Modello 9-9-6: come funziona la settimana lavorativa di 72 ore

Modello 9-9-6, lo schema di lavoro che prevede giornate dalle 9 alle 21 per sei giorni alla settimana

Il modello 9-9-6 sta attirando l’attenzione nel mondo tecnologico per una proposta che ribalta le abitudini lavorative tradizionali. L’obiettivo è dedicare gran parte della giornata allo sviluppo di prodotti e nuove tecnologie, sacrificando una fetta consistente del tempo libero. Alcune startup impegnate nella corsa all’intelligenza artificiale considerano questa disponibilità un vantaggio per competere in un mercato dove la velocità di sviluppo può fare la differenza. Ma lavorare molte più ore permette davvero di costruire aziende migliori? Nato in Cina e tornato al centro del dibattito tecnologico grazie ad alcune realtà americane, questo sistema divide imprenditori e investitori. Per capire perché se ne parla, bisogna partire dal significato della sigla, dalle condizioni che comporta e dalle ragioni per cui alcune aziende chiedono ai propri dipendenti un impegno tanto elevato.

Il modello 9-9-6 conquista alcune startup della Silicon Valley

I tre numeri descrivono un orario preciso: ingresso alle 9 del mattino, uscita alle 21 e lavoro per sei giorni alla settimana. Dodici ore al giorno per sei giorni fanno 72 ore settimanali di presenza lavorativa, considerando l’intera fascia oraria. Le pause non retribuite o non conteggiate come lavoro possono ridurre il totale delle ore effettivamente lavorate.

Il confronto con una settimana di 40 ore rende evidente la differenza: si tratta di 32 ore in più, pari all’80% di tempo aggiuntivo rispetto a un orario tradizionale di questo tipo. Rimane un solo giorno libero per recuperare le energie, stare con la famiglia o dedicarsi alle attività personali.

Non si tratta di un nuovo contratto di lavoro né di una regola condivisa da tutto il settore tecnologico. È soprattutto una formula organizzativa e culturale, utilizzata per descrivere ambienti in cui l’azienda si aspetta una disponibilità molto elevata. In alcuni casi sono gli stessi fondatori a scegliere ritmi simili; in altri, la capacità di sostenere giornate estenuanti entra nelle aspettative rivolte ai dipendenti e ai candidati durante i colloqui.

Nelle startup che sviluppano intelligenza artificiale, questa filosofia viene spesso giustificata con la necessità di sperimentare rapidamente, correggere gli errori e arrivare sul mercato prima dei concorrenti. Non tutte le imprese tecnologiche, però, seguono questa strada. E non ci sono elementi sufficienti per affermare che lavorare 72 ore alla settimana sia diventato lo standard nella Silicon Valley.

Perché le startup AI puntano su giornate lavorative così lunghe

La competizione nel settore dell’intelligenza artificiale aiuta a comprendere il ritorno di questa mentalità. Le aziende cercano di sviluppare strumenti sempre più capaci, conquistare clienti e attirare investimenti. In un mercato in rapida evoluzione, alcuni fondatori ritengono che prolungare le giornate lavorative consenta di accelerare la sperimentazione e mantenere un vantaggio sui rivali.

Tra gli esempi citati nel dibattito figura Browser Use, startup associata a Magnus Müller. In un’intervista al Washington Post, Müller ha raccontato l’esperienza di una comunità di lavoro nella quale l’attività prosegue anche di notte e nei fine settimana. Questi spazi, conosciuti come hacker house, possono riunire ufficio e alloggio: i partecipanti vivono vicini e condividono gran parte della giornata, proseguendo i progetti anche oltre gli orari convenzionali.

Un’altra realtà menzionata è Sonatic, guidata da Kinjal Nandy, che ha promosso una cultura aziendale basata sulla presenza e sulla condivisione della stessa missione. Anche Cognition, Optimal AI e Mercor vengono associate a forti aspettative in termini di impegno e prestazioni, sebbene le condizioni possano cambiare da un’azienda all’altra.

Scott Wu, amministratore delegato di Cognition, ha descritto pubblicamente la cultura dell’azienda come orientata a prestazioni molto elevate, chiarendo che non è adatta a tutti. Dichiarazioni di questo tipo mostrano come la disponibilità a sostenere ritmi intensi possa diventare un elemento della selezione del personale.

È importante, tuttavia, distinguere tra le aspettative dichiarate e le condizioni effettive. Una richiesta di forte dedizione non dimostra automaticamente che tutti i dipendenti lavorino 72 ore ogni settimana. Per valutare il fenomeno occorre separare gli slogan aziendali, gli annunci di lavoro, le testimonianze individuali e gli orari realmente praticati.

Dalla Cina alla California: il superlavoro tra rischi per la salute e futuro del lavoro

La formula 9-9-6 non nasce nella Silicon Valley. È diventata nota soprattutto in Cina, dove alcune aziende tecnologiche hanno promosso settimane molto lunghe per sostenere la crescita e affrontare la concorrenza. Nel 2021, la Corte suprema del popolo cinese e il Ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale hanno pubblicato indicazioni contro le pratiche illegali di lavoro straordinario, contribuendo a chiarire i limiti di questo sistema.

Il dibattito si è poi esteso agli Stati Uniti, dove una parte dell’ecosistema delle startup considera la dedizione estrema un segno di ambizione. La storica Margaret O’Mara, dell’Università di Washington, ha ricondotto questa mentalità a una cultura tecnologica che da decenni valorizza la competizione, la disponibilità personale e l’idea che il successo richieda sacrifici eccezionali. La sociologa Carolyn Chen, dell’Università della California a Berkeley, ha invece analizzato le dinamiche culturali che possono trasformare il lavoro in una sorta di vocazione totalizzante.

Non tutti gli investitori condividono questa visione. Deedy Das, di Menlo Ventures, ha messo in dubbio che un numero maggiore di ore garantisca risultati migliori. Una settimana molto lunga può aumentare il tempo dedicato a un progetto, ma non assicura decisioni più lucide, maggiore creatività o prodotti di qualità superiore. Quando l’impegno estremo diventa una condizione permanente, inoltre, l’azienda rischia di perdere persone qualificate che preferiscono ambienti più sostenibili.

Quali sono i rischi del superlavoro e cosa dice la legge in Europa

Le conseguenze delle settimane lavorative molto lunghe non si fermano alla vita privata. Uno studio congiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), pubblicato nel 2021, ha stimato che nel 2016 circa 745.000 decessi nel mondo fossero attribuibili a ictus e cardiopatia ischemica associati a orari di lavoro prolungati. Rispetto a chi lavorava 35-40 ore settimanali, le persone che ne lavoravano almeno 55 presentavano un rischio stimato più elevato di ictus e di morte per cardiopatia ischemica. I dati riguardano l’esposizione prolungata nel tempo e non consentono di prevedere il rischio individuale di ogni lavoratore. Fonte: OMS e OIL.

Il problema può ripercuotersi anche sulle aziende. Stanchezza persistente, difficoltà di concentrazione e scarso recupero possono compromettere la qualità del lavoro quotidiano. Se i dipendenti lasciano l’impresa dopo pochi mesi, inoltre, aumentano i costi di selezione e formazione. È anche per questo che diversi investitori considerano il superlavoro una possibile debolezza competitiva, anziché un vantaggio.

In Europa entrano in gioco anche i limiti normativi. La direttiva 2003/88/CE stabilisce, in linea generale, una media massima di 48 ore settimanali, straordinari inclusi, oltre a un riposo giornaliero minimo di 11 ore consecutive e a un periodo di riposo settimanale. Sono previste deroghe in determinate condizioni: l’applicazione concreta dipende quindi anche dalle norme nazionali e dal tipo di attività. Consulta la direttiva europea sull’orario di lavoro.

Per l’Italia, dunque, non basta confrontare il numero di ore con quello previsto dal modello americano. Bisogna considerare la disciplina nazionale, il contratto collettivo applicabile, il trattamento degli straordinari e le eventuali eccezioni. Un simile orario non può essere considerato automaticamente compatibile con qualsiasi rapporto di lavoro europeo.

Conclusione

Il modello 9-9-6 è una delle espressioni più estreme della cultura del superlavoro che accompagna la crescita delle startup tecnologiche. Per alcune aziende, dedicare più tempo allo sviluppo può sembrare una scorciatoia per accelerare l’innovazione. Altri imprenditori, investitori e lavoratori temono invece che ritmi simili finiscano per compromettere la salute, la lucidità e la capacità di trattenere i talenti.

La questione non riguarda soltanto il numero di ore trascorse in ufficio, ma i risultati ottenuti e il prezzo da pagare per raggiungerli. La corsa all’intelligenza artificiale potrebbe continuare a premiare la rapidità, senza che questo renda necessariamente una settimana di 72 ore la soluzione migliore per costruire un’impresa solida. Se questa filosofia influenzerà anche le aziende europee, il confronto dovrà tenere insieme competitività, benessere delle persone e rispetto delle regole sul lavoro.

Redazione

Potresti leggere anche: 

Seguici anche su: Youtube | Telegram | Instagram | Facebook | Pinterest | x