Perché si va in ferie ad agosto? la maggioranza degli italiani va in ferie proprio in questo mese
Da noi sembra scontato. Arriva agosto, le saracinesche si abbassano, le città si svuotano e le spiagge esplodono. Eppure la domanda più semplice è anche la più interessante: perché si va in ferie ad agosto e non in un altro mese? Non è solo una questione di caldo o di abitudine recente. Dietro c’è un filo che parte dai campi di grano dell’antichità, passa per un editto di Ottaviano Augusto e arriva dritto nelle nostre scuole. È una storia lunga duemila anni. Se la capiamo, capiamo anche perché in Italia si va in vacanza ad agosto con un’intensità che altrove non esiste e che pesa ancora su famiglie, aziende e turismo.
Non è il mare a dettare le date: è il grano
La spiegazione più solida non guarda il termometro, guarda i campi. Per secoli il grano è stato la base di tutto e il suo ciclo scandiva l’anno intero. Si miete a giugno, si semina in autunno. Luglio e agosto restano la finestra vuota, i due mesi in cui la terra chiede pochissimo. Fermarsi allora non era una scelta di comodo, era l’unica cosa sensata. In una società dove quasi tutti vivevano di agricoltura, quella pausa è diventata norma collettiva.
Sarebbe un errore, però, immaginare i contadini del Medioevo in villeggiatura. Per tutto il Medioevo e buona parte dell’età moderna pausa non significava partire. Voleva dire rimettere a posto gli attrezzi, riparare un tetto, partecipare a una fiera, a una festa patronale, a un mercato. Si lavorava meno e ci si ritrovava di più. Il viaggio di piacere, il mare come lo intendiamo oggi, arriverà molto più tardi. La matrice però è già tutta lì, in quel vuoto estivo tra un raccolto e una semina.
Dalle Feriae Augusti al Ferragosto: cosa ha istituito davvero Augusto
Se cerchiamo un atto di nascita, lo troviamo a Roma nel I secolo avanti Cristo. Le feste di fine mietitura esistevano già, sparse e disordinate. Ottaviano Augusto le mise in ordine e diede loro un nome unico, le Feriae Augusti, il riposo di Augusto. Cadevano all’inizio del mese e non erano solo una celebrazione del potere. Erano un provvedimento concreto che imponeva una sosta anche per gli animali da tiro, buoi, muli e asini sfiancati dal lavoro di giugno, e per chi lavorava con loro.
Da quell’espressione, come ricorda la Treccani, discende la nostra parola Ferragosto. Con il cristianesimo la ricorrenza non scompare, viene inglobata. A partire dal VII secolo la Chiesa cattolica la fa coincidere con l’Assunzione di Maria in cielo, fissata al 15 agosto. Lo spostamento a metà mese serve a dare continuità a un rito già radicato. Per secoli Ferragosto resta così una festa religiosa e popolare, fatta di processioni, sagre e palii. La vacanza al mare, l’ombrellone, il viaggio all’estero sono un’invenzione del Novecento che si è appoggiata a un calendario molto più antico.
Perché si va in ferie ad agosto anche oggi, quando non coltiviamo più
È questo il passaggio più curioso. Abbiamo smesso di vivere di agricoltura, ma non abbiamo smesso di fermarci nello stesso momento. Nell’Ottocento, quando l’Europa inventa la scuola gratuita e obbligatoria, quasi tutti i nuovi stati decidono di tenere chiuse le aule ad agosto. Fa troppo caldo per stare in classe e le famiglie, ancora legate alla terra, hanno bisogno delle braccia dei ragazzi.
Nel Novecento il meccanismo si cementa. La popolazione si sposta in fabbrica e negli uffici, ma l’estate resta il momento in cui staccare. In parte per inerzia culturale, un’abitudine di secoli non si cancella con un decreto, in parte per una ragione concreta: lavorare e studiare con il caldo afoso, in edifici spesso non adeguati, è più faticoso. Così le ferie di massa del boom economico si infilano in un solco già pronto. Le aziende chiudono perché chiudono le scuole, le famiglie partono perché le aziende chiudono. Un cerchio che si autoalimenta.
Scuola chiusa tre mesi e alberghi pieni: perché l’Italia è un caso unico in Europa
Qui si vede quanto siamo diversi. In Italia le vacanze estive durano 13 settimane, record che in Europa condividiamo solo con la Lettonia. Una pausa così lunga crea ogni anno due nodi noti: il learning loss, cioè il fatto che gli studenti dimentichino parte di quanto appreso, e i costi per le famiglie costrette ai centri estivi a pagamento. In Francia, Germania e Regno Unito la chiusura è di 6-8 settimane, in Grecia, Spagna e Portogallo di 10-12 settimane. Eppure non facciamo meno scuola. Con 200 giorni di lezione siamo primi insieme alla Danimarca, perché diamo meno vacanze in inverno.
Questa chiusura trascina tutto. Secondo Eurostat il 74% delle notti in hotel degli italiani si concentra tra giugno e settembre. Siamo primi in Europa, davanti a Grecia con il 72,2% e Slovacchia con il 67,3%. All’estremo opposto Malta con il 41,2%, mentre la media UE è del 51,9%. Siamo il popolo che più di tutti ha conservato l’idea che l’estate sia l’unico momento legittimo per staccare.
Conclusione
Alla fine l’esodo di agosto non è pigrizia e non è solo voglia di mare. È l’eredità di un calendario scritto dal grano, reso ufficiale da un imperatore e benedetto dalla Chiesa, che scuola e industria hanno ereditato senza riscriverlo. Capire perché si va in ferie ad agosto aiuta a leggere con occhi diversi le autostrade intasate e a chiederci se, oggi che non viviamo più nei campi, abbia ancora senso concentrare tutto in poche settimane.
Redazione
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