Albero bioclimatico: come funziona la struttura che prometteva di raffreddare Roma (e perché non si farà)
Giugno, Roma, pieno sole. Martin Haas, architetto dello studio Haas Cook Zemmrich di Stoccarda, cammina per la città e il caldo lo colpisce come uno schiaffo. Una pensilina avrebbe fatto ombra, d’accordo, ma non avrebbe restituito quel sollievo umido e avvolgente che si prova sotto la chioma di un platano maturo. Serviva qualcos’altro. Da quella passeggiata afosa è germogliato il concetto di albero bioclimatico, un dispositivo di raffrescamento evaporativo destinato a piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, capace di abbassare la temperatura dell’aria in uscita di circa dieci gradi senza attingere un solo watt dalla rete elettrica. Un’idea sviluppata da un team che intreccia bioarchitettura e ingegneria climatica, accolta con curiosità e poi, a luglio 2026, archiviata dal Campidoglio. Il meccanismo che la sosteneva, però, merita di essere capito. Perché il problema che doveva risolvere è ancora lì, sull’asfalto.
Il principio fisico dietro il raffrescamento evaporativo: niente magia, solo termodinamica
“Raffreddare l’aria con l’acqua” suona come uno slogan da fiera del verde. In realtà è una legge elementare della termodinamica, vecchia quanto le civiltà che abitavano i climi aridi. Quando l’acqua passa dallo stato liquido al vapore, sottrae energia termica all’ambiente circostante. Quell’energia mancante si traduce in gradi che scendono sul termometro. Niente compressore, niente gas refrigerante, niente condensatore che sputa calore sul marciapiede come fanno i condizionatori tradizionali. Acqua, una superficie porosa che la trattenga, un filo di movimento d’aria. Tanto basta.
Il tallone d’Achille di questo approccio è sempre stato uno solo: il vento. Porta via l’aria raffreddata prima che qualcuno riesca a goderne. Haas e i suoi collaboratori lo sapevano bene, e hanno impostato il progetto su un ribaltamento di prospettiva. Non produrre più freddo, ma proteggerlo. Confine. Creare un bacino invisibile in cui l’aria fresca ristagni abbastanza a lungo da essere percepita da chi attraversa la piazza. L’acqua, quindi, non viene nebulizzata nell’aria aperta come nei comuni sistemi a spruzzo dei dehors. Viene trattenuta dentro un involucro chiuso, dove evapora con calma e cede il suo effetto a un flusso d’aria controllato.
Il cilindro in laterizio, l’effetto camino e il tetto fotovoltaico: la meccanica della struttura
Il cuore tecnico del progetto romano è un cilindro in laterizio riciclato. La scelta del materiale non è decorativa: il laterizio è poroso per natura, assorbe l’acqua come un tessuto e la rilascia sotto forma di vapore quando il sole ne scalda la superficie. Il sistema bagna costantemente questa struttura, che diventa un pannello evaporativo continuo. Niente goccioline sospese, niente pozzanghere, niente pompe ad alta pressione. L’acqua permea i pori e se ne va in silenzio, portando via calore.
Dentro il cilindro, un piccolo ventilatore muove l’aria e accelera il processo. Quel ventilatore non pesca dalla rete: lo alimenta un tetto fotovoltaico integrato nella copertura. L’intero meccanismo cammina da solo, in autonomia energetica. L’aria raffreddata, più densa e pesante, cola verso il basso per gravità. È l’effetto camino rovesciato: anziché salire come fa l’aria calda, quella fresca scende e si accumula sotto la grande copertura ombreggiante. Haas l’ha chiamata “un lago di aria fresca”, e l’immagine rende bene l’idea di una pozza invisibile in cui i pedoni possono immergersi attraversando lo slargo.
La copertura superiore lavora su tre fronti simultanei: fa ombra e riduce l’irraggiamento diretto, scherma il flusso discendente dai venti laterali che lo disperderebbero, e ospita i pannelli solari. Il progetto porta la firma di Wittfrida Mitterer, direttrice del Master in Bioarchitettura della LUMSA Master School, sviluppata con Transsolar Klima Engineering e la Fondazione Bioarchitettura, con il contributo dell’Università LUMSA. Un consorzio che tiene insieme ricerca accademica e ingegneria climatica applicata, e che ha dato forma a un oggetto pensato per essere temporaneo ma concettualmente definitivo.
Da piazza San Pietro a piazza dei Cinquecento: il percorso, il costo e la bocciatura
La struttura evaporativa non nasce per la stazione Termini. L’idea originaria la collocava in piazza San Pietro, un palcoscenico simbolico dove la bioarchitettura avrebbe dialogato con milioni di visitatori. Quando quel contesto è sfumato, il progetto è migrato nel piano di riqualificazione di piazza dei Cinquecento, lo slargo pedonale che d’estate si trasforma in una delle isole di calore più aggressive della Capitale. Asfalto, cemento, flussi continui di persone, zero vegetazione matura: il cocktail perfetto per rendere un attraversamento di duecento metri un’esperienza fisicamente provante.
Il preventivo si aggirava sui cinquecentomila euro. L’assessora all’Ambiente Sabrina Alfonsi aveva parlato di approfondimenti tecnici ed economici in corso, precisando che tempi e modalità si sarebbero definiti solo a verifiche concluse. Quelle verifiche, chiuse a luglio 2026, hanno dato esito negativo. Il Campidoglio ha giudicato l’investimento insostenibile e ha scelto di dirottare le risorse verso altre forme di mitigazione del caldo urbano. La struttura, che doveva essere temporanea, non vedrà mai la luce nella forma immaginata dai suoi ideatori.
Alberi veri, nebulizzatori e asfalto freddo: le alternative che restano sul tavolo
Archiviare il progetto non significa condannare piazza dei Cinquecento a restare un forno a cielo aperto. Significa che la risposta al caldo passerà attraverso strumenti più convenzionali, e forse più scalabili. Piantare alberi veri resta l’opzione con il miglior rapporto tra costo, durata e benefici collaterali: ombra, assorbimento di CO₂, riduzione del deflusso delle acque piovane, valore estetico e psicologico. I dati ENEA sulle isole di calore urbane indicano che una riforestazione mirata può abbassare la temperatura percepita fino a quattro gradi nel raggio di alcune decine di metri. Il rovescio della medaglia è il tempo: un albero impiega anni prima di sviluppare una chioma significativa, e in una piazza come quella dei Cinquecento le radici devono convivere con sottoservizi, metropolitane e flussi pedonali intensi.
I nebulizzatori a bassa pressione, quelli dei parchi giochi e dei dehors, danno sollievo immediato ma localizzato, e dipendono dalla rete idrica ed elettrica. I condizionatori tradizionali spostano il calore dall’interno all’esterno, peggiorando il bilancio termico dello spazio pubblico. Restano poi le soluzioni di depavimentazione e asfalto riflettente, che riducono l’accumulo di calore nelle superfici senza consumare energia. Il progetto Mirificus, sviluppato da ENEA per il contesto romano, esplora proprio interventi integrati di questo tipo.
La questione aperta non riguarda la fisica, che non è in discussione. Riguarda l’allocazione di risorse pubbliche limitate: ha senso investire mezzo milione in una struttura sperimentale, per quanto elegante nel concetto, quando esistono interventi più semplici, replicabili e manutenibili? Haas, presentando il progetto, lo aveva definito un “manifesto di un nuovo modo di progettare le città”, un simbolo narrativo prima ancora che un dispositivo climatico. Come racconto ha funzionato: ha portato il raffrescamento passivo e la bioarchitettura nel dibattito pubblico. Come infrastruttura urbana, non ha superato il vaglio della sostenibilità economica. E sono due piani che non si possono sovrapporre.
Conclusione
Il progetto bioclimatico di Roma resterà un disegno sulla carta, ma il principio che lo animava non si archivia con una delibera. Il raffrescamento evaporativo ha millenni di storia alle spalle, dalle torri del vento persiane ai cortili andalusi, e la ricerca contemporanea continua a esplorarne le applicazioni in contesti urbani densi. La vicenda di piazza dei Cinquecento lascia un insegnamento scomodo: l’innovazione in architettura non si misura dall’eleganza dell’idea, ma dalla capacità di tradurla in qualcosa che si possa manutenere, replicare e difendere davanti a un bilancio comunale. Il caldo, intanto, non legge le delibere. E la prossima estate, attraversando quello slargo di asfalto davanti alla stazione, i pendolari continueranno a cercare un’ombra che ancora non c’è.
Redazione
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