Protezione del pianeta: Perché la NASA non può fermare gli asteroidi (e cosa sta facendo con DART)
La Difesa planetaria è al centro del dibattito dopo le dichiarazioni della NASA: secondo la dottoressa Kelly Fast, responsabile dell’ufficio di monitoraggio asteroidale, ha dichiarato al times oggi non abbiamo strumenti per bloccare un asteroide in rotta di collisione. Anche Nancy Chabot, esperta della Johns Hopkins, ammette che questa mancanza la “tiene sveglia la notte”. Ma quanto è reale il rischio? Sebbene l’idea di un impatto catastrofico alimenti film come Don’t Look Up, la scienza offre un quadro meno drammatico. Gli asteroidi “killer di dinosauri” colpiscono ogni 65 milioni di anni, mentre quelli in grado di distruggere una città sono estremamente rari. La vera sfida della protezione del pianeta non è lo scenario apocalittico, ma prepararsi a minacce più piccole e improvvise, con tecnologie e collaborazioni internazionali ancora insufficienti.
DART e il paradosso della protezione del pianeta: tecnologia sì, ma senza piano B
Immaginate: la missione DART NASA ha funzionato. Abbiamo deviato un asteroide killer di città colpendolo con un veicolo spaziale, dimostrando che in teoria possiamo evitarne l’impatto. Peccato che, come sottolinea Fast, nessuno abbia pensato di tenere una seconda DART pronta in orbita, una sorta di ambulanza cosmica. Costruire una missione simile richiede anni – tre, per la precisione – e anche accelerando i tempi, ci vorrebbero mesi. Il problema? Se un asteroide minaccioso emergesse senza preavviso (come il 2024 YR4, scoperto nel 2024 e con una remota possibilità di colpire la Luna), non avremmo tempo per reagire. E se pure lo deviassimo all’ultimo, rischieremmo di spostarlo su Parigi invece che New York, scatenando un putiferio diplomatico.
La NASA stima che esistano 25.000 asteroidi pericolosi vicino alla Terra, ma ne ha mappati solo il 40%. Il restante 60%? Ancora nell’ombra. Prendiamo Tunguska: nel 1908, un oggetto di 50 metri esplose sopra la Siberia con la potenza di 1.000 Hiroshima, rase al suolo 2.000 km² di foresta. Oggi, un evento simile in una metropoli sarebbe un disastro. Eppure, nonostante l’evento di Chelyabinsk nel 2013 – con i suoi 1.500 feriti per vetri in frantumi – abbia dimostrato i danni dei piccoli asteroidi, nessuno si sta preparando adeguatamente. Perché? Perché i soldi vanno altrove. E, diciamocelo, se un asteroide colpisse Lagos invece che Londra, molti governi preferirebbero voltarsi dall’altra parte.
“Killer di città”: il rischio che nessuno vuole finanziare
La realtà è questa: i veri pericoli non sono gli asteroidi da film, ma quei “killer di città” che nessuno finanzia. Un oggetto da 100 metri, colpendo Manhattan, richiederebbe un sistema di difesa planetaria immediato – ma oggi non esiste. Le probabilità? Una volta ogni 10.000 anni, forse. Troppo raro per giustificare miliardi di investimenti, ma troppo pericoloso per essere ignorato. Il problema? Molti di questi asteroidi sono invisibili: orbitano vicino al Sole, rendendoli impercettibili ai telescopi terrestri. L’asteroide 2019 OK, passato a 70.000 km dalla Terra nel 2019, è stato scoperto solo 24 ore prima. Senza satelliti dedicati a monitorare questa zona – come il progetto NEOSM dell’ESA, fermo ai finanziamenti – resteremo ciechi.
Kelly Fast lo ripete come un mantra: “Trovarli prima che trovino noi”. Ma senza una sonda pronta al lancio – magari parcheggiata in quel punto magico dello spazio chiamato L2 – non basta. E qui casca l’asino: chi paga? I governi preferiscono investire su alluvioni e pandemie, più urgenti e visibili. Persino i miliardari dello spazio, pur avendo i mezzi, non sembrano entusiasti. Forse perché, come dice un anonimo tecnico NASA, “è difficile spiegare a un contribuente perché deve finanziare una difesa contro qualcosa che forse accadrà tra 500 anni”.
Il ruolo del telescopio Vera Rubin nella sicurezza spaziale
Nel 2025, entra in scena il telescopio Vera Rubin. Il nome non è propriamente da film di successo, ma i suoi risultati lo sono. Grazie alla capacità di scandagliare il cielo notturno in tempi record, ha già scoperto migliaia di nuovi asteroidi durante i test preliminari. Il censimento degli oggetti vicini alla Terra si accelererà rapidamente: oggi conosciamo il 40% dei 25.000 stimati, ma entro il 2035 raggiungeremo il 90%. Tuttavia, Vera Rubin ha un limite critico: non riesce a osservare oggetti troppo vicini al Sole. Proprio lì, nella luce accecante della nostra stella, potrebbero nascondersi minacce impreviste.
Sappiate però che non è colpa della tecnologia. È una questione di prospettiva: per monitorare quella zona, servirebbero satelliti tra noi e il Sole, tipo un guardiano in orbita L1. Ma nessuno ha ancora sborsato i soldi. Intanto, il telescopio continua il suo lavoro, scartando minacce una dopo l’altra. Per esempio, il 2024 YR4 – che per mesi ha fatto tremare gli astronomi – è stato definitivamente escluso come pericolo dopo averne calcolato l’orbita. È così che funziona la sicurezza spaziale: un mix di paura, dati e un po’ di fortuna.
Il Sole, il nostro nemico invisibile
Pensateci: il Sole, che diamo per scontato ogni giorno, è anche il nostro tallone d’Achille. La sua luce accecante nasconde asteroidi in rotta di collisione, come un ladro nell’oscurità. L’asteroide 2019 OK, ricordate? È passato più vicino alla Terra della Luna, e nessuno l’ha visto arrivare. Perché? Perché era dallo stesso lato del Sole rispetto a noi. Senza missioni spaziali dedicate a monitorare questa zona – tipo il progetto NEOSM dell’ESA, ancora fermo ai finanziamenti – resteremo vulnerabili.
Non è questione di catastrofismo, ma di buon senso. Come dice un astronomo di Palermo che ho intervistato anni fa: “Se un asteroide dovesse colpire Roma, non importa se è stato scoperto 10 anni o 10 giorni prima. Senza una sonda pronta, siamo fregati”. La soluzione tecnica esiste, ma richiede soldi e collaborazione. E qui torniamo al punto: finché il riscaldamento globale e le guerre assorbono l’attenzione (e i budget), la sicurezza spaziale resterà un hobby per pochi appassionati.
Conclusione
La difesa planetaria non è una questione di panico, ma di preparazione razionale alla minaccia asteroidale. Gli impatto estremi sono così rari da non giustificare allarmismi, ma i killer di città meritano attenzione: con un sistema di monitoraggio completo e veicoli spaziali pronti, potremmo ridurre il rischio a livelli trascurabili. Tuttavia, finché la politica e i finanziamenti resteranno focalizzati su minacce più immediate – come il riscaldamento globale o i disastri naturali – la Terra rimarrà esposta a un pericolo remoto, ma reale. La NASA ha le conoscenze tecniche; ora serve la volontà collettiva per trasformarle in azione. Come dice Chabot: “Potremmo essere in ottima forma. Dobbiamo solo adottare le misure necessarie”.
Redazione
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