Come rovinarsi la vita in poche parole. E se fosse tutto più semplice di quel che crediamo?

Ci sono frasi e parole che possono letteralmente rovinarci la vita. Comprendere cosa succede nel nostro cervello quando parliamo può portarci a cambiamenti importanti

Tonnellate di pagine lette, ore e ore dedicate a corsi di formazione e crescita personale, una quantità importante di sofferenze subite nei vari percorsi di crescita che ci portano a confrontarci con tutti i nostri demoni. Eppure, spesso non si ottengono i risultati desiderati. A volte, dipende dalla improvvisazione di chi quei corsi li conduce e quei libri li legge. A volte, dall’atteggiamento troppo leggero di chi quei corsi li frequenta e quei libri li legge. Altre volte, dal fatto che abbiamo in testa una serie di idee sedimentate di cui ignoriamo l’esistenza ma che possono condizionarci in modo considerevole.

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E se tutto potesse essere un po’ più semplice di così? E se noi potessimo sistemare un po’ le cose nel nostro cervello per avere più autostima e più carisma, per liberarci di senso di colpa e inadeguatezza o per, semplicemente, vivere una vita più in linea con i nostri desideri? In realtà, per quanto semplicistica potrebbe sembrare l’ipotesi a qualcuno, possiamo: a volte, in un contesto di crescita e sviluppo personale, parlare in modo diverso, dire alcune cose ed ometterne altre, può aiutarci a ristrutturare la nostra forma mentis, a vedere quindi una realtà diversa da quella che abbiamo visto finora e, soprattutto, a offrire al mondo una versione di noi che ancora non ha avuto modo di apprezzare.

Il tema è vastissimo e può essere affrontato da moltissimi punti di vista. Uno di questo, a parere di chi scrive, è la presa di coscienza di come spesso alcune frasi in apparenza innocenti ci abbiano condizionato e ancora ci condizionino, in modi che nemmeno immaginiamo. Iniziamo perciò a parlare dei sensi di colpa, il vero scoglio che ci impedisce di essere felici e soddisfatti quanto potremmo e quanto dovremmo.

Immaginate la scena. Il ragazzo o la ragazza (o comunque voglia definirsi il soggetto in questione, oggi val la pena precisare per evitare di sentirsi attaccare per questa eventuale mancanza) sta per uscire con gli amici e andare in discoteca.

arà tardi. Immaginate la sua mamma che, con tono di voce querulo, gli ricorda di divertirsi (“divertiti!”), salvo poi specificare che lei, comunque, non riuscirà a dormire finché lui/lei/esso/essa/loro/lore (e altro, nessuno si senta offeso) non sarà tornato/a/e/i/o/u (si fa per ridere, eh). Nel cervello umano si crea uno schema molto semplice: “io sono fuori a divertirmi = intanto qualcuno è a casa a stare male”.

Ci crediate o meno, è anche a causa di frasi di questo tipo che poi, da “grandi”, facciamo fatica a goderci appieno la vita, perché è come se avessimo in testa una vocina che ci ricorda che, mentre noi ce la spassiamo, qualcuno soffre. Se poi queste frasi sono inserite in un contesto di “con tutto quello che ho fatto per te”, “con tutti i sacrifici che abbiamo fatto” e l’immancabile “finisci tutto, che ci sono bambini che muoiono di fame”, allora il senso di colpa è proprio servito.

Come ci si libera di traumi del genere? Anzitutto, prendendo coscienza del fatto che esistono. Poi, ad esempio, mordendosi la lingua ogni volta che sta per uscirci di bocca qualche frase del tipo “e poi loro…?”, “mi spiace che però loro…”, “e se poi si offendono?”. In questi casi, e naturalmente sempre nel pieno rispetto di ogni essere umano, un bel “chissenefrega” sarà la miglior risposta possibile.

Senso di inadeguatezza

A volte, ammettiamolo, ci sentiamo tutti un po’ insicuri e a tutti noi un grammo di autostima in più (o un paio di chili, a seconda del momento) farebbe comodo.

La responsabilità, come sempre, è un po’ di mamma e papà (non me ne vogliano, ma di solito sono loro che hanno il ruolo di plasmare il nostro cervello così neuroplastico e così vergine) e quindi sono le loro parole che ci restano maggiormente impresse. Poi, da adulti, la colpa diventa un po’ anche nostra.

“Ti dico una cosa, magari però non ti interessa”: che modo elegante per darsi la zappa sui piedi, vero? Oppure: “ti faccio una domanda stupida”, che è l’equivalente del darsi degli idioti prima ancora di aver aperto bocca. Oppure, una delle mie preferite, “dai retta a un cretino”, paradossale e ironica finché si vuole ma terribilmente reale e concreta per il nostro cervello e per quello del nostro interlocutore.

A questa macroscopiche e tafazziane espressioni linguistiche seguono poi le tradizionali frasi di circostanza che disintegrano l’autostima di chi le dice e offrono al pubblico uno spettacolo indecoroso: “scusami se ti disturbo”, “non vorrei disturbarti”, “ti rubo solo un minuto” (o “un minutino”, nei casi più irrecuperabili), “spero che quello che sto per dirti ti interessi”, “se non ti interessa però dimmelo”, “so che è una cosa sciocca”, “ti faccio un esempio stupido”, “ti faccio un esempio banale” e chi più ne ha, più ne metta. In questo caso, basta stare zitti, o meglio cancellare del tutto queste frasi, utilizzando introduzioni alla nostra persona che ci valorizzino meglio, oppure – per l’appunto, passando direttamente a quel che c’è da dire, omettendo quegli inutili orpelli.

Fede e inutili genuflessioni

Infine, in questa rassegna estiva di parole che possono rovinarci la vita, abbiamo le genuflessioni linguistiche e i richiami agli atti di fede, da “la ringrazio per avermi concesso il suo prezioso tempo” a “grazie infinite per la splendida opportunità concessami” fino a “grazie per la fiducia accordatami” che altro non è se non un richiamo all’idea che chi ti ha ascoltato, di fatto, si è affidato alle mani di Dio e non alla tua bravura o competenza.

Essere gentili, insomma, va bene, purché la gentilezza sia espressa in modo da non togliere valore alle nostre azioni e alla nostra persona. C’è sempre un altro modo per dire le cose: “sono felice di poterla incontrare”, “mi ha fatto piacere parlare con lei di questa reciproca opportunità”, “sono contenta/e/i/o/u di iniziare questa collaborazione”. È dalle frasi che diciamo che le persone si formano di noi una impressine o un’altra. A quanto pare, a volte, quindi, basta dire qualcosa di diverso o parlare un po’ meno per risparmiarci l’ennesimo libro o l’ennesimo corso di formazione che poi, se continuiamo a parlare allo stesso modo di sempre, servirà davvero a poco.

Foto di StockSnap da Pixabay

DI PAOLO BORZACCHIELLO

Fonte:  www.thesocialpost.it

 

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