Come i simpatici tardigradi hanno conquistato la Luna

C’è vita oltre la Terra? Se parliamo di Luna, la risposta è sì. E non si tratta solo dei batteri fecali lasciati insacchettati sulla superficie durante le missioni Apollo, ma soprattutto dei tenerissimi, piccolissimi e super resistenti tardigradi (Milnesium tardigradum). Questi microorganismi invertebrati a otto zampe, dall’aspetto inconfondibile e conosciuti anche come orsi d’acqua, sono arrivati sul satellite naturale del nostro pianeta proprio grazie all’attività umana, in particolare tramite la sonda israeliana privata Beresheet, che lo scorso aprile ha raggiunto la superficie lunare con a bordo un carico biologico – schiantandosi però brutalmente al suolo a causa di un problema tecnico.

Nonostante l’impatto sia stato particolarmente violento, secondo gli esperti di astrobiologia che hanno preso parte alla progettazione della missione è “estremamamente probabile” che il carico non sia andato completamente distrutto, e che quindi le migliaia di tardigradi stipati a bordo siano ancora in vita. A meno che (purtroppo per ora è impossibile dirlo) la temperaturaraggiunta al momento della disintegrazione della sonda abbia distrutto il contenitore che li doveva proteggere, bruciando tutto ciò che si trovava all’interno.

Il bollettino medico dei tardigradi sulla Luna

Anche se si tratta di speculazioni e non di osservazioni dirette, possiamo immaginare in che condizioni si trovino attualmente i tardigradi abbandonati nella zona del mare della Serenità, sulla faccia visibile della Luna.

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Prima di essere imbarcati su Beresheet, i tardigradi sono stati disidratati e poi racchiusi all’interno di una resina epossidica (ambra artificiale), in compagnia di una ricchissima serie di altri campioni biologici fra cui anche dna umano, oltre che immagini e copie di libri e opere d’arte. Come ha raccontato l’edizione statunitense di Wired, infatti, sulla sonda era stato inserito un dispositivo nanotecnologico delle dimensioni di un dvd progettato dalla compagnia no profit Arch Mission Foundation, che ha come mission la creazione di un backup del nostro pianeta da conservare altrove nello spazio, per proteggere l’eredità della specie umana e in generale di tutte le forme viventi sulla Terra. Prima dell’archivio lunare su Beresheet, una memoria biologica era già stata stivata nel vano portaoggetti della Tesla Roadster dello Starman lanciata nel 2018 da Elon Musk.

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(foto: Phineas Jones/Flickr)

Ma torniamo ai tardigradi. Chiusi tra sottili fogli di nichel, ovviamente incapaci di muoversi e con le funzioni vitali inattivate, senza né acqua, né cibo, né aria, non possono né riprodursi né spostarsi, ma semplicemente tentare di sopravvivere. Com’è noto, infatti, questi esseri lunghi circa un millimetro sono la specie più resistente in assoluto tra quelle conosciute, e sono capaci di resistere potenzialmente a qualunque genere di catastrofe. Secondo gli scienziati, in particolare, il caldo, il freddo, la pressione ridotta e le radiazioni che raggiungono la superficie lunare non rappresentano una minaccia alla loro sopravvivenza, e l’unico vero pericolo è rappresentato dal rischio chimico imputabile alle sostanze che formano la resina o le colle. Alcuni tardigradi sono stati infatti attaccati alla parete esterna del dispositivo, sempre in forma disidratata.

Il valore scientifico di questa piccola invasione lunare

Al di là dell’aspetto romantico dell’aver trasportato esseri carini sulla Luna, è interessante che la missione Beresheet possa aver avuto un parziale successo scientifico nonostante gli inconvenienti nella fase di discesa. Se davvero – come al momento è stato soltanto stimato – la sopravvivenza di tardigradi sulla superficie lunare potrebbe arrivare a un tempo nell’ordine di un decennio, è possibile (almeno in linea di principio) pensare di organizzare una missione di salvataggio e recupero dei tardigradi. Non certo per una questione di salvaguardia di una specie in pericolo di estinzione, ma per tentare poi di re-idratare i tardigradi e riattivare le loro funzioni vitali. Tra le straordinarie caratteristiche di questi orsetti c’è, tra l’altro, la capacità di risvegliarsi con la stessa età biologica di quando è avvenuta la disidratazione, come se il tempo trascorso nell’ambra non fosse esistito in termini di invecchiamento.

Ciò attiverebbe due possibili linee di ricerca: la prima è lo studio della capacità di sopravvivenza dei tardigradi anche in condizioni estreme e diverse da quelle terrestre, per capire fino a che punto la vita possa conservarsi e resistere alle avversità, l’altra è la possibilità di trasportare la vita da un corpo celeste all’altro. Perché è così importante?  Sia per capire come si possa conservare un essere vivente in vista di lunghi viaggi spaziali, sia per approfondire l’ipotesi che la vita sia arrivata sulla Terra proprio attraverso lo spazio.

Il triste destino dei tardigradi lunari

Anche se la vita, e gli esseri umani, sanno essere davvero imprevedibili, al momento le prospettive dei tardigradi spaziali non sono affatto rosee. Pure ammettendo che le prossime missioni lunari, dalla Nasa in poi, rispettino i tempi calendarizzati, gli allunaggi sono previsti molto lontano rispetto al sito dello schianto di Beresheet. Probabilmente il recupero dei tardigradi sarebbe comunque troppo costoso, pieno di incertezze e poco prioritario dal punto di vista dell’esplorazione lunare perché si possa pensare una missione ad hoc.

Se però i tardigradi potessero restare nell’attuale stato dormiente per un periodo più lungo di quanto stimato, magari per qualche decennio, ci sarebbe ancora una piccola speranza di poterli recuperare in tempo. Quindi, prima di darli per definitivamente abbandonati, possiamo aspettare ancora un po’.

Gianluca Dotti

Fonte: www.wired.it

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