Sessualizzazione sport femminile in TV: cosa cambia davvero con le nuove regole sulle riprese
Basta un cambio di inquadratura. Il regista stacca dall’azione, stringe l’obiettivo, e una saltatrice con l’asta diventa un paio di gambe al rallentatore. La gara sparisce. Resta un dettaglio anatomico che nessuno ha chiesto di vedere in quel modo. Per anni la sessualizzazione dello sport femminile in TV è passata sotto silenzio, assorbita nell’abitudine di chi guarda e di chi produce. Oggi quell’abitudine ha un avversario concreto: l’EBU, l’Unione Europea di Radiodiffusione, ha pubblicato insieme a European Athletics un documento che riscrive il protocollo delle riprese nelle competizioni di atletica femminile. Un manuale operativo, non una dichiarazione d’intenti. Dice a operatori e registi cosa non si fa più, e perché. A chiederlo, con nome e cognome, sono state le atlete.
Le linee guida EBU: cosa dicono e a chi si rivolgono
Il documento si intitola Raising the Bar: Guidelines for respectful media coverage in women’s athletics e non è nato in un ufficio di Ginevra a porte chiuse. Alla stesura hanno partecipato atlete di livello olimpico, portando esperienze concrete di disagio, pressione, violazione della propria immagine. Il filo conduttore è netto: la telecamera racconta la prestazione, non il corpo.
In termini operativi, le linee guida EBU per le atlete individuano pratiche di ripresa da eliminare. Le inquadrature dal basso verso l’alto, costruite per enfatizzare gambe e glutei senza alcuna funzione narrativa legata al gesto tecnico, sono indicate come inaccettabili. Stesso discorso per gli zoom insistenti su parti del corpo prive di rilevanza agonistica e per i replay al rallentatore utilizzati non per analizzare una tecnica di salto o una fase di spinta, ma per indugiare su zone anatomiche. Il documento chiede di abbandonare la logica del dettaglio voyeuristico a favore di riprese più ampie, laterali, capaci di restituire la potenza del movimento, la coordinazione, la complessità biomeccanica di un gesto atletico. Il corpo delle sportive resta ovviamente parte integrante della competizione: il punto è rimetterlo nel suo contesto, quello della performance, senza trasformarlo in contenuto accessorio.
Le voci delle protagoniste: quando il replay diventa molestia
Holly Bradshaw, saltatrice con l’asta britannica, bronzo a Tokyo 2020, ha raccontato pubblicamente di aver subito molestie online generate dai replay televisivi delle sue gare. Immagini rallentate, estrapolate dalla diretta, finite sui social non per celebrare un salto ma per alimentare commenti a sfondo sessuale. Bradshaw ha spiegato che la consapevolezza di essere ripresa da certe angolazioni interferiva con la concentrazione in pedana, in una disciplina dove una frazione di secondo di distrazione può costare una medaglia o un infortunio serio.
Ivana Spanović, campionessa serba di salto in lungo, ha allargato il discorso agli stereotipi di genere e alle ricadute sulla salute mentale. Sapere che milioni di spettatori ti osservano non per come corri o come stacchi, ma per come il tuo corpo viene frammentato dall’obiettivo, genera un carico psicologico che nessun atleta maschio si trova a gestire. Blanka Vlašić, icona croata del salto in alto, ha contribuito al documento con la prospettiva di chi ha vissuto due decenni di carriera sotto i riflettori, vedendo cambiare — con lentezza esasperante — lo sguardo delle telecamere. Tre storie diverse, tre discipline, un’unica richiesta messa nero su bianco: essere raccontate per ciò che fanno, non per come appaiono.
Oltre le telecamere: divise, regolamenti e un problema che viene da lontano
Limitare il discorso alle sole riprese televisive significherebbe curare il sintomo ignorando la malattia. La sessualizzazione dello sport femminile in TV è l’ultimo anello di una catena che parte da molto più a monte: dai regolamenti sull’abbigliamento, dalle aspettative estetiche imposte alle atlete, da una cultura mediatica che per decenni ha trattato il corpo femminile nello sport come un abbellimento della competizione vera.
Il caso della nazionale norvegese di beach handball resta emblematico. Nell’estate del 2021, durante i Campionati Europei di Varna, le giocatrici norvegesi scesero in campo con pantaloncini al posto del bikini imposto dal regolamento internazionale. La federazione europea le multò. La notizia fece il giro del mondo, sollevò un’ondata di solidarietà e, nel giro di pochi mesi, contribuì a modificare le norme sull’abbigliamento, riconoscendo alle atlete una libertà di scelta che ai colleghi maschi non era mai stata negata. Quell’episodio rese visibile ciò che molti intuivano: il problema non era un singolo regolamento sbagliato, ma un sistema di aspettative. L’idea che una donna, per essere “appropriata” in campo, dovesse prima di tutto risultare gradevole allo sguardo. Le nuove indicazioni dell’EBU si innestano esattamente in questa frattura, provando a ricomporla dal lato della produzione televisiva.
Cosa cambia in pratica per chi guarda e per chi gareggia
Accendendo la TV durante i prossimi Europei di atletica o le Olimpiadi, cosa vedrà di diverso lo spettatore? La risposta è meno spettacolare di quanto ci si aspetti, ma più significativa. Le regie adotteranno progressivamente inquadrature più larghe durante le fasi di gara, privilegiando angoli laterali che mostrano l’intera figura in movimento. I replay verranno selezionati con criterio tecnico: si rivedrà un salto per analizzare la parabola, la fase di stacco, l’atterraggio, non per indugiare su un dettaglio anatomico decontestualizzato. Le transizioni tra un’atleta e l’altra eviteranno primi piani prolungati su gambe, glutei o décolleté quando l’azione di gara non lo richiede.
Per chi gareggia il cambiamento pesa forse ancora di più. Sapere che la regia non cercherà l’angolo “giusto” per frammentare il proprio corpo riduce quella pressione aggiuntiva che Bradshaw e Spanović hanno descritto con precisione. Non elimina il problema alla radice — i commenti sui social, gli stereotipi culturali, il divario di copertura mediatica rispetto allo sport maschile restano tutti lì — ma toglie un tassello pesante: la complicità istituzionale della televisione. Le linee guida EBU, va detto, non hanno forza di legge. Sono raccomandazioni rivolte alle emittenti affiliate, che includono la BBC, la Rai, France Télévisions, la ARD tedesca. La loro efficacia dipenderà dalla volontà dei singoli broadcaster di recepirle nei protocolli di produzione. Il segnale politico, però, è inequivocabile: l’Europa dello sport ha stabilito che lo sguardo della telecamera non è neutro, e che normalizzare l’oggettificazione del corpo femminile in diretta non è più tollerabile.
Una questione di sguardo, prima che di regole
In fondo, ciò che queste linee guida chiedono non è una rivoluzione tecnologica. Non servono nuove telecamere, nuovi software, nuovi budget. Serve che un regista, in cabina di regia, si ponga una domanda elementare: questa inquadratura racconta la gara o racconta un corpo? Questo replay aiuta lo spettatore a capire la tecnica o lo invita a guardare altrove? Domande semplici, quasi banali. Eppure per decenni nessuno, nei piani alti della produzione televisiva sportiva, se le è poste con la serietà che meritavano.
Le atlete lo hanno fatto al posto loro. Subendo, prima. Protestando, poi. E infine scrivendo, insieme all’EBU, le regole che avrebbero voluto trovare già pronte quando hanno iniziato a gareggiare. Il corpo di una sportiva appartiene alla sua prestazione. Alla fatica, agli anni di allenamento, alla tecnica. Non allo sguardo di chi sta dall’altra parte dello schermo. E se la televisione, che per decenni ha normalizzato quello sguardo, oggi fa un passo indietro, resta da capire quanti altri passi servano, e in quanti altri ambiti, prima che lo sport femminile venga raccontato semplicemente per ciò che è: sport.
Fonte: EBU
Redazione
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