Lavorare troppo stanca e fa morire prima

Studio Oms-Ilo: orari di lavoro prolungati aumentano i decessi per malattie cardiache e ictus

Secondo lo studio “Global, regional, and national burdens of ischemic heart disease and stroke attributable to exposure to long working hours for 194 countries, 2000–2016: A systematic analysis from the WHO/ILO Joint Estimates of the Work-related Burden of Disease and Injury”, pubblicato su Environment International da un team di ricercato tri di Organizzazione mondiale della sanità (Oms),  International Labour Organization (ILO) e numerose università europee, australiane e delle Americhe,  «Gli orari prolungati di lavoro hanno portato a 745.000 decessi per ictus e cardiopatia ischemica nel 2016, un aumento del 29% dal 2000».

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Si tratta della prima analisi globale della perdita di vite umane e della salute associata a orari prolungati di lavoro e per questo studio sono state condotte due revisioni sistematiche e meta-analisi delle prove più recenti. Sono stati sintetizzati i dati di 37 studi sulla cardiopatia ischemica che coprono più di 768.000 partecipanti e 22 studi sull’ictus che coprono più di 839.000 partecipanti. Lo studio ha riguardato i livelli globale, regionale e nazionale e si è basato sui dati di oltre 2.300 indagini raccolte in 154 Paesi dal 1970 al 2018.

In base a questo lavoro certosino, Oms ed ILO stimano che, «Nel 2016, 398.000 persone sono morte per ictus e 347,000 per malattie cardiache per aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Tra il 2000 e il 2016, il numero di decessi per malattie cardiache dovute a orari prolungati di lavoro è aumentato del 42% e per l’ictus del 19%».

Lo studio evidenzia che «Questo carico di malattie legate al lavoro è particolarmente significativo negli uomini (il 72% dei decessi si è verificato tra i maschi), nelle persone che vivono nelle regioni del Pacifico occidentale e nel sud-est asiatico e nei lavoratori di mezza età o più anziani. La maggior parte dei decessi registrati ci sono stati tra persone di età compresa tra i 60 e i 79 anni e che avevano lavorato per 55 ore o più a settimana di età compresa tra 45 e 74 anni.

Tendeo conto del fatto che gli orari lavorativi prolungati sono ormai noti per essere responsabili di circa un terzo delle malattie correlate al lavoro totale stimato, lo studio stabilisce che sono il fattore di rischio con il maggior carico di malattie professionali e «Questo sposta l’attenzione verso un fattore di rischio professionale relativamente nuovo e più psicosociale per la salute umana».

Lo studio conclude che «Lavorare 55 o più ore settimanali è associato a un rischio stimato di ictus superiore del 35% e un rischio maggiore del 17% di morire per cardiopatia ischemica, rispetto al lavoro di 35 – 40 ore settimanali. Inoltre, il numero di persone che lavorano per un orario prolungato è in aumento e attualmente è pari al 9% della popolazione totale a livello globale. Questa tendenza mette ancora più persone a rischio di disabilità lavorativa e morte prematura».

La nuova analisi arriva proprio mentre la pandemia di Covid-19 evidenzia l’ingiustizia sociale di orari di lavoro prolungati e, mentre torna di moda lo slogan lavorare meno, lavorare tutti, Oms e ILO avvertono che, al contrario, «La pandemia sta accelerando gli sviluppi che potrebbero alimentare la tendenza verso un aumento dell’orario di lavoro»,

Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ricorda che «La pandemia Covid-19 ha cambiato in modo significativo il modo in cui molte persone lavorano. Il telelavoro è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare o chiudere delle attività per risparmiare denaro e le persone che sono ancora sul libro paga finiscono per lavorare per orari più lunghi. Nessun lavoro vale il rischio di ictus o malattie cardiache. Governi, datori di lavoro e lavoratori devono lavorare insieme per concordare i limiti per proteggere la salute dei lavoratori».

Maria Neira, direttrice del dipartimento per l’ambiente, i cambiamenti climatici e la salute dell’OMs, aggiunge: «Lavorare 55 ore o più a settimana è un grave rischio per la salute. E’ ora che tutti noi, governi, datori di lavoro e dipendenti ci rendiamo conto che orari di lavoro prolungati possono portare a una morte prematura». Nuove stime stanno esaminando il numero di morti e di malattie croniche a causa dell’esposizione a fattori di rischio professionale, ad esempio l’esposizione a sostanze chimiche e cancro, tra molti altri. Un’analisi dettagliata delle stime indica che le 15 convenzioni ILO attive relative all’orario di lavoro hanno salvato circa 143.000 vite, inoltre, la ratifica universale delle convenzioni sarebbe in grado di salvare ulteriori 415.000 vite a livello globale.
L’analisi è stata resa possibile da nuove metodologie sviluppate congiuntamente dall’ILO e dall’Oms in grado di stimare l’impatto dei fattori di rischio professionale sulla salute dei lavoratori. Si sperava che queste metodologie consentissero più azioni di prevenzione basate sull’evidenza.

OMS e ILO dicono che i governi, i datori di lavoro e i lavoratori possono intraprendere le seguenti azioni per proteggere la salute dei lavoratori:   « I governi, consultando le parti sociali (organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro), possono introdurre leggi e politiche che assicurino limiti massimi all’orario di lavoro e promuovano la conformità sul posto di lavoro per condizioni di lavoro dignitose. I governi possono introdurre, attuare e far rispettare leggi, regolamenti e politiche che vietano lo straordinario obbligatorio e garantiscono limiti massimi all’orario di lavoro; I datori di lavoro, in collaborazione con i lavoratori, possono organizzare l’orario di lavoro per evitare esiti negativi sulla salute dei lavoratori in relazione al lavoro a turni, al lavoro notturno, al lavoro nel fine settimana e agli accordi sull’orario flessibile. Accordi bipartiti o di contrattazione collettiva tra datori di lavoro e associazioni dei lavoratori possono rendere l’orario di lavoro più flessibile, concordando allo stesso tempo un numero massimo di ore di lavoro; I dipendenti potrebbero condividere l’orario di lavoro per garantire che il numero di ore lavorate non superi le 55 o più a settimana».

Vera Paquete-Perdigão, direttrice del dipartimento governance e tripartismo dell’ILO, conclude: «Lavorare per lunghe ore può portare a numerosi effetti mentali, fisici e sociali. I governi dovrebbero prendere molto sul serio questo problema. La pandemia Covid-19 ha peggiorato la situazione, perché i lavoratori possono essere colpiti da ulteriori rischi psicosociali derivanti dall’incertezza della situazione lavorativa e da orari di lavoro più lunghi.
La diffusione del telelavoro, delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e l’aumento dei lavori flessibili, temporanei o freelance hanno aumentato la tendenza a lavorare per molte ore.  I governi possono ratificare e sviluppare politiche per attuare gli standard internazionali del lavoro sull’orario di lavoro, come la definizione di standard sui limiti dell’orario di lavoro, i periodi di riposo giornaliero e settimanale, le ferie annuali retribuite, le protezioni per i lavoratori notturni e il principio della parità di trattamento per i lavoratori a tempo parziale».

Fonte: www.pianetablunews.it

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