Uno studio mostra i danni al cervello (dei topi) causati dall’isolamento sociale

Alcune cellule della corteccia prefrontale mediale dei topi sembrano essere particolarmente vulnerabili all’isolamento sociale in giovane età, che risulterebbe in disturbi del comportamento in età adulta. Stimolandole artificialmente, però, ci sarebbero dei miglioramenti

Quali potrebbero essere gli effetti dell’isolamento sociale per un bambino? È l’ennesima domanda che tutti, esperti in primis, ci siamo posti in questi mesi di pandemia, quando la minaccia del nuovo coronavirus ha spinto a chiudere le scuole e a imporre il distanziamento sociale a ogni età. Sebbene ci siano studi in diverse specie di mammiferi che dimostrano come il comportamento in età adulta ne risenta, finora non ci sono indizi su quali possano essere le cause biologiche. Ora però un team di ricercatori della Icahn School of Medicine (Mount Sinai) ha scoperto che nei topi a svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo delle abilità sociali nella vita adulta sono un tipo particolare di cellule della corteccia prefrontale mediale, molto vulnerabili, appunto, all’isolamento sociale. Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience.

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Queste cellule sono note come neuroni della corteccia prefrontale mediale che si proiettano al talamo paraventricolare, una struttura cerebrale che ha molte connessioni e che invia segnali ai circuiti della ricompensa. I ricercatori, studiando i topi, hanno dimostrato che questi neuroni risentono moltissimo dell’isolamento sociale durante l’infanzia: detto in modo molto semplice, è come se non imparassero ad attivarsi e quindi faticano ad accendersi anche quando l’animale, una volta adulto, si troverà in contesti di interazione coi propri simili, dando luogo a disturbi del comportamento. Il deficit di socialità, inoltre, verrebbe acuito da altri circuiti inibitori collaterali.

A questo punto i ricercatori si sono chiesti cosa sarebbe successo stimolando artificialmente queste cellule nei topi adulti sottoposti a isolamento in giovane età. Attraverso esperimenti di optogenetica (stimolazione con segnali luminosi) e chemogenetica (stimolazione con farmaci), gli scienziati hanno acceso in modo selettivo i neuroni della corteccia prefrontale mediale che proiettano al talamo paraventricolare e hanno constatato un rapido miglioramento nel comportamento sociale degli animali.

“Oltre a identificare un circuito specifico nella corteccia prefrontale particolarmente vulnerabile all’isolamento sociale durante l’infanzia, abbiamo anche dimostrato che tale circuito è un obiettivo promettente per il trattamento dei deficit comportamentali sociali”, ha commentato Hirofumi Morishita, della Icahn School of Medicine, tra gli autori della ricerca. “Attraverso la stimolazione del circuito prefrontale specifico che si proietta nell’area talamica in età adulta, siamo stati in grado di recuperare i deficit di socialità causati dall’isolamento sociale giovanile”.

Se un circuito neuronale simile esista anche nell’essere umano è davvero troppo presto per dirlo. Serviranno molti altri studi per capirlo. Tuttavia, qualora le ricerche si rivelassero promettenti, potrebbero aprirsi strade nuove che ci consentano di capire meglio i disturbi della socialità tipici dell’autismo o anche della schizofrenia, e di capire se i neuroni della corteccia prefrontale mediale umana possano essere target di terapie specifiche che ne modulino l’attività, magari attraverso la stimolazione transcranica.

Mara Magistroni

Foto di Karsten Paulick da Pixabay 

Fonte: www.wired.it

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