Tsunami vulcano Marsili: cosa potrebbe accadere alle coste italiane

Tsunami vulcano Marsili, ricostruzione di un'onda anomala generata da una frana sottomarina nel Mar Tirreno

Il Tsunami vulcano Marsili è al centro di uno studio scientifico che ha esaminato le possibili conseguenze di grandi frane sottomarine nel Mar Tirreno. Pubblicata nel 2020, la ricerca ha simulato diversi scenari di cedimento dei fianchi del vulcano, compreso quello più estremo, nel quale potrebbero generarsi onde molto alte. Secondo i modelli, le isole Eolie potrebbero essere raggiunte in circa 10 minuti, mentre per le coste di Calabria e Sicilia il tempo stimato sarebbe di circa 20 minuti. Numeri che colpiscono, ma che devono essere interpretati correttamente: descrivono situazioni ipotetiche, non una catastrofe annunciata. Quanto sarebbe grave un simile evento? E soprattutto, esistono segnali che facciano pensare a un pericolo imminente per le coste italiane? Per capirlo bisogna partire dalle caratteristiche del Marsili e dal meccanismo che potrebbe innescare uno tsunami.

Vulcano Marsili, dove si trova e perché può generare uno tsunami

Il Marsili si trova nel Mar Tirreno meridionale, in un’area compresa tra la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. È considerato il più grande vulcano sottomarino del Mediterraneo e presenta dimensioni imponenti: circa 70 chilometri di lunghezza e 30 di larghezza. La sua struttura si innalza per migliaia di metri dal fondale, ma la sommità resta sommersa, a circa 508 metri sotto il livello del mare.

La posizione e le caratteristiche geologiche di questo edificio vulcanico lo rendono particolarmente interessante per i ricercatori. Il Marsili è attivo e presenta una storia eruttiva che risale a centinaia di migliaia di anni fa. Secondo le informazioni dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), le ultime eruzioni conosciute risalgono a un periodo compreso tra circa 2.100 e 3.000 anni fa. Tra i fenomeni osservati figurano il degassamento sottomarino e una sismicità di bassa magnitudo, associata a processi vulcano-tettonici e idrotermali.

Questi elementi, tuttavia, non indicano che un’eruzione sia imminente. Per valutare i possibili pericoli bisogna considerare anche la stabilità dei versanti: se una grande massa di roccia si stacca e scivola lungo il fondale, può spostare una quantità considerevole d’acqua e dare origine a onde capaci di propagarsi per lunghe distanze.

Perché una frana sottomarina può essere più pericolosa dell’eruzione

Quando si pensa a un vulcano in eruzione, vengono subito in mente colate laviche, esplosioni e gas. Nel caso del Marsili, invece, lo studio dedicato al rischio di tsunami si concentra soprattutto su un fenomeno meno evidente, ma potenzialmente molto importante: il cedimento di porzioni dei suoi fianchi.

Il meccanismo è quello di una massa di rocce e sedimenti che si stacca dal versante e scivola verso il basso. Durante il movimento, il materiale sposta l’acqua circostante e può generare onde che si propagano nel mare. La loro altezza dipende da diversi fattori, tra cui il volume della frana, la profondità del distacco e la conformazione del fondale.

È proprio la combinazione di queste condizioni a fare la differenza. Un cedimento di grandi dimensioni in acque profonde non produce necessariamente gli stessi effetti di una frana che interessa le zone più alte del vulcano, più vicine alla superficie. Per questo non basta conoscere il volume del materiale coinvolto: occorre capire anche dove avviene il distacco e come l’energia si trasferisce all’acqua.

Questi aspetti sono stati esaminati nell’articolo scientifico Tsunamis from prospected mass failure on the Marsili submarine volcano flanks and hints for tsunami hazard evaluation, pubblicato online l’8 dicembre 2020 sulla rivista Bulletin of Volcanology e inserito nel volume del 2021. Il lavoro è stato realizzato da un gruppo di studiosi italiani, con il contributo di ricercatori dell’Università di Bologna.

Attraverso modelli numerici, gli autori hanno simulato cinque possibili cedimenti dei fianchi del vulcano, stimando le onde che potrebbero derivarne. Non si tratta di previsioni su ciò che accadrà in una data precisa, ma di simulazioni che aiutano a comprendere quali condizioni potrebbero produrre gli effetti più significativi.

La ricerca sottolinea inoltre l’importanza di approfondire la stabilità del Marsili e la sua capacità potenziale di generare tsunami. La possibilità fisica che un fenomeno si verifichi non significa che sia probabile nel prossimo futuro.

Per consultare la fonte originale è disponibile lo studio scientifico sul Marsili pubblicato da Springer Nature.

Tsunami dal vulcano Marsili: onde fino a 20 metri e coste a rischio

Il risultato più impressionante riguarda lo scenario estremo esaminato dai ricercatori. In questa simulazione, una porzione molto ampia del vulcano cede, coinvolgendo un volume di materiale pari a circa 17,6 chilometri cubi. Un movimento di queste dimensioni potrebbe generare onde capaci di raggiungere diverse coste del Tirreno, con effetti particolarmente rilevanti nelle aree più esposte.

I modelli indicano altezze potenzialmente elevate in alcune zone costiere. Nello scenario peggiore, le onde potrebbero superare i 20 metri in alcune aree della Basilicata, raggiungere oltre 15 metri in Campania e arrivare a valori compresi tra 5 e 10 metri in Sicilia. Si tratta dei risultati di una simulazione estrema, non di valori che si verificherebbero necessariamente in ogni località interessata.

Le conseguenze dipenderebbero infatti dalla posizione del cedimento, dalla direzione di propagazione delle onde e dalle caratteristiche del fondale e della costa. Anche l’altezza raggiunta in mare non coincide automaticamente con quella che l’acqua potrebbe raggiungere sulla terraferma: per stimare l’eventuale inondazione servono analisi specifiche delle singole aree costiere.

Lo studio prende in considerazione anche situazioni meno estreme. Cedimenti di dimensioni ridotte o avvenuti a profondità elevate produrrebbero onde molto contenute. Frane di volume intermedio, invece, se localizzate nella parte più alta del vulcano, potrebbero generare onde comprese tra uno e quattro metri in alcune aree. Il confronto tra i risultati mostra quanto possano incidere sia la quantità di materiale coinvolto sia la profondità alla quale avviene il distacco.

Isole Eolie, Sicilia e Calabria: quanto tempo resterebbe prima dell’arrivo delle onde

Tra i dati più significativi della ricerca ci sono i tempi di propagazione delle onde. Nelle simulazioni, le isole Eolie potrebbero essere raggiunte in circa 10 minuti, mentre le coste di Calabria e Sicilia lo sarebbero in circa 20 minuti. Questi intervalli descrivono il tempo necessario alle onde per raggiungere determinate aree a partire dal cedimento ipotizzato: non indicano quando potrebbe verificarsi un evento reale.

La vicinanza al vulcano è un elemento importante, ma non basta da sola a stabilire quali territori subirebbero gli effetti maggiori. La forma del fondale, la direzione delle onde e la conformazione delle baie possono modificare sensibilmente la propagazione e l’impatto lungo la costa.

Nello scenario estremo, le simulazioni prendono in considerazione anche le coste della Campania e della Basilicata. La Sardegna, più distante, sarebbe raggiunta più tardi, con onde generalmente più contenute nel modello descritto. I tempi di arrivo, tuttavia, non permettono da soli di stabilire l’entità dei danni: per farlo sarebbe necessario valutare anche le caratteristiche specifiche delle aree interessate.

È importante ricordare che lo studio non afferma che una frana di queste dimensioni si verificherà, né indica quando potrebbe accadere. L’obiettivo è comprendere le conseguenze che cedimenti diversi per volume e profondità potrebbero avere sulla formazione di uno tsunami.

La rapidità con cui le onde potrebbero raggiungere le coste più vicine rende comunque utile approfondire la stabilità del vulcano e la pericolosità delle aree esposte. La ricerca scientifica serve a individuare gli scenari da studiare con maggiore attenzione e a migliorare le conoscenze necessarie per valutare i rischi.

Per approfondire le informazioni ufficiali sul Marsili, è possibile consultare la scheda dell’INGV dedicata al vulcano sottomarino, che ne descrive la posizione, le dimensioni e le caratteristiche conosciute.

Il Marsili sta per eruttare? Che cosa sappiamo sul rischio attuale

I risultati pubblicati nel 2020 non dimostrano che il Marsili sia sul punto di eruttare e non forniscono una data per un eventuale cedimento dei suoi fianchi. La ricerca esamina le conseguenze di diverse situazioni ipotetiche, ma non stabilisce quanto sia probabile che si verifichino in un determinato periodo.

Secondo le informazioni dell’INGV, il Marsili è un vulcano attivo, caratterizzato da fenomeni di degassamento e da sismicità di bassa magnitudo. La sua struttura si trova però sotto il mare, dove le osservazioni dirette sono più difficili, e la stabilità dei versanti richiede ulteriori approfondimenti. Non ci sono quindi elementi sufficienti per trasformare lo scenario estremo dello studio in una previsione di catastrofe imminente.

Anche il rapporto con i terremoti registrati in Sicilia richiede attenzione. La presenza di scosse in un’area non dimostra, da sola, un collegamento con il Marsili. Per accertare una relazione servono dati sulla posizione degli eventi sismici, sui meccanismi che li hanno generati e sulle caratteristiche geologiche delle aree coinvolte.

In assenza di prove specifiche, non è corretto attribuire al vulcano sottomarino la responsabilità dei terremoti siciliani. Le dichiarazioni sui singoli eventi devono essere verificate attraverso fonti scientifiche aggiornate, senza confondere la contemporaneità di due fenomeni con un rapporto di causa ed effetto.

La valutazione del rischio richiede inoltre di distinguere tra pericolosità potenziale e probabilità che un evento si verifichi. Un fenomeno può avere conseguenze gravi senza essere destinato ad accadere a breve. Lo studio sul Marsili è importante proprio perché contribuisce a delineare scenari da approfondire, non perché annunci un evento imminente.

Per informazioni sul monitoraggio dei vulcani e sulle comunicazioni ufficiali è possibile consultare il servizio di sorveglianza dei vulcani attivi dell’INGV. Le fonti istituzionali rappresentano il riferimento più appropriato per verificare eventuali aggiornamenti sullo stato dei vulcani.

Conclusione

Il possibile tsunami generato dal Marsili è uno scenario scientificamente rilevante, soprattutto per la vicinanza delle coste italiane e per i tempi di propagazione ipotizzati dai modelli. Nella simulazione più estrema, le onde potrebbero raggiungere le Eolie in circa 10 minuti e le coste di Sicilia e Calabria in circa 20 minuti, con altezze potenzialmente molto elevate in alcune aree.

Questi risultati, però, non devono essere confusi con una previsione di eruzione imminente. Lo studio analizza le conseguenze di possibili frane sottomarine, senza stabilire quando potrebbero verificarsi. La ricerca mette in evidenza la necessità di conoscere meglio la struttura e la stabilità del vulcano, così da migliorare la valutazione della pericolosità.

Il punto non è annunciare una catastrofe, ma capire quali fenomeni potrebbero verificarsi e quali conoscenze servono per valutarli correttamente. È questa la distinzione che permette di informare i lettori con serietà, senza minimizzare i risultati scientifici e senza trasformare uno scenario ipotetico in un allarme ingiustificato.

Redazione

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