Pensione anticipata a 64 anni: la proposta della Lega e quanto si rischia di perdere
La pensione anticipata a 64 anni torna al centro del dibattito previdenziale italiano con una proposta della Lega che punta ad ampliare la possibilità di lasciare il lavoro prima della pensione di vecchiaia. L’idea riguarderebbe anche chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996, oggi escluso dal canale della pensione anticipata contributiva. L’uscita sarebbe volontaria, ma avrebbe un prezzo: il ricalcolo dell’assegno con il metodo contributivo potrebbe ridurre l’importo della pensione. Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della CGIL indicano, in alcuni profili, una diminuzione del 10,6%, con perdite che possono arrivare a 366 euro lordi al mese. Sullo sfondo c’è però una questione più ampia. Secondo Eurostat, nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa in Italia è stata di 33 anni, contro i 37,5 della media dell’Unione europea.
Pensione a 64 anni, cosa prevede la proposta della Lega
La discussione sulla pensione a 64 anni per tutti nasce dall’ipotesi di estendere anche ai lavoratori con una carriera nel sistema misto una possibilità oggi prevista, con regole precise, per chi rientra interamente nel sistema contributivo. La proposta illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon punta infatti a consentire l’uscita anticipata anche a chi ha versamenti precedenti al 1996, purché accetti condizioni specifiche.
È importante, però, distinguere tra ciò che esiste già e ciò che viene proposto. Nel 2026 l’INPS prevede per la pensione anticipata contributiva il requisito dei 64 anni e almeno 20 anni di contribuzione effettiva, insieme a una soglia minima dell’importo della pensione. Dal 2027 e dal 2028, inoltre, i requisiti anagrafici e contributivi sono destinati ad aumentare per effetto degli adeguamenti previsti dalla normativa.
La nuova ipotesi politica avrebbe invece l’obiettivo di allargare il meccanismo ai lavoratori del sistema misto. Nella proposta descritta nel dibattito di questi giorni si parla di almeno 25 anni di contributi e della necessità di accettare il ricalcolo dell’intero assegno con il metodo contributivo, compresa la parte maturata prima del 1996.
Non si tratterebbe, quindi, di una semplice riduzione dell’età pensionabile. Chi scegliesse questa strada dovrebbe valutare attentamente il rapporto tra alcuni anni di lavoro in meno e un assegno potenzialmente più basso per tutto il periodo della pensione.
Pensione anticipata 64 anni requisiti: chi potrebbe accedere e cosa cambierebbe
Il punto centrale della proposta è proprio il suo carattere volontario. Non verrebbe introdotto un obbligo di pensionamento a 64 anni, ma un nuovo canale al quale il lavoratore potrebbe decidere di aderire se ritenesse conveniente anticipare l’uscita.
La proposta parla di almeno 25 anni di contributi. È una differenza importante rispetto alle regole attualmente previste per la pensione anticipata contributiva, che nel 2026 richiedono 20 anni di contribuzione effettiva. L’INPS precisa inoltre che, per il canale contributivo, l’importo della prima rata deve raggiungere una determinata soglia collegata all’assegno sociale.
Nel 2026 l’assegno sociale è pari a 546,24 euro mensili per 13 mensilità. La soglia ordinaria collegata alla pensione anticipata contributiva è quindi pari a tre volte tale importo, cioè circa 1.638,72 euro lordi mensili. Per le donne sono previste soglie ridotte in presenza di figli.
La proposta politica, però, dovrebbe essere tradotta in un testo normativo prima di poter conoscere con certezza tutti i dettagli. Non è quindi corretto presentare oggi come definitive condizioni che fanno ancora parte del progetto di riforma.
Il nodo riguarda soprattutto chi ha iniziato a lavorare prima del 1996. Per questi lavoratori una parte della pensione è stata maturata secondo le regole del sistema retributivo o misto. Accettare il nuovo canale significherebbe, secondo l’impostazione illustrata, rinunciare a quella modalità di calcolo e trasformare l’intero assegno secondo il metodo contributivo.
È qui che entra in gioco la convenienza personale. Due lavoratori della stessa età potrebbero ottenere risultati molto diversi in base allo stipendio, agli anni effettivamente lavorati, ai contributi versati e alla continuità della carriera.
Per questo la domanda “conviene andare in pensione a 64 anni?” non può avere una risposta uguale per tutti. La riforma potrebbe offrire una nuova possibilità di scelta, ma l’anticipo avrebbe un costo economico che ogni lavoratore dovrebbe confrontare con gli anni di stipendio ai quali rinuncerebbe.
Quanto si perde andando in pensione a 64 anni
Il secondo aspetto decisivo riguarda l’importo dell’assegno. La possibilità di smettere prima di lavorare può sembrare vantaggiosa, soprattutto per chi ha una carriera lunga e desidera uscire dal mercato del lavoro qualche anno prima. Ma anticipare la pensione significa anche accumulare meno contributi e, nel caso della proposta della Lega, accettare un ricalcolo che potrebbe ridurre ulteriormente l’importo.
Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della CGIL citate nel dibattito del 7 settembre indicano una riduzione del 10,6% dell’assegno in alcuni profili considerati. In termini concreti, la diminuzione stimata varia tra circa 183 e 366 euro lordi al mese, a seconda della storia contributiva e retributiva del lavoratore.
Il dato non deve però essere interpretato come una percentuale valida per chiunque. Senza un testo definitivo della riforma non esistono ancora coefficienti e condizioni definitive per calcolare la pensione di ogni singolo lavoratore. Le simulazioni servono quindi a mostrare l’ordine di grandezza dell’effetto possibile del ricalcolo.
Pensione 64 anni con TFR: perché la soglia può diventare il vero ostacolo
Il problema più concreto potrebbe essere rappresentato proprio dalla soglia minima. Con una retribuzione media dei dipendenti privati pari a 24.486 euro lordi annui nel 2024, le simulazioni riportate nel dibattito previdenziale mostrano assegni contributivi che rimangono sotto la soglia richiesta anche dopo molti anni di versamenti.
Con 25 anni di contributi, l’importo stimato sarebbe di circa 893 euro mensili; con 30 anni salirebbe a circa 1.100 euro, mentre con 40 anni arriverebbe a circa 1.546 euro. In questa simulazione, dunque, neppure quattro decenni di contributi sarebbero sufficienti a superare la soglia di 1.638,72 euro prevista dal parametro collegato all’assegno sociale.
È proprio questo il punto che rischia di limitare maggiormente l’accesso alla misura. Una persona può avere raggiunto i 64 anni e avere una lunga storia lavorativa, ma non necessariamente un assegno abbastanza alto per rispettare il requisito economico.
La proposta della Lega prevede quindi un possibile ruolo del TFR. L’idea è utilizzare una parte del trattamento di fine rapporto accantonato presso l’INPS per trasformarla in una rendita capace di colmare il divario rispetto alla soglia necessaria.
Anche in questo caso, tuttavia, non bisogna confondere una proposta con una norma già applicabile. La modalità concreta con cui il TFR dovrebbe essere trasformato in rendita, il trattamento fiscale e gli altri aspetti tecnici dovrebbero essere definiti dal legislatore.
Il tema solleva inoltre una questione più ampia: utilizzare il TFR per rendere possibile l’uscita anticipata significa mettere a disposizione del lavoratore una risorsa che altrimenti potrebbe essere incassata alla fine del rapporto di lavoro o destinata ad altre esigenze previdenziali.
Per capire davvero quanto si perde con l’uscita a 64 anni, quindi, non basta confrontare due importi mensili. Bisogna considerare anche gli anni di stipendio ai quali si rinuncia, la minore contribuzione futura, l’eventuale riduzione dell’assegno e il possibile utilizzo del TFR.
In Italia si lavora meno rispetto all’Europa: il problema oltre i 64 anni
Il dibattito sulla flessibilità in uscita porta con sé una questione ancora più importante: la durata effettiva delle carriere italiane. Secondo Eurostat, nel 2025 una persona di almeno 15 anni poteva aspettarsi di trascorrere mediamente 33 anni nella forza lavoro italiana, considerando le condizioni osservate nel mercato del lavoro.
La media dell’Unione europea era invece di 37,5 anni. L’Italia risultava quindi penultima tra i 27 Paesi dell’UE, davanti soltanto alla Romania, ferma a 32,7 anni. Al contrario, i Paesi Bassi raggiungevano 44 anni, seguiti da Svezia e Danimarca.
Questo indicatore non stabilisce quanti anni una persona debba lavorare prima di poter andare in pensione. Eurostat lo utilizza per descrivere quanti anni, nelle condizioni attuali, una persona può aspettarsi di rimanere nella forza lavoro. Comprende quindi sia gli occupati sia i disoccupati e non coincide con l’età pensionabile prevista dalla legge.
Il dato diventa particolarmente significativo quando si guarda alla differenza tra uomini e donne.
Anni di lavoro in Italia rispetto all’Europa: il divario femminile pesa sulle pensioni
Nel 2025 gli uomini italiani avevano una durata attesa della vita lavorativa di 37,3 anni. Per le donne il valore scendeva a 28,4 anni. La differenza raggiungeva quindi 8,9 anni, il divario di genere più ampio tra i Paesi dell’Unione europea. La media europea era invece di 39,5 anni per gli uomini e 35,4 per le donne.
Il dato femminile italiano è particolarmente significativo: nessun altro Paese dell’UE scende sotto i 29 anni, con la sola Romania a 29,1. In Paesi come Svezia e Paesi Bassi, invece, le donne possono aspettarsi una permanenza nel mercato del lavoro superiore ai 41 anni.
Dietro queste differenze ci sono fattori che vanno oltre la semplice età pensionabile. Ingressi più tardivi nel mondo del lavoro, periodi di disoccupazione, occupazione a tempo parziale e interruzioni legate alle responsabilità familiari possono ridurre gli anni nei quali vengono accumulati contributi.
Ed è proprio qui che la discussione sui 64 anni assume una dimensione diversa. Un sistema previdenziale può offrire un’uscita anticipata, ma l’importo finale dipende anche dalla quantità di contributi accumulati durante la carriera. Se il percorso professionale è discontinuo, il lavoratore può raggiungere l’età richiesta senza avere un montante contributivo abbastanza elevato.
Anche i dati OCSE aiutano a comprendere il problema. Nel modello standardizzato utilizzato nel rapporto Pensions at a Glance 2025, l’Italia presenta un tasso di sostituzione netto del 79% per un lavoratore con reddito medio e carriera completa nello scenario considerato. La media dei Paesi OCSE è del 63,2%, mentre quella dell’UE è del 68,3%.
Quel 79% non significa che ogni pensionato italiano riceverà il 79% dell’ultimo stipendio. È una simulazione internazionale costruita su ipotesi precise, tra cui una carriera completa e le regole obbligatorie del sistema previdenziale. Il dato è quindi utile per confrontare i sistemi, non per prevedere l’assegno del singolo lavoratore.
Il paradosso italiano emerge proprio da qui: il sistema può garantire, nello scenario OCSE, un tasso di sostituzione relativamente elevato, ma molti lavoratori non seguono una carriera lunga e continua come quella ipotizzata nei modelli. Per chi accumula meno contributi, il risultato può essere molto diverso.
La discussione sui 64 anni dovrebbe quindi riguardare non soltanto il momento in cui si smette di lavorare, ma anche il percorso che porta fino a quel momento. La durata delle carriere, la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la continuità contributiva sono elementi decisivi per capire quanto sarà sostenibile la pensione futura.
Conclusione
La proposta sulla pensione anticipata a 64 anni introduce un tema destinato a far discutere perché promette maggiore flessibilità, ma non elimina il problema dell’importo dell’assegno. Per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996, l’eventuale accesso al nuovo canale potrebbe comportare il ricalcolo contributivo dell’intera pensione, con una riduzione che nelle simulazioni della CGIL arriva al 10,6% in alcuni profili. Il possibile utilizzo del TFR potrebbe aiutare a superare la soglia economica, ma resta da capire come verrebbe concretamente applicato.
Nel frattempo, i numeri di Eurostat spostano l’attenzione su una questione più profonda: in Italia la vita lavorativa attesa è di 33 anni, quattro anni e mezzo in meno della media europea. Per le donne il dato scende a 28,4 anni. La vera sfida previdenziale, quindi, non riguarda soltanto quando andare in pensione, ma anche quanti anni di lavoro e contributi si riescono realmente ad accumulare.
Fonti:
OCSE – Pensions at a glance
Eurostat – Duration of working life
Redazione
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