380 milioni di anni fa New York era una foresta

Nuovi scavi nel sito americano di Gilboa, dove è stato scoperto il più antico bosco fossile, risalente a più di 380 milioni di anni fa, rivelano che aveva una struttura complessa e ospitava diversi tipi di piante. Fra queste, enormi e misteriosi rampicanti che usavano gli alberi come sostegno

Alberi, felci e liane rampicanti Com'era ricca la paleoforesta

ALBERI enormi, svettanti fino a una decina di metri, strani esemplari simili a palme longilinee e felci arboree: i resti pietrificati di quella che viene considerata una delle prime piante apparse sulla Terra – la Wattieza, appartenente alle estinte Cladoxylopsida – hanno risolto qualche anno fa il mistero dei ceppi di Gilboa 1, negli Stati Uniti, rivelando che aspetto avesse quella che è nota come la più antica foresta fossile del mondo e restituendoci al tempo stesso una preziosa istantanea su un passato lontano nella storia del pianeta.

Ora, grazie a nuovi scavi nello stesso sito, nello stato di New York, sono emersi qualcosa come 1.200 metri quadrati di superficie risalente a più di 380 milioni di anni fa, rivelando come la paleoforesta avesse una struttura complessa e ospitasse diversi tipi di piante: una scoperta, descritta su Nature 2da William E. Stein dellaBinghamton University 3 di New York e colleghi, che potrebbe portare a vedere sotto una luce nuova anche altre testimonianze fossili dei primi boschi apparsi sulla Terra.

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Alberi, felci e liane rampicanti Com'era ricca la paleoforestaCon l’evoluzione degli alberi di grossa taglia e la loro crescita, gli ecosistemi della terraferma si modificano notevolmente. Le foreste fanno la loro comparsa nel Devoniano medio – 398-385 milioni di anni fa – e portano con sé una piccola rivoluzione: “Con la fotosintesi, alcuni vegetali cominciarono a produrre ossigeno e a consumare anidride carbonica prima di 400 milioni di anni fa. Si iniziò a formare la fascia di ozono, importantissima perché va a proteggere la vita, che prima era confinata all’acqua, permettendole di uscire allo scoperto. Un ulteriore progresso in tal senso, con maggiore produzione di ossigeno, si deve agli antichi ecosistemi forestali, come quello trovato nello stato di New York”, spiega la dottoressa Laura Sadori, ricercatrice di paleobotanica all’università La Sapienza 4di Roma. Il verde di piante e alberi contribuisce a modificare il clima e la vita è pronta ad esplodere all’aperto.

Anche in Italia ci sono antiche foreste fossili, ma molto più recenti “come Dunarobba in Umbria, Zuri, in Sardegna, Val Cesano o Torre Ovo”, racconta ancora la dottoressa. E’ un passato misterioso e poco noto: si sa tutto di tirannosauri e pterodattili, ma quasi nulla delle biodiversità vegetali del passato, raccontate, ad esempio, in un bel libro per ragazzi, e non solo, uscito nel 2010, “Le isole del tempo”, di Marta Mazzanti, Giovanna Bosi e Riccardo Merlo, pubblicato da Editoriale Scienza.

Il sito americano di Gilboa è noto fin dall’800 ed è stato oggetto di diverse pubblicazioni: lì sono stati trovati centinaia di fossili di ceppaie, calchi di radici intrappolate nel suolo fangoso calcareo, che sostenevano, secondo gli scienziati, le Cladoxylopsida, piante con caratteristiche strutture radiali.

Nel 2007 furono sempre Stein e colleghi 5a individuare le corone fossili che corrispondevano a quelle misteriose basi, rivelando come questi primi, antichissimi arbusti avessero fusti resistenti protesi verso l’alto, con corone di rami, suddivisi in rametti sempre più sottili che sostituivano le foglie, ancora non ‘inventate’, nella funzione fotosintetica. Prime prove di portamento arboreo, anche se ci vorranno decine di milioni di anni per arrivare alle piante moderne.

I recenti scavi a Gilboa, nel 2010, hanno permesso di scoprire che il bosco era più ricco di quanto non si pensasse, con almeno tre diversi tipi di alberi. Oltre agli Eospermatopteris – il nome della parte sommersa dei tronchi rinvenuti a Gilboa – c’erano almeno altri due tipi di piante arboree: lycopsida arboree – le più antiche rinvenute negli Usa – e, ancora più sorprendentemente, progimnosperme lianose, enormi rampicanti che, secondo l’ipotesi degli studiosi, utilizzavano gli alberi di Wattieza come supporto.

Un paesaggio molto particolare, fatto di fusti alti e longilinei, senza ombra – non c’erano foglie e gli alberi si riproducevano tramite spore – con diversi apparati sotterranei di sostegno, e con una novità importante, conclude la scienziata: “è comparso il legno, caratteristico di piante più evolute”.

Di Alessia Manfredi

Fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/02/29/news/foreste_fossili_preistoriche-30701445/

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