Creare un nuovo mare nel deserto: la geoingegneria climatica può fermare l’innalzamento del mare?

Progetto di geoingegneria climatica: rappresentazione artistica della Qattara Depression in Egitto trasformata in un nuovo mare per contrastare l’innalzamento del mare. Satellite mostra il collegamento tra Mediterraneo e depressione desertica.

Per contrastare l’innalzamento del mare, la geoingegneria climatica propone un progetto audace: convogliare acqua del Mediterraneo nella Qattara Depression, una voragine naturale 133 metri sotto il livello del mare nell’ovest dell’Egitto. Sottrarre centinaia di chilometri cubi d’acqua agli oceani ridurrebbe il livello globale di appena 0,3 millimetri all’anno. Poco, certo. Ma se questo ‘niente’ diventasse un goccio alla volta in un secchio vuoto? Scopriamo se trasformare il deserto in un laboratorio a cielo aperto è follia o genio.

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Il progetto Qattara Depression: quando il deserto diventa un’ancora di salvezza

Immaginate di prendere una cartina geografica, unire il Mediterraneo a una voragine nel Sahara e premere ‘invio’. È esattamente ciò che Amir AghaKouchak e il suo team all’UC Irvine propongono con la Qattara Depression. L’obiettivo? Creare un bacino artificiale capace di assorbire l’acqua oceanica in eccesso, sfruttando la gravità: basta scavare un canale dal Mediterraneo fino alla depressione, e l’acqua scorrerà verso il basso come in un gigantesco lavandino.

All’inizio, l’effetto sarebbe minimo: centinaia di chilometri cubi d’acqua trasferiti, equivalenti a pochi millimetri di riduzione globale. Ma qui entra in gioco il Sahara: il suo caldo implacabile trasformerebbe il nuovo mare in una gigantesca piscina scoperta d’estate, con l’acqua che svanisce nell’aria come nebbia al sole. Questo ciclo continuo di evaporazione, sostengono i ricercatori, potrebbe compensare l’innalzamento del mare a lungo termine.

Certo, non è la prima volta che l’uomo sogna di plasmare il deserto. Negli anni ’50, la CIA valutò la Qattara Depression per produrre energia idroelettrica, sfruttando il dislivello tra Mediterraneo e depressione. Oggi, però, la posta in gioco è più alta: con i mari che salgono di 3,6 mm all’anno, anche un progetto estremo come questo merita un’occhiata. Peccato che i calcoli nascondano insidie. Costruire un canale lungo centinaia di chilometri nel deserto non è esattamente economico, e se l’evaporazione fosse inferiore alle stime? O peggio, se il nuovo mare alterasse i venti locali, riducendo le piogge nel Nord Africa? Con la geoingegneria climatica per frenare l’innalzamento del mare, camminare su una fune diventa metafora reale: un passo falso, e il rimbalzo potrebbe essere devastante.

Jules Verne non ci credeva (ma aveva torto)

Non è un caso che Jules Verne, nel 1870, immaginasse un’isola artificiale alimentata da un mare sotterraneo in L’isola misteriosa. La Qattara Depression oggi è quella fantasia diventata calcoli su un foglio Excel. Negli anni ’70, un tentativo analogo in Australia (il “Nullarbor Scheme”) fallì quando le saline create dall’evaporazione avvelenarono i pascoli circostanti, costringendo gli agricoltori a fuggire. Oggi, con satelliti e modelli climatici avanzati, crediamo di sapere di più. Ma la natura ha sempre l’ultima parola.

Nel 1957, un ingegnere egiziano propose di usare la depressione per produrre energia. Il piano fu abbandonato quando si scoprì che il terreno era instabile, rischiando frane catastrofiche. Oggi, la Qattara Depression sembra più promettente: è già lì, scavata dalla natura. Non servono dighe, basta collegare. Ma resta un dubbio: e se il nuovo mare facesse salire la falda acquifera, trasformando il deserto in una palude salata? O peggio, se attirasse migrazioni di uccelli che poi muoiono per la salinità? Applicare la geoingegneria climatica alla Qattara Depression non è una bacchetta magica. È un esperimento su larga scala, e gli errori costano cari.

Vantaggi e rischi: la geoingegneria climatica tra speranze e criticità

C’è un che di romantico nel sogno di un mare tra le dune, ma la realtà è meno lirica: i beduini della zona temono di perdere pascoli già ridotti all’osso. Intanto, i sostenitori del progetto sognano resort galleggianti e allevamenti di pesci in un bacino artificiale. L’energia idroelettrica generata dal dislivello potrebbe alimentare villaggi remoti, mentre i sali minerali depositati dall’evaporazione diventerebbero materie prime per l’industria.

Ma i rischi sono altrettanto concreti. L’acqua del Mediterraneo, più salata di quella oceanica, potrebbe alterare gli equilibri chimici della depressione, creando un ambiente tossico per ogni forma di vita. E se il nuovo mare attirasse nubi di zanzare, portando malaria in zone che oggi ne sono libere? Intervenire sulla Qattara Depression è come lanciare un sasso in uno stagno: le onde si allargheranno ben oltre il punto d’impatto. Oggi vogliamo fermare l’innalzamento del mare, domani potremmo ritrovarci con deserti trasformati in paludi salate. Questi interventi di geoingegneria non sono una soluzione, ma un accordo provvisorio con la natura – e gli interessi sono altissimi.

Il prezzo della speranza: quando la scienza sfida l’etica

C’è un dettaglio che nessuno vuole ammettere: questo progetto serve soprattutto a farci sentire meno impotenti. Mentre i governi litigano sulle emissioni, l’idea di un “serbatoio nel deserto” dà l’illusione di avere un piano B. Ma è davvero così? Secondo il climatologo Hans Joachim Schellnhuber, anche se la Qattara Depression assorbisse tutta l’acqua prevista, l’effetto sarebbe trascurabile rispetto all’innalzamento globale. Per ridurre il livello del mare di 1 cm, servirebbero migliaia di progetti come questo. E intanto, le emissioni continuano a salire.

Il vero rischio, però, è psicologico. Se cominciamo a credere che la geoingegneria climatica possa salvarci, smetteremo di ridurre le emissioni. È come prendere un prestito per pagare le bollette: risolvi il problema oggi, ma lo aggravi domani. E se il progetto fallisse? L’Egitto, già fragile economicamente, non può permettersi di trasformare il deserto in un laboratorio a cielo aperto. Come scrive il filosofo Clive Hamilton, “la geoingegneria è la scommessa più pericolosa della storia umana: puntiamo il pianeta intero su una moneta lanciata in aria”.

Conclusione

La geoingegneria climatica come risposta all’innalzamento del mare è un’ammissione di fallimento, non una vittoria. La Qattara Depression non risolverà il problema, ma ci costringe a una domanda scomoda: preferiamo spendere miliardi per creare mari artificiali o investire nei fiumi che abbiamo già sporcato? Forse, invece di sognare mari nel deserto, dovremmo imparare a vivere con le coste che abbiamo. Perché se il deserto diventasse un mare, dobbiamo essere sicuri che non sia l’ultimo atto di una tragedia che abbiamo scritto noi stessi.

Redazione

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