Il fotovoltaico… dalla luna. Il progetto giapponese alla conquista dello spazio
Shimizu Corporation: creare una cintura di pannelli all’equatore del nostro satellite per inviare energia sul pianeta. Largo alle speranza dallo spazio, ma non possiamo continuare a far finta che i limiti del nostro pianeta non esistano.
Consapevole delle difficoltà di costruzione d’infrastrutture nello spazio, Shimizu intende utilizzare una flotta di robot telecomandati per installare la cintura fotovoltaica sulla luna, che si estenda su tutta le 6.800 miglia all’equatore lunare, con una larghezza di 248 miglia. Arrivando a installare una superficie totale di pannelli fotovoltaici di 1.686.400 chilometri quadrati, sufficienti a generare 13 Terawatt di energia (13.000 miliardi di kW, una cifra certo non indifferente, se si pensa che l’attuale consumo mondiale di energia non supera i 20 Terawatt).
Gli ingegneri di Shimizu hanno calcolato che l’equatore della luna riceve un flusso costante di energia solare e proprio come i pannelli nello spazio non deve preoccuparsi di interferenze da formazioni atmosferiche.
Per quanto folle possa sembrare, anche la NASA ha effettivamente studiato il potenziale del solare spaziale per alcuni anni, e sta cercando di testare alcune delle sue idee con lo scopo reale di creare un settore solare nello spazio. La Shimizu è altrettanto fiduciosa e conta di dimostrare l’idea entro il 2020 (cioè nei prossimi 6 anni), e poi cominciare effettivamente la costruzione sulla luna entro il 2035.
Ovviamente un’idea così radicale non è esente da critiche. Werner Hofer, direttore dell’Istituto Stephenson per le Energie rinnovabili dell’università di Liverpool, ha espresso i propri dubbi al quotidiano inglese The Indipendent, non tanto sulla reale fattibilità tecnica dell’impresa, quanto sulla sua sostenibilità. Infatti, secondo i suoi calcoli, l’energia prodotta da tale sistema appena riesce a bilanciare l’energia complessiva impiegata per la sua realizzazione.
Ad oggi non sappiamo, e non abbiamo gli strumenti, per capire chi ha ragione, ma sei anni passano in fretta, e avremo forse modo di constatarlo di persona. Quel che è sicuro è che non possiamo sperare di risolvere tutti i nostri problemi affidandoci alla tecnologia; guardare alla spazio è una speranza, ma l’unica certezza è che il nostro unico pianeta ha dimensioni (e risorse) finite, ed è con quelle che dobbiamo già oggi fare i conti.
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