Uso del fuoco da parte degli antenati umani: la scoperta che potrebbe riscrivere la storia dell’evoluzione
L’uso del fuoco da parte degli antenati umani rappresenta uno dei passaggi più importanti nella storia dell’evoluzione. Da decenni gli studiosi cercano di capire quando i primi ominidi abbiano iniziato a sfruttare questa risorsa. Il fuoco era fondamentale per sopravvivere, difendersi e adattarsi all’ambiente. Una nuova ricerca condotta nella grotta di Wonderwerk, in Sudafrica, suggerisce che questa capacità potrebbe essere molto più antica del previsto. Analizzando minuscoli frammenti ossei rinvenuti nei livelli più profondi del sito, gli scienziati hanno trovato prove convincenti di esposizione al fuoco. Queste tracce risalgono fino a 1,79 milioni di anni fa. Lo studio, pubblicato sulla rivista PLOS One, offre una nuova prospettiva sull’evoluzione umana. Inoltre, evidenzia il possibile ruolo del fuoco nello sviluppo delle capacità cognitive dei nostri antenati.
Le ossa bruciate della grotta di Wonderwerk e le nuove prove sull’uso del fuoco
La grotta di Wonderwerk è considerata uno dei siti archeologici più importanti per comprendere le prime fasi dell’impiego del fuoco. Situata in Sudafrica, aveva già restituito tracce di combustione datate a circa un milione di anni fa. La nuova ricerca sposta però questa cronologia molto più indietro. Le prove suggeriscono infatti la presenza del fuoco già quasi 1,8 milioni di anni fa.

a) Posizione della grotta di Wonderwerk (punto rosso) in Sudafrica. b) Area di scavo 1 che mostra la stalagmite (delimitata in bianco). ( PLOS One /CC BY 4.0)
Gli studiosi hanno esaminato 161 minuscole ossa fossilizzate appartenenti a piccoli mammiferi. I reperti provenivano da due livelli archeologici del Pleistocene inferiore, chiamati Strato 10 e Strato 11. Molti resti erano stati trasportati nella grotta dai barbagianni attraverso le loro borre. Queste si erano accumulate sul pavimento della cavità nel corso di migliaia di anni. Alcune delle ossa entrarono successivamente in contatto con il fuoco. Oggi queste tracce possono essere individuate grazie a tecniche scientifiche avanzate.
L’aspetto più sorprendente riguarda lo Strato 11, il livello più antico analizzato. Questo strato è datato tra 1,07 e 1,79 milioni di anni fa. Ha restituito numerosi reperti con evidenti segni di esposizione alle alte temperature. Tutti gli esemplari bianchi e grigi esaminati hanno mostrato caratteristiche compatibili con la combustione. Questo dato rafforza l’ipotesi che il fuoco fosse presente nella grotta molto prima delle precedenti evidenze archeologiche.
Come gli archeologi hanno identificato tracce di combustione vecchie di 1,79 milioni di anni
Per verificare se le ossa fossero state realmente esposte al calore, il team ha utilizzato più metodi di analisi. La novità più interessante è la cosiddetta luminescenza ossea, una tecnica non distruttiva che consente di individuare le alterazioni provocate dalle alte temperature senza danneggiare i reperti.
Durante lo studio, gli scienziati hanno osservato i frammenti ossei al microscopio. Hanno utilizzato luce blu ad alta energia e particolari filtri ottici. Le ossa sottoposte a temperature elevate hanno mostrato una caratteristica luminescenza rossastra. Quelle non riscaldate, invece, sono rimaste scure. Questa differenza ha permesso di identificare con precisione i reperti interessati da fenomeni di combustione.
Per confermare i risultati, i ricercatori hanno impiegato anche la spettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier (FTIR). Questa tecnica rileva le modifiche strutturali causate dal calore nei minerali presenti nelle ossa. Le analisi hanno confermato quanto osservato con la luminescenza. Le conclusioni dello studio ne risultano quindi ulteriormente rafforzate.
L’introduzione di questo metodo rappresenta un importante passo avanti per l’archeologia. Gli studiosi dispongono ora di uno strumento rapido ed efficace per individuare antiche tracce di fuoco in altri siti preistorici.

Lo spostamento di Stokes e i principi della luminescenza vengono utilizzati per rilevare le ustioni. ( PLOS One / CC BY 4.0)
Perché questa scoperta potrebbe cambiare la storia dell’evoluzione umana
La presenza di ossa bruciate nella grotta non è l’unico elemento significativo della scoperta. Un dettaglio decisivo riguarda la posizione dei reperti. I fossili sono stati rinvenuti ad almeno 30 metri dall’ingresso della cavità. A una simile distanza è molto improbabile che un incendio naturale possa aver provocato quelle tracce di combustione.
Secondo gli autori dello studio, le prove indicano che i primi ominidi abbiano introdotto il fuoco all’interno della grotta. Inoltre, i reperti combusti sono stati trovati in gruppi distinti e separati, suggerendo episodi ripetuti di utilizzo del fuoco nelle stesse aree. L’ipotesi di eventi casuali appare quindi meno probabile.
A sostenere questa interpretazione contribuisce anche la presenza di strumenti in pietra acheuleani, che collegano direttamente le tracce di combustione alle attività degli ominidi. Sebbene lo studio non dimostri che fossero in grado di accendere il fuoco autonomamente, suggerisce una notevole capacità di gestione delle fiamme.
I vantaggi sarebbero stati considerevoli: il fuoco forniva calore, protezione dai predatori, possibilità di prolungare le ore di luce e, nel lungo periodo, avrebbe favorito la cottura degli alimenti, un processo che potrebbe aver contribuito allo sviluppo del cervello umano.
Homo erectus e il possibile controllo del fuoco milioni di anni fa
Gli autori della ricerca ritengono che gli utilizzatori del fuoco nella grotta di Wonderwerk possano essere stati individui appartenenti a Homo erectus, una delle specie più importanti nella storia evolutiva. Era caratterizzata da notevoli capacità di adattamento e da innovazioni comportamentali significative.
Lo studio non fornisce prove dirette della capacità di accendere il fuoco da zero. Tuttavia, le evidenze suggeriscono che questi ominidi potessero raccogliere braci da incendi naturali e trasportarle all’interno della grotta, mantenendo le fiamme attive per lunghi periodi. Un comportamento che richiedeva pianificazione, organizzazione e una buona conoscenza delle proprietà del fuoco.
Questa capacità rappresenterebbe un indicatore cruciale dello sviluppo cognitivo di Homo erectus. Gestire una risorsa così preziosa avrebbe garantito vantaggi significativi per la sopravvivenza e favorito l’adattamento all’ambiente.
Le implicazioni della ricerca sono notevoli: i risultati anticipano l’impiego del fuoco a circa 1,79 milioni di anni fa, mettendo in discussione molte ricostruzioni finora accettate. Allo stesso tempo, la nuova tecnica di luminescenza ossea potrebbe essere applicata in altri siti, aprendo la strada a nuove scoperte sul comportamento dei primi esseri umani.
Conclusione
La grotta di Wonderwerk continua a fornire informazioni preziose sulle origini dell’umanità. Le prove emerse da questo studio suggeriscono che il rapporto tra i primi ominidi e il fuoco sia iniziato molto prima di quanto si pensasse. La cronologia accettata finora potrebbe quindi essere rivista. Grazie all’analisi delle ossa fossilizzate e all’impiego di nuove tecniche scientifiche, gli archeologi hanno individuato indizi molto convincenti che collegano la presenza del fuoco alle attività degli ominidi già 1,79 milioni di anni fa. Mentre le ricerche proseguono, Wonderwerk si conferma una straordinaria finestra sul passato remoto, rivelando l’ingegnosità e la capacità di adattamento dei nostri antichi antenati.
Redazione
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