Batterio resistente agli antibiotici trovato nel ghiaccio: ha 5.000 anni
Un Batterio resistente agli antibiotici è stato recuperato da uno strato di ghiaccio della grotta di Scărișoara, in Romania, rimasto congelato per circa 5.000 anni. La scoperta colpisce soprattutto per un motivo: il microrganismo possiede difese contro diversi farmaci moderni, comparsi migliaia di anni dopo la sua conservazione nel ghiaccio. Il protagonista della ricerca è Psychrobacter sp. SC65A.3, un batterio adattato alle basse temperature che è stato sottoposto ad analisi genetiche e test di laboratorio. Il suo genoma contiene oltre 100 geni associati alla resistenza antimicrobica e, allo stesso tempo, caratteristiche capaci di ostacolare la crescita di diversi batteri patogeni. Si apre così una domanda interessante: siamo davanti a un possibile rischio oppure a una risorsa ancora tutta da studiare per la ricerca di nuove soluzioni contro le infezioni?
Il batterio di 5.000 anni trovato nel ghiaccio della Romania
La vicenda nasce nella grotta di Scărișoara, nei Monti Apuseni, un ambiente sotterraneo caratterizzato dalla presenza di ghiaccio perenne. Qui i ricercatori hanno studiato una carota di ghiaccio lunga circa 25 metri, formata da strati accumulatisi in epoche differenti. Il ceppo SC65A.3 è stato isolato da un livello datato a circa 5.335 anni, con un margine di errore di alcune decine di anni. Non si tratta quindi di un microrganismo raccolto casualmente sulla superficie del ghiaccio: è stato recuperato da un campione proveniente dalla profondità del deposito glaciale, quindi coltivato e analizzato in laboratorio.
Il microrganismo appartiene al genere Psychrobacter, un gruppo noto per la capacità di vivere in ambienti freddi. Le analisi genomiche hanno permesso di associarlo alla specie Psychrobacter cryohalolentis, caratterizzata da adattamenti a basse temperature e condizioni ambientali difficili. SC65A.3 riesce infatti a crescere tra 4 e 15 °C e tollera anche concentrazioni elevate di sale. Sono caratteristiche che hanno portato gli autori dello studio a definirlo un microrganismo poliestremofilo.
La ricerca, pubblicata su Frontiers in Microbiology nel febbraio 2026, rappresenta il primo sequenziamento dell’intero genoma di un Psychrobacter isolato da una grotta di ghiaccio e la prima caratterizzazione di un resistoma antico proveniente da questo particolare ambiente. Il genoma di SC65A.3 contiene circa 3 milioni di basi e numerosi elementi utili per capire come questo batterio sia riuscito a sopravvivere per millenni in condizioni estreme.
Come può un batterio antico resistere agli antibiotici moderni?
È proprio questo l’aspetto che rende la scoperta così interessante. A prima vista sembra quasi un controsenso: se il microrganismo è rimasto intrappolato nel ghiaccio per migliaia di anni, come può possedere difese contro medicinali sviluppati soltanto in epoca moderna?
La spiegazione si trova nell’evoluzione naturale. La resistenza antimicrobica non è comparsa insieme alla medicina. In natura i microrganismi competono tra loro e alcuni producono sostanze capaci di danneggiare o eliminare altri batteri. Nel tempo, quindi, si sono affermati anche meccanismi genetici capaci di proteggere determinate cellule da queste molecole. Gli antibiotici utilizzati in medicina hanno poi introdotto una nuova e forte pressione selettiva, favorendo la sopravvivenza e la diffusione dei batteri già dotati di alcune difese. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce infatti l’ambiente come uno dei serbatoi nei quali possono essere presenti microrganismi resistenti e geni associati alla resistenza antimicrobica.
Il caso di Scărișoara permette di osservare questo fenomeno in un ambiente rimasto isolato per un periodo molto lungo. Nel ceppo SC65A.3 sono stati individuati più di 100 geni associati alla resistenza agli antimicrobici. Tra questi compaiono determinanti collegati a diversi meccanismi, compresi ampC, gyrA, gyrB, parC, parE, dfrA, rpoB, tetA, tetC e mcr-1. Sono inoltre presenti geni collegati alla resistenza ai metalli pesanti e sistemi di efflusso multidrug, che possono aiutare la cellula a espellere sostanze potenzialmente dannose.
Questo non significa che il batterio abbia sviluppato una resistenza specifica mentre era congelato o che abbia “conosciuto” gli antibiotici moderni. Più semplicemente, possedeva già un patrimonio genetico di difesa formatosi attraverso l’evoluzione naturale prima dell’arrivo della medicina contemporanea. Il ghiaccio ha poi conservato il microrganismo e le sue caratteristiche, consentendo oggi agli scienziati di studiarle.
Un precedente studio sulla stessa grotta aveva già fornito indicazioni importanti. Nel 2020, una ricerca pubblicata su Scientific Reports aveva analizzato 68 ceppi batterici isolati da una carota di ghiaccio di Scărișoara risalente fino a circa 13.000 anni fa. Gli scienziati avevano rilevato diversi profili di resistenza agli antibiotici e, contemporaneamente, attività antimicrobiche contro alcuni batteri patogeni. Il nuovo lavoro su SC65A.3 aggiunge a queste osservazioni una caratterizzazione genomica molto più dettagliata.
Resistenza agli antibiotici e potenziale antimicrobico: una scoperta dal doppio volto
Il dato più sorprendente della ricerca non riguarda soltanto la capacità di resistere ai farmaci. I ricercatori hanno sottoposto SC65A.3 a test con 28 antibiotici appartenenti a 17 classi e hanno osservato resistenza a 10 antibiotici distribuiti in 8 classi. Tra i gruppi interessati figurano cefalosporine di terza generazione, fluorochinoloni, aminoglicosidi e rifampicina. È un risultato significativo perché dimostra che il patrimonio genetico di un microrganismo proveniente da un ambiente antico può contenere diversi meccanismi compatibili con la resistenza a farmaci utilizzati nella medicina moderna.
Fermarsi a questo dato, però, significherebbe raccontare soltanto metà della scoperta. Lo stesso ceppo ha mostrato infatti la capacità di inibire la crescita di 14 patogeni appartenenti al gruppo ESKAPE, un insieme di batteri noto per la rilevanza clinica e per la presenza di ceppi resistenti a numerosi trattamenti. Tra i microrganismi testati figurano Pseudomonas aeruginosa, Klebsiella pneumoniae, Acinetobacter baumannii, Enterococcus faecium e ceppi di Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, noto come MRSA.
Il quadro che emerge è quindi meno semplice di quello suggerito da un titolo allarmistico. Da una parte il microrganismo possiede un patrimonio genetico associato alla resistenza; dall’altra mostra caratteristiche capaci di ostacolare altri batteri. È proprio questa combinazione a renderlo interessante per la ricerca scientifica.
Potrebbe diventare una risorsa per nuovi antimicrobici?
La prospettiva più interessante riguarda ciò che gli scienziati potrebbero scoprire studiando il genoma di SC65A.3. La ricerca ha individuato geni compatibili con la produzione di composti antimicrobici, compresi elementi collegati a molecole come glicopeptidi e bacitracina. Il batterio possiede inoltre numerose capacità enzimatiche che potrebbero avere un interesse biotecnologico, soprattutto perché provengono da un organismo abituato a funzionare a basse temperature.
Questo non significa che sia stato trovato un nuovo antibiotico pronto per essere utilizzato contro le infezioni. Tra l’individuazione di un’attività antimicrobica in laboratorio e lo sviluppo di un farmaco efficace e sicuro esiste un percorso lungo e complesso. La scoperta indica piuttosto una possibile direzione per studi futuri.
Nel suo genoma sono presenti anche circa 600 geni la cui funzione non è ancora completamente chiarita, secondo l’analisi dello studio. Alcuni potrebbero essere legati all’adattamento al freddo, mentre altri potrebbero svolgere funzioni metaboliche o biologiche ancora da comprendere. Proprio queste aree poco conosciute del patrimonio genetico rendono gli organismi estremofili interessanti per la ricerca biotecnologica.
La grotta di Scărișoara, inoltre, non sembra essere un caso isolato. La precedente ricerca sui batteri presenti nel ghiaccio aveva già evidenziato una notevole diversità microbica: 68 ceppi appartenenti a 34 generi e 56 specie. Alcuni microrganismi erano capaci sia di resistere a diversi antibiotici sia di inibire batteri patogeni. Il risultato suggerisce che gli ambienti glaciali sotterranei possano conservare caratteristiche genetiche ancora poco esplorate.
Resta comunque importante non trasformare questa scoperta in uno scenario apocalittico. La presenza di geni associati alla resistenza non significa automaticamente che il batterio costituisca una nuova minaccia per la salute umana. Perché una caratteristica genetica diventi un problema clinico devono verificarsi altre condizioni, compresa la possibilità che determinati geni vengano trasferiti o mantenuti in altri microrganismi e che questi entrino in ambienti dove possono provocare infezioni. Lo studio su SC65A.3 descrive soprattutto un fenomeno microbiologico di grande interesse e un possibile serbatoio genetico, non una futura epidemia.
Anche l’ipotesi legata al disgelo deve essere valutata con cautela. La modifica delle condizioni ambientali può influenzare gli ecosistemi microbici e l’OMS riconosce il ruolo dell’ambiente nella dinamica dell’antibiotico-resistenza. Tuttavia, lo studio non dimostra che la fusione del ghiaccio della grotta libererà necessariamente un nuovo agente patogeno capace di diffondersi tra le persone.
Conclusione
La scoperta di Psychrobacter SC65A.3 mostra quanto resta ancora da conoscere sul mondo microbico conservato negli ambienti estremi. Il batterio di 5000 anni resistente agli antibiotici non è soltanto una curiosità rimasta imprigionata nel ghiaccio: il suo genoma conserva oltre 100 geni associati alla resistenza e, nello stesso tempo, caratteristiche che potrebbero interessare la ricerca di nuovi antimicrobici.
La lezione più importante, però, riguarda l’origine stessa della resistenza. Questi meccanismi non sono comparsi con i farmaci moderni, ma hanno radici molto più antiche. Il ghiaccio di Scărișoara offre agli scienziati una sorta di finestra sul passato, attraverso la quale osservare caratteristiche genetiche rimaste conservate per millenni. Per ora SC65A.3 è soprattutto un oggetto di studio: un microrganismo da monitorare con attenzione, ma anche una possibile fonte di conoscenze utili per affrontare la crescente difficoltà nel trattamento delle infezioni. La sfida futura sarà capire quali dei suoi geni e dei suoi prodotti biologici potranno trasformarsi in strumenti concreti per la medicina.
Redazione
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