«Albert Einstein vide gli Alieni precipitati a Roswell»

Se fosse vera, sarebbe una notizia bomba, perché mette in stretta relazione lo scienziato più iconico del XX secolo con l’incidente UFO più discusso degli ultimi 80 anni. Da un lato, il fisico teorico Albert Einstein; dall’altro, il presunto crash di Roswell. A rivelare che il padre della Teoria della Relatività fu portato insieme alla sua giovane assistente a vedere quel che rimaneva di un’astronave aliena e del suo equipaggio precipitati nel 1947 nel New Mexico è stata colei che ai tempi studiava alla Princeton University e che quasi 50 anni dopo si sarebbe sentita in dovere di raccontare quella straordinaria esperienza a un’amica. Una confessione in audio mai resa pubblica fino ad ora, una storia intrigante appena riportata alla luce da Anthony Bragalia. Ripercorriamola insieme.

IL PREMIO NOBEL PER LA FISICA ALBERT EINSTEIN

IL PREMIO NOBEL PER LA FISICA ALBERT EINSTEIN

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Sul suo sito, “Ufo Explorations”, il noto ricercatore americano ha ricostruito tutti i dettagli. Al centro della vicenda clamorosa, la professoressa universitaria Shirley Wright, laureata in chimica e fisica, scomparsa nel 2015 all’età di 85 anni: l’annuncio funebre, pubblicato su un quotidiano di Miami, nel ricordare la sua figura professionale e umana menzionava anche il fatto che era stata allieva di Albert Einstein. Quindi che i due si conoscessero è incontestabile. Ma davvero la Wright poteva aver seguito l’illustre docente in un viaggio così particolare? Possibile: il fisico teorico aveva scelto alcuni tra gli studenti più dotati del suo corso per aiutarlo nelle sue ricerche durante l’estate del 1947 e avrebbe preso in simpatia la ragazza, tanto da farsi accompagnare da lei ovunque.

Questo almeno è quello che la dottoressa Wright dichiarò parlando con un’ufologa della Florida, Sheila Franklin, nel 1993. Quell’intervista, inclusa la rivelazione della presenza di Albert Einstein a Roswell, venne citata da Leonard Stringfield in un libro: per mantenere l’anonimato della fonte, l’assistente venne però chiamata con uno pseudonimo, Edith Simpson. Tuttavia, nel testo veniva citato il nome esatto dell’intervistatrice. A distanza di tanti anni, Anthony Bragalia è riuscito a rintracciare la Franklin, attiva ricercatrice per il MUFON, che non solo gli ha confermato tutta la storia ma ha anche ritrovato nel suo archivio gli appunti e i nastri con la registrazione di quel colloquio. I punti salienti sono ora postati sul blog https://www.ufoexplorations.com

SHIRLEY WRIGHT È STATA UN'ALLIEVA DI EINSTEIN A PRINCETON

SHIRLEY WRIGHT È STATA UN’ALLIEVA DI EINSTEIN A PRINCETON

In quel luglio 1947, dunque, la studentessa accompagnò il Premio Nobel a un incontro davvero speciale organizzato in una base dell’Aeronautica Militare nel sud-ovest degli Stati Uniti. Shirley Wright ricordava che avevano volato da Princeton a Chicago, poi da qui avevano preso un altro aereo diretto a un piccolo aeroporto dove li attendeva un colonnello che aveva guidato per oltre 100 km attraverso il deserto prima di condurli a destinazione. La meta finale era un hangar sorvegliato da guardie armate. All’interno, c’era un velivolo sorprendente: un disco volante. Nell’audio, registrato in un luogo affollato (si sente un forte vocio di sottofondo), la Wright lo descrive così:«Era molto danneggiato, aveva una forma discoidale e concava. Occupava circa un quarto del pavimento dell’hangar. Il materiale di cui era composto era piuttosto strano: sembrava riflettente, luminoso, ma visto da vicino era in realtà opaco.

UNA FOTO D'EPOCA, CON UN HANGAR DELLA BASE DI ROSWELL

IN UNA FOTO D’EPOCA, UN HANGAR DELLA BASE AEREA DI ROSWELL

A lei non fu permesso di entrarci dentro, cosa che fecero invece gli altri ospiti, ma ricordava di aver scorto all’interno strumentazioni per il pilotaggio e la comunicazione. Gli scienziati si interrogavano, per capire quale potesse essere il sistema di propulsione, da dove fosse arrivata quell’astronave, perché fosse venuta sulla Terra, cosa l’avesse fatta precipitare. Curiosità condivise da Albert Einstein, che non appariva però troppo stupito nel trovarsi di fronte a un oggetto alieno con una tecnologia molto più avanzata della nostra. Anzi, sosteneva che grazie ad esso avremmo potuto comprendere meglio l’Universo e che un contatto del genere avrebbe giovato al mondo. La studentessa, invece, era molto colpita da quello che vedeva, divisa a metà tra stupore e paura. Ma non era tutto.

Non c’era infatti soltanto il rottame di un disco volante in quell’hangar: c’erano anche cinque corpi senza vita. «Alcuni esperti, incluso il mio capo, ebbero il permesso di avvicinarsi per guardarli meglio. A me sembrava che fossero tutti e 5 uguali. Erano alti circa 5 piedi (ovvero un metro e mezzo), senza capelli, con teste grandi ed enormi occhi scuri e la loro pelle era grigia con una sfumatura verdastra, ma per la maggior parte i loro corpi erano coperti, visto che indossavano una tuta aderente. Ho sentito che non avevano né l’ombelico né i genitali». Poco dopo, il gruppo di specialisti convocati dall’Air Force fece la seconda tappa di quel viaggio sconvolgente. Con una jeep, percorsero altri 80 km nel deserto fino a una struttura isolata e sorvegliata dove li attendeva l’ennesima sorpresa.

UN GIORNALE DEL LUGLIO 1947 TITOLA SUL RITROVAMENTO DI UN UFO

UN GIORNALE DEL LUGLIO 1947 TITOLA SUL RITROVAMENTO DI UN UFO

 

Personale militare e medici erano riuniti attorno a una barella sulla quale una creatura bizzarra si lamentava: non parlava, ma emetteva suoni mai sentiti prima. Shirley Wright fu tenuta a distanza, ma rammentava che l’essere era un bipede di colore grigio, con un aspetto un po’ più umano degli altri e con un torace estremamente allargato. La visita in questo caso fu molto breve, poi tutti furono congedati. In seguito, vennero a sapere che la creatura era sopravvissuta. «Einstein, che aveva le giuste autorizzazioni, fece poi un rapporto che io non ho letto. A me fu detto di tenere la bocca chiusa». Non le fecero firmare alcun foglio, ma successivamente la donna ebbe la sensazione di essere tenuta sotto controllo. E soprattutto, di quel viaggio non rimase nessun documento scritto, nessuna prova: insomma, non era mai avvenuto e anche se ne avesse parlato, nessuno le avrebbe mai creduto.

A sign marks the path leading to a supposed UFO crash site outside Roswell, N.M.

L’INCIDENTE UFO DI ROSWELL È UNO DEI PIÙ NOTI E DISCUSSI

Una vicenda vera? O è pura immaginazione? Bragalia sottolinea che Shirley Wright- per 50 anni stimata docente di chimica- non ha guadagnato nulla da quell’intervista: non ha preso soldi, non è diventata famosa. L’unico motivo per cui aveva accettato di parlare, diceva, era perché si sentiva in debito con la storia. Il ricercatore ha tentato di verificare se effettivamente il Nobel per la Fisica potesse aver compiuto quella missione a Roswell. Ha chiesto informazioni agli Albert Einstein Archives dell’Università Ebraica di Gerusalemme per sapere cosa avesse fatto lo scienziato tra il 9 e il 20 luglio 1947. L’unico documento di quel periodo è una lettera del 21 luglio in cui leggiamo che Einstein aveva declinato un invito perché sofferente di ulcera: un malessere, si chiede Bragalia, forse scatenato da quanto appena visto in quella base militare?

L’Einstein Paper Project del Caltech, invece, prima ha risposto di non aver ancora digitalizzato i documenti relativi a quell’epoca; poi, sollecitato, un portavoce ha assicurato che nel luglio del 1947 il professore non lasciò mai il campus di Princeton, senza però spiegare su quali basi poteva dirlo con tale certezza, 74 anni dopo. Allora l’ufologo ha provato a ricavare, a posteriori, la credibilità del racconto analizzando la posizione di Einstein riguardo gli UFO e la vita aliena nel corso della sua vita. E ha trovato solo quattro sue dichiarazioni in merito, molto diverse. La prima risale al gennaio 1920. Gli fu chiesto cosa pensasse delle dichiarazioni di Guglielmo Marconi, che riteneva di aver intercettato comunicazioni radio provenienti da Marte, e il fisico rispose: «Ci sono tutti i motivi per pensare che Marte e gli altri pianeti siano abitati. Perché solo la Terra dovrebbe supportare la vita? Non è niente di speciale. Ma se esistono creature intelligenti, non mi aspetterei che cerchino di comunicare con la Terra per onde radio. I raggi di luce, la cui direzione è molto più facile da controllare, sarebbero molto probabilmente il primo metodo da tentare».

COSA SAPEVA REALMENTE EINSTEIN DEGLI UFO E DELLA VITA ALIENA?

COSA SAPEVA REALMENTE EINSTEIN DEGLI UFO E DELLA VITA ALIENA?

Nel 1952- quindi dopo  il presunto viaggio a Roswell- in risposta a una domanda sugli avvistamenti UFO, Einstein scrisse invece una frase singolare: «Quella gente ha visto qualcosa, cosa sia non lo so e non sono curioso di saperlo». Insomma, non negava che il fenomeno potesse essere reale, eppure non era interessato a capirne la natura. Un atteggiamento molto strano, per un uomo di scienza: come se avesse voluto evitare di prendere posizione. Nello stesso anno, in un’altra lettera, si rifiutò di esprimere la sua opinione sui dischi volanti dicendo di non aver esperienze dirette. Infine, proprio nel 1947, a pochi giorni dalla notizia del crash di un UFO in New Mexico pubblicata dai giornali, ancora una volta Einstein evitò di esporsi: disse di non aver assolutamente alcun commento da fare. Ora forse comprendiamo il perché, conclude Anthony Bragalia: sapeva, ma aveva giurato di non parlare.

Sabrina Pieragostini

Fonte:   www.extremamente.it

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