Perché la Nuova Zelanda vuole eliminare i gatti selvatici entro il 2050? Il piano per salvare la fauna autoctona

Gatto selvatico in ambiente naturale neozelandese, simbolo della sfida per eliminare i gatti selvatici entro il 2050 e proteggere specie autoctone come il kakī.

In Nuova Zelanda, tra fiordi mozzafiato e foreste primordiali, si nasconde un paradosso: quegli stessi gatti che coccoliamo a casa stanno cancellando intere specie autoctone. Il responsabile? Quel gatto che dorme sul tuo divano oggi, ma che ieri vagava libero in giardino: moltiplicato per 2,5 milioni. Il governo neozelandese ha lanciato l’allarme: entro il 2050 bisognerà eliminare i gatti selvatici per evitare il collasso di ecosistemi unici al mondo. Non stiamo parlando dei gatti di casa – quelli restano al sicuro tra le mura domestiche – ma di una battaglia per salvare specie come lo scricciolo di Stephens Island, già scomparse per colpa di questi felini “fuori posto”. Con il programma Predator Free 2050, la Nuova Zelanda prova a rimediare a un errore secolare: l’uomo ha portato i gatti su queste isole, e ora deve assumersi la responsabilità di limitarne i danni.

Il drammatico impatto dei gatti ferali sulla biodiversità neozelandese

Pensate a un uccello che, per millenni, non ha avuto bisogno di imparare a scappare. Ecco il destino di molte specie neozelandesi, cresciute in un paradiso senza predatori terrestri. Poi sono arrivati i gatti – quegli stessi felini che coccoliamo a casa – e hanno trasformato il sogno in incubo. Non è colpa loro, è vero: sono semplicemente felini, fatti per cacciare. Ma qui, in un ecosistema che non li aspettava, diventano un disastro. Ogni notte, mentre dormiamo, 2,5 milioni di gatti ferali si muovono tra le foreste, uccidendo 25 milioni di uccelli all’anno. Cifre allarmanti, soprattutto se pensiamo che specie come lo scricciolo di Stephens Island sono già sparite per sempre.

Prendiamo il kakī, per esempio. Questo uccello dal becco lungo, che i maori chiamano pukunui, era ridotto a 60 esemplari negli anni ’90. Con un lavoro titanico, gli esperti erano riusciti a portarne la popolazione a 300 unità, ma poi è successo di nuovo: i gatti hanno ripreso il sopravvento, e oggi ne restano meno di 100. Stessa storia per i pipistrelli dalla coda corta, creature uniche al mondo capaci di camminare come scoiattoli tra le foglie. A Ohakune, cento di loro sono stati spazzati via in una settimana. Non è un caso isolato: ogni estate, mentre i turisti godono delle spiagge immacolate, i gatti randagi divorano uova e pulcini di specie già al lumicino.

C’è un dettaglio che molti ignorano: non si tratta solo di predazione diretta. I gatti diffondono la toxoplasmosi, un parassita che colpisce delfini, bestiame e persino gli esseri umani. Il Dipartimento per la Conservazione non scherza quando definisce i felini “assassini a sangue freddo” – parole forti, ma necessarie per far capire l’urgenza. E non è solo un problema neozelandese: l’IUCN li ha inseriti tra le 100 specie invasive più dannose al mondo. Ma qui, in un Paese dove il 90% delle specie autoctone è a rischio, il conto alla rovescia è già iniziato.

Kakī e pipistrelli: due storie che rappresentano un destino comune

A Rakiura, l’isola Stewart, il kakī non è solo un uccello: è una bandiera. Per anni, i ranger hanno combattuto una battaglia silenziosa per salvarlo, costruendo recinzioni anti-gatto e monitorando ogni movimento. Ma basta un momento di distrazione, un gatto che scavalca una barriera, per cancellare anni di lavoro. I pipistrelli dalla coda corta, invece, sembrano usciti da una favola sbagliata: creature lente e goffe a terra, perfette per diventare preda. A Ohakune, nonostante i controlli, cento di loro sono stati uccisi in sette giorni. Non è una guerra, è un massacro silenzioso. E il problema è che, mentre noi discutiamo, ogni notte decine di migliaia di uccelli perdono la vita. Queste storie non sono casi isolati: oltre 350 specie neozelandesi rischiano l’estinzione proprio a causa dei gatti ferali.

Come funziona il programma Predator Free 2050?

Non è la prima volta che la Nuova Zelanda prova a risolvere il problema. Dieci anni fa, un’iniziativa simile è naufragata tra le proteste degli animalisti. Stavolta, però, le cose sono diverse: il 90% dei neozelandesi ha detto “sì” a una gestione più rigorosa dei felini inselvatichiti. Il programma Predator Free 2050 non è un semplice slogan: è un piano articolato che punta a rimuovere quattro nemici principali – ratti, opossum, mustelidi e, appunto, i gatti ferali – entro trent’anni. Come? Partendo dalle aree più critiche: riserve naturali, foreste primordiali, zone costiere dove la fauna autoctona è più vulnerabile.

Sulle tracce dei gatti ferali, le squadre usano di tutto: trappole selettive che risparmiano gli animali non target, esche avvelenate studiate al microscopio, e persino droni che sorvegliano le foreste di notte. Per i gatti domestici, invece, la sfida è culturale: il governo spinge per microchip obbligatori, coprifuoco notturno e sterilizzazioni di massa. Non si tratta di puntare il dito contro i padroni di casa, ma di trasformare piccole abitudini – come chiudere il gatto in casa dopo il tramonto – in scelte che salvano intere specie. “Vogliamo spiagge piene di uccelli, non di predatori”, ripete la ministra Tama Potaka, e non è solo retorica. La toxoplasmosi costa milioni di dollari all’agricoltura, e i turisti pagano per vedere paesaggi incontaminati, non sterminio di massa.

Certo, non è tutto semplice. Molti chiedono di privilegiare metodi non cruenti, come la cattura e l’adozione. Ma i gatti ferali, quelli veramente selvatici, difficilmente si riadattano alla vita domestica. “Non possiamo aspettare che diventino gatti da salotto”, ammette un ranger di Whanganui. La verità è che, senza intervento immediato, specie come il kakī spariranno per sempre. Entro marzo 2026, saranno resi noti i dettagli operativi, ma una cosa è certa: il tempo delle chiacchiere è finito.

La voce dei neozelandesi: tra supporto pubblico e sfide etiche

C’è chi dice: “Ma i gatti non hanno colpa!”. E in effetti, è vero. Sono gli uomini a dover risolvere il problema che hanno creato. Ma quando vedi un video di un kakī che cerca di difendere il suo pulcino da un gatto randagio, capisci perché il 90% dei neozelandesi appoggia il piano. Non è odio verso i felini: è amore per ciò che resta della loro terra. Le comunità locali, soprattutto quelle rurali, sono in prima linea – non per sterminare, ma per ricostruire. A Stewart Island, per esempio, i pescatori hanno collaborato con i ranger per installare recinzioni anti-gatto lungo le spiagge. “Non vogliamo più trovare uova schiacciate all’alba”, spiega un abitante.

Certo, non tutti sono d’accordo. Gli attivisti animalisti chiedono alternative, e il dibattito è acceso. Ma come dice un conservazionista di Christchurch: “Se non agiamo ora, tra vent’anni non avremo più nulla da salvare”. La sfida è trovare un equilibrio: efficacia scientifica senza perdere di vista l’etica. Perché alla fine, non si tratta di vincere una guerra, ma di lasciare un futuro alle prossime generazioni.

Conclusione

Rimuovere i gatti ferali entro il 2050 non è una scelta facile. Ma quando ogni notte decine di migliaia di uccelli perdono la vita, ignorare il problema diventa un lusso che Aotearoa non si può permettere. La Nuova Zelanda non sta dichiarando guerra ai felini: sta cercando di rimettere a posto un errore secolare. Ogni kakī salvato, ogni pipistrello dalla coda corta che riesce a sopravvivere, è un passo verso un equilibrio perduto. Non è solo questione di numeri: è una questione di identità. Aotearoa, la “Terra Lunga delle Nuvole Bianche“, non può permettersi di diventare un museo di specie estinte. Il programma Predator Free 2050 è ambizioso, forse troppo, ma in un mondo dove la biodiversità scompare ogni giorno, a volte bisogna osare. Perché alla fine, non stiamo salvando solo gli uccelli: stiamo salvando il diritto della natura a esistere. E questo, forse, è il dono più grande che possiamo lasciare ai nostri figli.

Redazione

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