Covid-19, nei paesi guidati da donne 6 volte meno decessi (e crisi economica più contenuta)

I leader femminili non hanno sottovalutato i rischi, si sono concentrate su misure preventive e hanno privilegiato il benessere sociale a lungo termine rispetto a considerazioni economiche a breve termine

La crisi del Covid-19 sembra confermare ciò che gli analisti politici sostengono da tempo: la leadership femminile potrebbe essere più attenta alle questioni di uguaglianza sociale, sostenibilità e innovazione, rendendo così le società più resistenti agli shock esterni. Abbiamo eseguito alcune analisi statistiche sui dati disponibili sulla pandemia di coronavirus e una serie di aspetti di salute pubblica, progresso sociale, bisogni umani di base e resilienza economica, con correlazioni sbalorditive.

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Innanzitutto, i dati attuali mostrano che i paesi con donne in posizione di leader hanno subito sei volte meno decessi confermati da Covid-19 rispetto ai paesi con governi guidati da uomini (considerando i decessi tra il 31/12/2019 ed 11/05/2020). Inoltre, i governi guidati da donne sono stati più efficaci e rapidi nell’appiattire la curva dell’epidemia, con picchi nelle morti giornaliere circa sei volte inferiori rispetto ai paesi governati da uomini. Infine, il numero medio di giorni con decessi confermati è stato di 34 in paesi governati da donne e 48 in paesi con governi dominati dagli uomini.

Certo, la correlazione non è causalità, ma quando guardiamo all’approccio dei governi guidati dalle donne alla crisi, troviamo politiche simili che potrebbero aver fatto la differenza rispetto alle loro controparti maschili: non hanno sottovalutato i rischi, si sono concentrate su misure preventive e hanno dato priorità al benessere sociale a lungo termine rispetto a considerazioni economiche a breve termine.

Taiwan è un caso emblematico, in cui il governo del primo ministro Tsai Ing-wen si è basato sulla sua precedente esperienza con la Sars per introdurre immediatamente misure mirate e controlli medici, che hanno ridotto enormemente il rischio di un focolaio e quindi reso inutile un lockdown, a differenza della maggior parte degli altri paesi dell’Asia orientale, inclusa la altrettanto piccola Singapore, che ha invece subito diverse ondate di contagio. Anche il governo neozelandese di Jacinda Ardern è stato rapido nell’implementare tempestivamente misure restrittive, con conseguente contagio limitato e un lockdown molto più breve rispetto ai paesi limitrofi del Pacifico. Un modello simile si è verificato in Danimarca, Norvegia e Finlandia, tutte governate da donne, al contrario della Svezia, dove le considerazioni economiche hanno superato le preoccupazioni per la salute, determinando il più alto numero di morti pro capite in Europa.

Negli ultimi anni, la maggior parte dei governi a guida femminile ha anche posto una maggiore enfasi sul benessere sociale e ambientale, investendo di più nella sanità pubblica e riducendo l’inquinamento atmosferico (che sembra essere associato alla mortalità da Covid-19).

La nostra analisi mostra che i paesi con una maggiore rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali ottengono risultati migliori in termini di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, contenimento dell’inquinamento atmosferico e conservazione della biodiversità. Alcuni di questi governi hanno anche lanciato un’alleanza internazionale per promuovere il “benessere sociale ed ecologico” come pietra angolare delle loro politiche economiche. Queste sono tutte caratteristiche importanti che rendono le società più resilienti rispetto agli shock esterni.

In tale contesto, forse non sorprende che i paesi guidati da donne soffrano meno la conseguente recessione economica: le previsioni di crescita del Pil per il 2020 indicano che subiranno un calo inferiore al 5,5%, mentre i paesi con leader maschili subiranno riduzioni di oltre il 7%.

Probabilmente non ci sono ancora prove concrete sufficienti per dimostrare che c’è in gioco un chiaro “fattore femminile”, ma non possiamo semplicemente scartare differenze così nette come casuali. Alcune leader donne hanno capito che porre il benessere sociale e ambientale al centro del processo decisionale nazionale ha effetti positivi sulla resilienza della società e avvantaggia anche l’economia. Sarebbe saggio che i loro colleghi uomini prendessero nota.

di Luca CosciemeLorenzo FioramontiKatherine Trebeck per greenreport.it

Note: i paesi con leader femminili includono Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia (Presidente), Islanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Slovacchia e Taiwan. Paesi con leader maschili includono Austria, Bulgaria, Brasile, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Fonte: www.greenreport.it

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