Urina alpinisti sull’Everest: 154 tonnellate di ghiaccio sciolte, cosa dice lo studio
L’idea che l’urina possa contribuire allo scioglimento di un ghiacciaio sembra quasi una curiosità, ma sull’Everest uno studio scientifico ha provato a quantificare questo fenomeno. La ricerca, pubblicata nel 2026 sulla rivista Regional Environmental Change, ha analizzato l’impatto delle attività umane sull’Everest Base Camp, situato sul ghiacciaio Khumbu, in Nepal. Tra le fonti di calore considerate dai ricercatori c’è anche quella prodotta dai liquidi corporei degli alpinisti. Il risultato più sorprendente riguarda proprio l’urina: secondo i calcoli dello studio, il suo calore avrebbe un potenziale di fusione equivalente a circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve durante una stagione alpinistica. Ma questo non significa che la pipì sia la principale responsabile della perdita dei ghiacci dell’Everest. Per capire davvero il risultato bisogna guardare ai numeri, al metodo utilizzato e soprattutto al ruolo del riscaldamento globale.
Al campo base dell’Everest il calore prodotto dalle attività umane diventa un problema
L’Everest Base Camp non è soltanto un punto di passaggio per chi tenta di raggiungere la vetta più alta del mondo. Durante la stagione primaverile si trasforma in una vera comunità temporanea, dove convivono alpinisti, guide, personale di supporto e operatori per diverse settimane a oltre 5.000 metri di quota. Il campo base si trova sul ghiacciaio Khumbu, un ambiente particolarmente delicato e già sottoposto agli effetti del riscaldamento globale. Il Nepal Tourism Board descrive il percorso verso il campo base come un itinerario che attraversa proprio il ghiacciaio Khumbu, mentre il Sagarmatha National Park comprende l’area dell’Everest e della regione del Khumbu.
Lo studio di Khim Lal Gautam, Virginia Burkett, George Xian, Mahesh Thapa, Anish Dahal e Sudeep Thakuri ha cercato di quantificare il calore prodotto dalle attività concentrate in questa zona. I ricercatori hanno considerato tre componenti: il cambiamento climatico, l’utilizzo di combustibili fossili e lo scarico di urina umana direttamente sul ghiacciaio. Per la stagione primaverile del 2023 sono stati raccolti dati relativi ai combustibili impiegati nelle circa 1.600 tende presenti al campo. Il consumo comprendeva 824 bombole di gas, 18.935 litri di cherosene e 5.130 litri di benzina, utilizzati per cucinare, riscaldare gli ambienti e produrre energia.
Perché gli alpinisti producono così tanta urina
A rendere particolare la situazione dell’Everest è anche la quantità di persone concentrate in uno spazio relativamente piccolo. L’alta quota favorisce una maggiore perdita di acqua attraverso la respirazione e, per ridurre il rischio di disidratazione, gli alpinisti devono bere molto. Di conseguenza, durante la permanenza al campo base viene prodotta una notevole quantità di urina.
Secondo lo studio, durante la stagione alpinistica possono essere prodotti più di 6.000 litri di urina al giorno. Una parte significativa viene scaricata direttamente sulla superficie del ghiacciaio. Questo aspetto distingue l’urina dagli altri rifiuti umani: mentre i materiali solidi possono essere raccolti e trasportati a valle, il liquido viene in larga misura lasciato sul posto.
Il motivo per cui questo fenomeno interessa ai ricercatori non riguarda quindi soltanto l’inquinamento. Entra in gioco anche una questione fisica molto semplice: il liquido prodotto dal corpo umano è molto più caldo della neve e del ghiaccio presenti intorno al campo base. Quando viene versato sulla superficie glaciale, può trasferire parte della propria energia termica all’ambiente circostante.
Preso singolarmente, il fenomeno può sembrare trascurabile. La situazione cambia considerando i volumi coinvolti. Migliaia di litri al giorno, moltiplicati per diverse settimane, trasformano una fonte di calore apparentemente insignificante in una componente che può essere inserita nel bilancio energetico dell’area.
Come il calore dell’urina può sciogliere il ghiaccio
Il principio alla base del calcolo non è particolarmente complesso. Quando due materiali hanno temperature differenti, il calore tende a trasferirsi da quello più caldo a quello più freddo. L’urina, essendo prodotta dal corpo umano, arriva all’esterno a una temperatura molto superiore rispetto a quella della neve o del ghiaccio circostante.
Il ghiaccio deve però raggiungere condizioni favorevoli alla fusione prima di poter trasformarsi in acqua. L’energia necessaria per questo passaggio può essere espressa attraverso il calore latente di fusione. I ricercatori hanno utilizzato il bilancio energetico delle attività umane per stimare quanta energia termica viene liberata e a quale quantità teorica di neve e ghiaccio potrebbe corrispondere.
Il risultato non va interpretato come la misurazione diretta di un’enorme quantità di ghiaccio osservata mentre si scioglie. Si tratta invece di una stima del potenziale di fusione associato all’energia termica calcolata. È una distinzione importante, perché nella realtà una parte del calore viene dispersa nell’atmosfera o assorbita da altri materiali e non finisce necessariamente tutta nel ghiaccio.
Per l’urina, il modello dello studio arriva a circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve potenzialmente fondibili nell’arco della stagione. È una quantità sorprendente, ma va inserita nel quadro generale: non rappresenta il principale motore della perdita del ghiacciaio Khumbu.
154 tonnellate sono solo una parte del problema dell’Everest
La cifra che ha attirato maggiormente l’attenzione è quella delle 154 tonnellate, ma il dato più importante dello studio è forse un altro. Sommando il calore prodotto dai combustibili utilizzati al campo base e quello associato all’urina, i ricercatori hanno stimato un’energia complessiva di circa 849.174 megajoule, con un’incertezza di ±179.774 MJ. Convertita in equivalente teorico di fusione, questa energia sarebbe sufficiente a fondere circa 2.492 ± 528 tonnellate di ghiaccio e neve.
La differenza permette di capire meglio il peso dell’urina nel bilancio. Se dal valore complessivo si sottraggono le circa 154 tonnellate attribuite al suo calore, rimane un equivalente di circa 2.338 tonnellate associato alle altre fonti di calore considerate. In altre parole, l’urina rappresenta una componente sorprendente, ma non quella dominante.
Il vero interesse della ricerca riguarda quindi la concentrazione delle attività umane su un ambiente glaciale già vulnerabile. Bruciare combustibili produce calore e gas serra; utilizzare generatori e sistemi di riscaldamento significa aggiungere ulteriore energia all’ambiente. Anche l’enorme quantità di liquidi corporei scaricata direttamente sul ghiaccio entra nel quadro complessivo.
Il dato delle 154 tonnellate non significa che l’urina stia sciogliendo l’Everest
È probabilmente questo il punto più importante da chiarire per evitare una lettura fuorviante della ricerca. Dire che l’urina degli alpinisti “ha sciolto 154 tonnellate di ghiaccio” è efficace come titolo, ma dal punto di vista scientifico è più preciso parlare di potenziale di fusione calcolato a partire dall’energia termica dell’urina.
Il lavoro dei ricercatori non sostiene che la perdita complessiva del ghiacciaio Khumbu dipenda dalla pipì degli alpinisti. Il problema è molto più ampio e coinvolge il riscaldamento del clima, le variazioni delle temperature, la perdita di massa glaciale e le trasformazioni dell’ambiente himalayano.
Un recente studio modellistico dedicato proprio al Khumbu Glacier indica che il riscaldamento storico ha già compromesso una parte significativa della massa glaciale futura e, nello scenario climatico analizzato, il ghiacciaio potrebbe perdere una quota molto consistente della propria massa entro il 2100.
Il contributo umano locale diventa quindi un problema aggiuntivo. Non è necessario che l’urina rappresenti una grande percentuale dello scioglimento complessivo per meritare attenzione. Il punto è che il calore viene prodotto proprio nel luogo in cui migliaia di persone vivono temporaneamente sulla superficie glaciale.
Le immagini satellitari mostrano un Everest Base Camp sempre più caldo
La seconda parte della ricerca permette di allargare lo sguardo oltre la curiosa storia dell’urina. Gli autori hanno analizzato i dati satellitari Landsat relativi al periodo compreso tra il 1991 e il 2023, confrontando l’andamento della temperatura superficiale del campo base con quello delle aree circostanti.
Il risultato è significativo: nell’area dell’Everest Base Camp la temperatura superficiale è aumentata in media di circa 0,28 °C all’anno durante il periodo analizzato. Secondo lo studio, il valore è circa il doppio rispetto all’aumento osservato sulla superficie del vicino ghiacciaio Khumbu. L’analisi mostra inoltre che il riscaldamento non è uniforme in tutta l’area.
Questo dato non dimostra da solo che siano le tende, i generatori o l’urina a causare la differenza. Le immagini satellitari registrano una variazione della temperatura superficiale e non permettono di attribuire automaticamente ogni cambiamento a una singola attività umana. Tuttavia, il risultato è coerente con l’idea che un’enorme concentrazione di persone e attività possa modificare le condizioni locali.
Il cambiamento climatico resta il fattore più importante
Il fenomeno osservato al campo base deve quindi essere considerato all’interno di un processo molto più vasto. Il Khumbu Glacier non si trova in condizioni normali alle quali si aggiunge soltanto il calore prodotto dagli alpinisti. È già inserito in un contesto di riscaldamento delle alte montagne himalayane.
Le osservazioni satellitari europee hanno documentato il rapido arretramento del ghiacciaio e il legame con l’aumento delle temperature globali. Anche il programma Copernicus ha evidenziato come il Khumbu Glacier sia sottoposto a un marcato ritiro e come la posizione del campo base sia diventata una questione sempre più delicata.
La ricerca del 2026 aggiunge quindi un tassello locale al problema. Se il clima rende il ghiacciaio più vulnerabile, concentrare ogni primavera migliaia di persone, combustibili, generatori e rifiuti sulla sua superficie non rappresenta una soluzione sostenibile.
Gli autori hanno infatti valutato anche la possibilità di trasferire il campo base su un terreno più stabile. Lo studio individua due possibili siti a sud-ovest dell’attuale posizione, situati su terreno stabile anziché direttamente sulla superficie glaciale. L’ipotesi non nasce soltanto dal problema dell’urina, ma dalla necessità più generale di adattare l’organizzazione delle spedizioni a un ambiente che sta cambiando.
La vicenda dell’urina, dunque, porta a una domanda molto più seria: quanto può essere sostenibile continuare a concentrare una vera e propria città stagionale su un ghiacciaio in trasformazione?
Conclusione
La storia dell’urina alpinisti sull’Everest colpisce perché trasforma un gesto quotidiano in un dato scientifico sorprendente. Secondo lo studio pubblicato su Regional Environmental Change, il calore associato all’urina scaricata al campo base avrebbe un potenziale di fusione equivalente a circa 154 tonnellate di ghiaccio e neve durante una stagione. Ma fermarsi a questo numero sarebbe riduttivo.
La ricerca racconta soprattutto l’impatto complessivo delle attività umane sul ghiacciaio Khumbu. Combustibili, riscaldamento, produzione di energia e scarichi si concentrano in un’area già sottoposta al riscaldamento globale. Le immagini Landsat mostrano inoltre un aumento particolarmente marcato della temperatura superficiale nell’area del campo base.
La pipì degli alpinisti, quindi, non è la causa dello scioglimento dell’Everest. È piuttosto uno dei tanti segnali di quanto la presenza umana possa pesare su un ambiente estremamente fragile. E proprio per questo quel dato apparentemente bizzarro delle 154 tonnellate diventa molto più interessante: dietro una curiosità c’è una questione concreta sul futuro del ghiacciaio e dello stesso campo base.
Redazione
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