto sia complesso trasformare un’esperienza soggettiva in un fenomeno sottoponibile a verifica sperimentale. La domanda sulla possibilità di una esperienza extracorporea vedere un’altra stanza rimane quindi aperta, ma non può essere considerata dimostrata sulla base di questo esperimento.

Tra percezione a distanza e limiti dell’esperimento

Le OBE vengono descritte in letteratura come fenomeni nei quali una persona percepisce se stessa da una prospettiva esterna al proprio corpo. La sensazione può essere molto vivida, ma l’esperienza soggettiva e la verifica dell’informazione percepita restano due questioni distinte.

Per questo il lavoro di Weiler e dei suoi colleghi è interessante. Il tentativo non consiste nel decidere in anticipo se il fenomeno sia “reale” oppure “impossibile”, ma nel cercare condizioni nelle quali una descrizione possa essere confrontata con un’informazione indipendente.

La stessa Division of Perceptual Studies della University of Virginia porta avanti diversi progetti dedicati alle OBE. Tra le attività di ricerca indicate ufficialmente dalla struttura ci sono anche studi sulle cosiddette veridical out-of-body experiences, cioè esperienze nelle quali i partecipanti riferiscono informazioni che successivamente possono essere confrontate con eventi o circostanze verificabili.

Questo aiuta a capire perché la domanda sulla percezione a distanza sia molto più complessa di quanto possa sembrare. Per dimostrare una simile capacità non sarebbe sufficiente che una persona raccontasse un’esperienza convincente. Servirebbero informazioni specifiche, registrate in condizioni controllate e confrontabili con ciò che era effettivamente presente nel luogo osservato.

La ricerca di Weiler mostra inoltre che anche la scelta del bersaglio può diventare una variabile importante. Un’immagine casuale potrebbe contenere elementi difficili da descrivere, mentre un oggetto particolarmente insolito potrebbe lasciare una traccia più riconoscibile nella memoria e nel racconto del partecipante.

Gli autori suggeriscono quindi di ampliare gli esperimenti futuri includendo elementi non visibili ai partecipanti ma facilmente identificabili, come particolari indumenti o colori specifici presenti nella stanza. In questo modo sarebbe possibile verificare se le descrizioni spontanee di elementi ambientali possano essere replicate in condizioni controllate.

È un passaggio importante perché sposta la domanda da “qualcuno ha visto qualcosa?” a una questione molto più precisa: un’informazione specifica può essere identificata correttamente più spesso di quanto permetterebbe il caso?

È su questo terreno che le OBE possono diventare un vero oggetto di ricerca sperimentale.

La stessa Marina Weiler ha inoltre pubblicato lavori precedenti sulle OBE, compreso uno studio dedicato alle differenze fenomenologiche tra esperienze extracorporee e sogni lucidi. La University of Virginia elenca tra le sue pubblicazioni anche ricerche sull’induzione delle OBE e sulla loro relazione con lo studio della coscienza.

Per ora, quindi, la scienza non dispone di una spiegazione condivisa capace di stabilire definitivamente cosa produca queste esperienze. Il nuovo esperimento aggiunge un tassello alla ricerca, ma non trasforma un episodio sorprendente in una prova dell’esistenza di una percezione extracorporea.

Conclusione

Il dettaglio più curioso dello studio sulle esperienze extracorporee non coincide con il risultato principale del test. Le immagini nascoste non sono state identificate dai partecipanti con un’accuratezza superiore a quella attesa dal caso. Eppure, durante le interviste, due persone hanno fornito descrizioni della disposizione e delle attività dei ricercatori nell’altra stanza che corrispondevano alla situazione registrata durante l’esperimento.

È un risultato interessante, ma ancora lontano dal dimostrare che una persona possa realmente percepire un ambiente distante mentre vive un’OBE. Proprio per questo gli autori propongono nuovi test, con bersagli più distintivi e informazioni nascoste che possano essere verificate con maggiore precisione.

La vera domanda lasciata aperta dalla ricerca, dunque, non è se sia stata dimostrata una capacità di vedere a distanza. È se questi episodi inattesi possano essere replicati in esperimenti più mirati. Solo allora sarà possibile capire se rappresentano un effetto casuale, un particolare meccanismo della percezione e della memoria oppure qualcosa che la ricerca deve ancora riuscire a spiegare.

Redazione

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